In tempi recenti, la Nato si è ritrovata sotto il fuoco incrociato dei suoi stessi Paesi membri. Il più delle volte, in esternazioni e dichiarazioni ufficiali, essa è stata addebitata di essere un’organizzazione oramai ininfluente alla realizzazione di fini comunitari, ma piuttosto mera esecutrice degli ordini di alcuni Stati. Peraltro, in dissidio fra di loro sugli obiettivi da perseguire, sui metodi da adottare, sui nemici da combattere.

Ad esempio, nel gennaio del 2019, niente di meno che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva tuonato contro l’Alleanza atlantica, minacciando un’uscita di scena a stelle e strisce. Questa si configurerebbe come un addio clamoroso, essendo che la Nato è venuta alla luce sin a partire dagli anni Cinquanta come strumento di fagocitazione dei Paesi dell’Europa occidentale nell’orbita americana, attraverso una difesa militare volta a mantenere saldi gli alleati ed a contrastare soft ed hard power sovietici. Un abbandono non preventivabile sino all’elezione alla Casa bianca del tycoon repubblicano: smantellare questa organizzazione – ritenuta oramai inattuale – equivarrebbe a squilibrare, distruggere e rifondare ultradecennali pilastri relazionali fra Stati Uniti ed Europa.

Tuttavia, non è soltanto da oltreoceano che sono giunte minacce di porre fine all’Alleanza Atlantica, almeno nella sua attuale configurazione: anche dallo stesso Vecchio Continente sono partiti dei dardi micidiali. In un’intervista al The Economist, del novembre 2019, il presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato di star osservando la “morte cerebrale della Nato”. Una dichiarazione non incidentale: probabilmente, indicante il mai domo desiderio, espresso dall’occupante dell’Eliseo, di mettere la Francia alla testa di un esercito europeo.

L’ultimo fendente, in ordine cronologico, è stato sferrato con caparbietà e tenacia da un membro Nato di grande prestigio, tanto per le spese sostenute ogni anno come contributo nazionale all’organizzazione, quanto, ancora più in maniera ovvia, per la storia e la grandezza del Paese: la Germania. Oggi in difficoltà economica, vicina alla recessione, e con sommovimenti politici interni di enorme portata.

La Nato è diventata uno spettro

La nuova freccia che ha infilzato la Nato, in un suo momento di particolare debolezza strutturale peraltro, è partita dall’arco di Jürgen Trittin, dal 2009 capogruppo di Alleanza 90/Verdi al Deutscher Bundestag e oggi membro della Commissione per gli Affari esteri. In un editoriale per il Die Spiegel, il deputato tedesco ha rincarato la dose sulle deficienze dell’Alleanza Atlantica, sottolineandone le asimmetrie e le ipocrisie.

La preoccupazione del parlamentare – il quale parla nell’ottica di un rafforzamento dell’Unione europea come organizzazione sovranazionale – si rivolge alla sicurezza del Vecchio continente, che la Nato sembra oramai incapace di garantire. Sentendosi quindi, personalmente, più incline ad aderire alla visione di Macron che non a quella del capo del suo Dicastero, il Ministro degli Esteri della Germania Heiko Mass, il quale ha invece sostenuto che come sia imprescindibile “desiderare la Nato”.

Gli esempi ed i fatti che ha Trittin addotto a proprio sostegno, per corroborare la propria posizione, sono stati significativi. Su tutti: il fatto che gli Stati Uniti abbiano dichiarato il mercantilismo tedesco come una minaccia nazionale (un fatto non irrilevante, invero, perché l’eccessivo export nella bilancia dei pagamenti di un Paese, inevitabilmente, danneggia la domanda interna altrui, ndr); il caos libico ancora irrisolto; la prepotenza della Turchia di Recep Tayyip Erdogan in Siria, ove il Sultano sarebbe finanche intenzionato a compiere una pulizia etnica nel silenzio dell’Alleanza Atlantica cui Ankara partecipa (con Trump che comunque, in merito, ha minacciato sanzioni).

