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Ormai più di un anno fa, fu il presidente francese Emmanuel Macron a tuonare contro i Paesi europei, mettendoli in guardia circa il non poter più fare affidamento sull’America. “Quello che stiamo vivendo attualmente è la morte cerebrale della Nato”, dichiarò dalle pagine dell’Economist. A suo dire, l’Europa era “sull’orlo di un precipizio”, bisognosa di cominciare a pensare a sé stessa strategicamente come una potenza geopolitica, prima di “non avere più il controllo del suo destino”. Tuttavia, il mondo e l’Europa di cui l’enfant prodige europeo parlava non esistono più.

Il ritorno degli Usa in Europa

A rispondergli, simbolicamente, qualche mese dopo, fu proprio il neoeletto presidente Joe Biden, che scelse le pagine del gazzettino della politica estera di Washington, Foreign Affairs, per annunciare che l’America was back. Parafrasando il presidente uscente Trump, Biden rispondeva a tono con un editoriale dal titolo più che eloquente: Why America Must Lead Again. Rescuing U.S. Foreign Policy After Trump. A suo avviso, la democrazia era sotto maggiore pressione che in qualsiasi momento dagli anni Trenta e la Nato, un’alleanza di valori, baluardo dell’ideale democratico liberale.

Nei primi cento giorni della nuova amministrazione Biden sono stati immediatamente chiari alcuni punti delle nuove direttrici di politica estera: ad esempio, nessuno sconto, nessun compromesso in tema di diritti umani, seguendo un filone wilsoniano volto ad intestarsi la leadership morale della nazione e del Pianeta. Ma accanto a questa aspirazione liberalista, alcune questioni concrete come la pandemia, la crisi di identità dell’asse Merkel-Macron, l’Islam politico radicale, la rinnovata aggressività di Mosca (soprattutto sul fianco scoperto dell’Unione Europea) e l’obiettivo del China second, rendono la Nato nuovamente necessaria e pregna di significati. Diversa rispetto a quella storia ormai finita secondo Francis Fukuyama, ma comunque necessaria.

Il nodo turco

Alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di febbraio, il presidente Biden ha inviato un messaggio chiaro al mondo: “L’America è tornata. L’alleanza transatlantica è tornata”. Biden ha espresso la determinazione a impegnarsi nuovamente con l’Europa e ha fermato il ritiro delle truppe statunitensi dalla Germania. Sia i leader europei che gli Usa, oggi, condividono le preoccupazioni per l’incursione della Russia in Ucraina e la concorrenza con la Cina. Ma il problema immediato è la Turchia e la sua vicinanza a Russia e Iran.

Il Leviatano turco sembra essere, in quanto grande contraddizione dentro l’Alleanza Atlantica, la ragione stessa per la quale ha ancora ragione d’esistere: la Turchia negli ultimi 10-15 anni ha preferito diversificare le sue scelte di politica estera, svincolandosi dal quadro della Guerra Fredda, anche se continua a mostrare che, economicamente, ha un bisogno disperato d’Europa e di Occidente. E la “tolleranza zero” da parte del tutt’altro che sleepy Joe è arrivata, solo pochi giorni fa, anche attraverso una scelta scomoda: il riconoscimento del genocidio armeno, per la prima volta definito a chiare lettere e senza eufemismi. Un messaggio non solo diretto a Erdogan, ma anche alla Russia, che sta ad ascoltare.

Il vertice di giugno

Il vertice annunciato del prossimo 14 giugno sarà la cartina al tornasole delle intenzioni Nato. Un vertice pregno di aspettative sul rilancio dell’Alleanza. L’appuntamento, infatti, potrebbe essere il trampolino di lancio per l’Agenda NATO2030 promossa da Stoltenberg, che segna come fondamentale l’esigenza duplice di rinnovamento e rilancio di un’organizzazione regionale che non ha più esattamente le stesse motivazioni del 1949.

