La geopolitica della corsa allo spazio
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Dall’inizio della guerra in Ucraina, il blocco occidentale ha vissuto una importante stagione di riscatto. I missili di Vladimir Putin hanno tracciato una linea di demarcazione nettissima, rendendo praticamente impossibile mettere in atto una politica “eclettica” senza essere tacciati di ambiguità o di sostegno alla causa dell’invasore russo. Inoltre, i continui allarmi di Washington sul prossimo attacco di Mosca a Kiev – allarmi che si sono poi rivelati esatti al contrario della fiducia europea nel dialogo – hanno rimesso al centro dell’Occidente la strategia americana, che si è dimostrata indubbiamente coerente e determinante.

Tutto questo oggi appare quasi scontato. Ma facendo un passo indietro, noteremo che non lo era affatto. Il presidente francese Emmanuel Macron aveva definito, già diversi anni fa, la condizione della Nato come “morte cerebrale”. Dopo il precipitoso ritiro dall’Afghanistan e il ritorno al potere dei talebani a Kabul, in tanti si erano posto il problema di come cambiare le “regole del gioco” nel blocco occidentale dopo che gli Stati Uniti avevano deciso di loro spontanea volontà di lasciare il Paese senza un vero consenso su tempi e modalità da parte degli alleati europei. Nel frattempo, alcuni Stati membri, specie sul fronte meridionale, avevano posto il problema di un necessario interessamento al Mediterraneo e al Nord Africa, mentre altri puntavano sul blindare i rapporti con Mosca e Pechino.

Insomma, l’idea di Nato come “impero americano” non appariva affatto di moda nel dibattito continentale. Anzi, c’era addirittura qualcuno che iniziava a sostenerne la graduale inutilità di fronte all’emergere di altre potenze e di un’ipotetica, quanto al momento irreale, autonomia strategica europea.

La guerra in Ucraina ha cambiato apparentemente la percezione dell’Alleanza Atlantica. La Russia ha modificato le priorità europee ribadendo l’inevitabile ruolo di ombrello della Nato, e quindi di Washington. E, almeno fino a questo momento, nessuno ha potuto fare altro che sostenere la solida appartenenza al blocco puntando anzi su una maggiore sinergia e un maggiore impegno al suo interno.

Tuttavia, questa compattezza granitica dell’intera alleanza potrebbe essere valida finché vi è il conflitto russo-ucraino e soprattutto finché sembra impossibile sganciarsi da una determinata concezione della Nato come blocco che rappresenta pienamente gli interessi di tutti i membri. Una condizione che appare ineludibile, ma che sembra dipendere molto dagli effetti della guerra, delle sanzioni e dagli impegni che saranno richiesti nei prossimi mesi. Perché se fino a questo momento sembra impossibile sganciarsi da certe dinamiche provocate dal conflitto, il tempo può modificare molti parametri. E la Nato in questo momento non appare affatto così allineata come sembra, se non appunto per l’urgenza della guerra.

Lo fa capire bene Lucio Caracciolo in un suo editoriale in cui sottolinea che oggi esistono almeno “cinque Nato” all’interno della stessa – esclusi gli Stati Uniti – e che emergono ormai al quarto mese di questo guerra. Una è la parte più intransigente antirussa, quella dei Baltici e dei Balcani orientali. Poi c’è Londra e la sua special relationship con Washington. Il blocco delle nazioni “europeiste”, e cioè Francia, Germania, Italia e in parte la Spagna così come i Paesi meno intenzionati allo scontro totale con Mosca. Infine due Paesi diversi ma che possono rappresentare delle particolare “spine nel fianco” del blocco euro-atlantico: Turchia e Ungheria.

Queste divisioni si sono palesate soprattutto per tre questioni ancora particolarmente bollenti all’interno della Nato: le sanzioni, l’adesione di altri Paesi, l’invio di armi all’Ucraina. Tre elementi che non sono in realtà stati risolti in seno a Bruxelles ma che sono stati semplicemente coperti dal corso degli eventi e dal necessario sostegno senza se e senza ma a Kiev contro l’aggressione russa. E adesso, dopo quattro mesi di conflitto, queste divisioni riemergono come un fiume carsico palesando in realtà problemi strutturali che non riguardano solo la guerra e i rapporti con la Russia, ma l’intera percezione dell’Alleanza e degli equilibri interni. Perché nessuno è in grado di aderire pienamente ai dettami atlantici. Ma soprattutto perché gli interessi strategici dei singoli Paesi non sono stati sepolti, ma anzi hanno già mostrato tutto il loro vigore. Lo hanno dimostrato proprio le sanzioni sul petrolio del sesto pacchetto europeo. Vero che è stato trovato l’accordo, ma è altrettanto vero il fatto che si siano trovate diverse eccezioni, dalla Germania all’Ungheria, dalla Polonia alla Bulgaria.

Gli Stati Uniti hanno capito questo problema e da diverso tempo tentennano. Essi stessi sono provati al loro interno da divisioni politiche sul ruolo della Nato e di Washington per quanto riguarda il supporto a Kiev. Ma adesso Joe Biden si trova a gestire due problemi. Da un lato l’arrivo delle elezioni di medio termine, un appuntamento che già sembra condannare il presidente a una storica debacle. Dall’altro, evitare che i cosiddetti “falchi” del blocco prendano il sopravvento proprio per non rimanere intrappolato in un conflitto che potrebbe durare molto, lacerando la fragile unità politica dimostrata in questi mesi dal sistema euro-atlantico. Per rimanere pienamente sul “trono” dell’Occidente, la Casa Bianca deve riuscire a trovare una quadra tra schieramenti interni al suo “impero” divisi su questioni esistenziali. E il termometro sarà proprio la possibilità che in Europa si torni a parlare di autonomia strategica e di iniziative Ue e non Nato. Sarà quello il momento esatto in cui si capirà che gli europei vorranno lanciare un segnale a Washington e dintorni per fermare nuove escalation economiche, diplomatiche e militari.

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