Secondo Trittin, “è giunto il tempo di essere onesti”: un’alleanza di tal fatta è non soltanto inutile, ma anche addirittura lesiva. Una realtà negativa, di fronte alla quale non si può nascondere la testa sotto la sabbia: la Nato è mera “ombra di se stessa“, incapace di garantire sicurezza all’Europa (nonostante la bravure nello scoraggiare le minacce simmetriche). Anche per certe insanabili divergenze dei suoi Stati membri: definire le priorità di questi ultimi, e dell’Unione Europea cui essi aderiscono, è un’operazione per la quale non si può più attendere.

Le discrepanze interne sull’esistenza dell’Alleanza Atlantica

Altri tasti dolenti toccati dal deputato tedesco sono stati anche la risoluzione unilaterale dell’accordo sul nucleare dell’Iran (Jcpoa), deciso da Trump senza la consultazione dei membri Nato – una mossa che, sostiene il parlamentare di Alleanza 90/Verdi, danneggia la sicurezza europea – e le relazioni con la Russia. E non soltanto quella di Vladimir Putin, ma anche quella appena uscita dal crollo dell’Urss, quando l’Alleanza Atlantica si espanse verso oriente, verso gli Urali.

Una tematica sempreverde, nelle discussioni delle posizioni di geopolitica internazionale, la quale è – storicamente, non soltanto nella contemporaneità – quanto mai divisiva. Ad esempio, in totale disaccordo con Trittin, e prima ancora (soprattutto) con Macron, sono i Paesi baltici e la Polonia, in prima linea a temere, fors’anche con alta e non dissimulata pressione, un’aggressione russa (da considerare, naturalmente, nell’ottica delle esperienze storiche fattuali che hanno indotto in questi Paesi una cautela tanto manifesta).

In un’intervista sempre del novembre 2019 (un mese particolarmente rovente, da questo punto di vista), rilasciata al Financial Times, il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki ha accusato l’Eliseo di aver fatto una dichiarazione del tutto irresponsabile e pericolosa, nel contesto internazionale in cui opera la Nato. Egli ha definito quest’ultima come “l’alleanza più importante del mondo, quando si tratta di preservare la libertà e la pace”, elogiando la protezione statunitense all’Europa e domandandosi se non siano le problematiche interne a quest’ultima a rendere la partnership militare così debole, al giorno d’oggi.

Un punto di vista che nasce da un certo orizzonte di senso, da una certa weltanschauung – quella polacca -, del tutto esprimibili e legittimi, ma al contempo non condivisibili né condivisi da altri membri Nato: una riprova, essa stessa concreta, delle difficoltà attualmente in essere nell’Alleanza.

La morte cerebrale della Nato

L’evidente discrasia fra Germania e Polonia, come pure le eventuali (ma altrettanto evidenti) divisioni interne ai vari Paesi, sono adamantini e lucidi specchi di una situazione che, di fatto, esiste ed ha necessità di essere presa in esame con attenzione: l’effettiva debolezza della Nato. Poiché, infatti, se un tempo tutti gli Stati europei – in fase di ricostruzione post-bellica e di rilancio economico – erano concordi nella loro adesione, oggi le resistenze sono assai più numerose.

Prima fra tutte, sollecitata dal disinteresse di Trump nel mantenere con impegno la leadership dell’Alleanza, è stata quella francese: Macron, come già detto, ha dichiarato la “morte cerebrale della Nato“, per la mancanza di volontà, da parte degli Stati Uniti, di continuare a guidarla come nei decenni scorsi. Essa, infatti, sussiste solo grazie ai suoi membri, e se questi ultimi sono poco inclini alla cooperazione interna, allora essa non può che deperire, lentamente ed inesorabilmente.