Ed è nel mondo multipolare che la Nato sta cercando di riadattarsi: ha ragionato per cinquant’anni di Guerra Fredda in termini di contenimento e di armi nucleari, ma ora deve plasmarsi su nuovi teatri di scontro: le piazze finanziare, lo spazio, il clima e le emergenze sanitarie. È richiesta dunque una sorta di globalizzazione del Patto che, con strumenti differenti, garantisca ciò per cui è nato, ovvero la sicurezza e la stabilità ai suoi membri.

Il dibattito sull’allargamento e il Mediterraneo orientale

Ergo, la nuova Nato sembrerebbe essere destinata a prendere l’immagine nuova che Biden desidera conferire alla nuova politica estera americana e al suo approccio. Gli ultimi mesi, poi, hanno riaperto uno storico dibattito, ovvero quello circa l’allargamento ad est dell’Alleanza.

Alla fine degli anni Novanta, i favorevoli all’espansione Nato premevano per una maggiore sicurezza della regione, sostenendo che la politica di enlargement avrebbe scoraggiato la Russia dall’intraprendere una politica di revisionismo territoriale, a condizione che fosse mantenuto un adeguato bilanciamento tra deterrenza, rassicurazione e diplomazia. I fatti d’Ucraina ci hanno mostrato quanto la realtà possa superare il chiacchiericcio dei dibattiti teorici. Anche i detrattori della proposta hanno sempre sollevato numerose questioni molto serie. Nel giugno 1997, ad esempio, in una lettera aperta al presidente Bill Clinton, 50 eminenti personalità politiche e diplomatiche definirono l’allargamento Nato “un errore di importanza storica”: in ballo vi era, a loro dire, l’intero assetto post-Guerra Fredda, una nuova linea di faglia tra gli ex paesi satelliti dell’URSS ammessi nel club e quelli rimasti fuori, ma soprattutto il rischio di minare la credibilità dell’Alleanza che si sarebbe estesa a Paesi non in grado di “reggere la membership”.

L’Ucraina è il luogo per eccellenza che, oggi, infiamma questo dibattito. La vera domanda è se ciò abbia senso per la Nato. Ammettendo l’Ucraina, l’alleanza guadagnerebbe chiaramente un membro entusiasta: una svolta “compassionevole”, l’hanno definita molti analisti. Su questo tema però, l’ambiguità strategica sembra essere ancora la scelta migliore. Kiev nell’Alleanza fornirebbe un incentivo alla Russia per agire in modo ancora più aggressivo. La Nato, a sua volta, troverebbe la sua attenzione quasi completamente dedicata a questo conflitto, in un momento in cui non può e non vuole. E l’Ucraina non può essere la ragione di vita attuale dell’Organizzazione.

Vi è poi il nodo caldo del Mediterraneo orientale, diventato, soprattutto nell’ultimo anno, l’espressione paradigmatica delle contraddizioni dell’Alleanza. Il Congresso degli Stati Uniti ha recentemente approvato la legge sul partenariato per la sicurezza e l’energia nel Mediterraneo orientale, in cui la Grecia è considerata un prezioso alleato assieme a due partner fondamentali come Israele e Cipro. La domanda chiave però è: fino a che punto Washington è in grado di guidare una nuova alleanza di difesa nel Mediterraneo orientale?

Le condizioni dello scenario internazionale, certamente, impongono nuove sfide e nuovi pungoli al sistema Nato che, in un clima di insicurezza accresciuta, che si tratti di una nuova Guerra Fredda o meno, sembrano convergere verso nuove richieste di security. Per l’ossatura dell’Occidente, ovvero Europa e Stati Uniti, il meccanismo di reciproco supporto continua ad essere immaginato ancora all’interno dell’Alleanza Atlantica, anche se con mezzi e su piazze differenti. È la prova provata che il Patto Atlantico era forse solo una Bella Addormentata che il 2020, l’anno più geopolitico dalla Seconda Guerra Mondiale, ha contribuito a risvegliare. I risultati del risveglio, però, sono ancora tutti da vagliare.