All’inquilino dell’Eliseo sono giunti diversi endorsement e dichiarazioni di concordanza con quanto sostenuto: tanto dal Vecchio Continente, quanto dall’altra parte dell’Atlantico. Una delle più importanti è stata sicuramente quella di Jacob Heilbrunn sul Washington Post, la cui laconica dichiarazione “Macron ha ragione” racchiude tutto il suo ragionamento, e probabilmente la posizione di molti esperti di politica americani.

La Nato era nata per “tenere fuori i russi, dentro gli americani e giù i tedeschi” (dichiarazione del Segretario Generale Lord Ismay risalente al 1957). Con la caduta del Muro di Berlino, la base della sua essenza è fondamentalmente venuta meno: la minaccia comunista è svanita, e la risalita più o meno impetuosa della Germania ha sparigliato le carte in tavola. Ne è nata una situazione di stallo, un serpente che si morde la coda e che progressivamente erode il suo corpo.

Per quanto gli alleati europei si siano prodigati a mitigare le conclusioni dell’intervista di Macron come impertinenza gallica, la sostanza ed il succo delle sue parole è rimasta intatta. Prova lampante ne è proprio l’editoriale di Trittin per il Die Spiegel: un’interpretazione contraria alle rassicurazioni di Merkel, e quindi indice di fragilità dell’asse governativa pro-Nato.

Dalla nostalgia alla Realpolitik

L’argomentazione del deputato tedesco prosegue e si conclude cercando di fare una disamina delle prospettive militari per il futuro della Germania e dell’Europa tutta (con particolare riferimento, naturalmente, all’Unione europea). Queste ultime, secondo Trittin, nel momento in cui non vedessero più garantita la propria sicurezza, non potrebbero rimanere impassibili – vedendo la Nato morire di se stessa -, senza muovere un muscolo a proprio favore.

Il suo suggerimento contemplerebbe opzioni che vanno al di là della questione militare, e che si insinuano in campi d’azione ben più ampi: quelli politici ed economici. Trittin bramerebbe che l’euro divenisse la valuta di riserva mondiale, al posto del dollaro, e che i legami interni all’UE si rafforzassero nell’ottica di un’unione progressivamente più stretta fra gli Stati, in risposta all’unilateralismo statunitense. Una contro-sentenza che rafforzi ed attrezzi dovutamente le risposte europee alle questioni globali: quindi “l’opposto di una morte cerebrale“, cioè l’abbandono della nostalgia per i tempi che furono della Nato, in direzione della Realpolitik.

Tuttavia, anche in queste ultime considerazioni si possono riscontrare delle criticità. Infatti, anche l’Unione europea come organizzazione sovranazionale sta attraversando complicazioni non indifferenti: non soltanto per la sempre più grande disaffezione da parte delle varie popolazioni, ma anche e soprattutto per le sue interne asimmetrie strutturali. Le quali, per di più, proprio nella moneta unica (e nell’austerità) hanno il loro fulcro, come evidenziato da Gyorgy Matolcsy – Governatore della Banca Centrale ungherese – in un suo articolo per il Financial Times: una moneta unica afflitta dalla stessa inadeguatezza ed inattualità storiche di cui soffre la Nato.

Al di là di queste considerazioni – importanti da accennare ma appartenenti ad un altro contesto -, non si può non ritenere di estremo interesse l’opinione di Jürgen Trittin: la Nato è, nella sua prospettiva, oramai soltanto “un’ombra di se stessa”, e per motivazioni che vanno dallo storico al geopolitico, passando per l’economico. Un’Alleanza da molti osservatori ritenuta obsoleta, le cui ragioni storiche sono cadute, e le cui azioni militari dimostrano inadempienza rispetto ai vecchi dettami. Oltreché coordinazioni non onnicomprensive. La progressiva e continua metamorfosi delle relazioni internazionali sta sfaldando i vecchi pilastri: non è da escludere che la Nato sia uno dei prossimi a cadere.

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