Mentre il massacro della popolazione palestinese ad opera delle forze armate israeliane prosegue senza sosta, dopo mesi di apparente indifferenza e di informazioni fallaci da Gaza, il mondo sta lentamente prendendo consapevolezza della gravità della situazione nella Striscia: non sono più “solo” i continui bombardamenti dell’Idf a uccidere decine di persone, ogni giorno, perfino quando si trovano in fila per le distribuzioni di aiuti alimentari, ma a Gaza si muore anche di fame e di sete, di malattie non curate, di infezioni, e a morire non sono solo i civili, ma anche moltissimi tra reporter e giornalisti.
Così nell’ultima settimana, tra tante iniziative, anche il mondo culturale – o almeno, parte di esso – ha deciso di prendere una posizione chiara e definitiva: i Massive Attack, che già in passato e più volte nel corso dei propri concerti hanno sollevato la questione del genocidio in corso a Gaza, hanno annunciato pubblicamente, attraverso alcuni post sui social, la creazione di una nuova associazione a difesa dei musicisti e degli artisti che sostengono la Palestina. Oltre alla storica band di Bristol, si sono uniti all’iniziativa anche i Fontaines D.C., i Kneecap e persino Brian Eno, creando un vero e proprio sindacato chiamato Ethical Syndicate Palestine.
Dopo il caso Bob Vylan, il mondo della musica risponde alla UK Lawyers for Israel
L’idea di questa nuova associazione è nata come risposta al progetto UK Lawyers for Israel che poche settimane fa aveva avviato una campagna mediatica denigratoria contro il duo punk Bob Vylan. I filmati del concerto di Glastonbury dei Bob Vylan avevano fatto il giro del mondo dopo che la band aveva pubblicamente insultato l’Idf e le loro azioni criminali contro la popolazione palestinese, a seguito di cui era stata accusata proprio dalla UK Lawyers for Israel association, oltre che da molti media mainstream britannici, di sostenere il terrorismo.
Tuttavia, i Bob Vylan, che hanno subito una campagna diffamatoria e un vero e proprio boicottaggio, non sono gli unici artisti ad essere stati intimidi per aver voluto sostenere pubblicamente la Palestina: un altro evento che ha fatto moltissimo discutere solo lo scorso weekend è stato lo spettacolo teatrale Il trovatore di Giuseppe Verdi, in scena alla Royal Opera House di Londra sabato 19 luglio, durante cui uno degli artisti in scena ha “osato” esibire una bandiera palestinese, al che, in risposta, il direttore del prestigioso teatro ha reagito cercando di strappare la bandiera, sotto gli occhi degli spettatori increduli e scioccati. Un evento grottesco e imbarazzante, ripreso anche da alcuni smarphone, che è diventato virale sul web.
“Basta complicità con il genocidio e l’apartheid di Israele”
Proprio per questo i Massive Attack hanno voluto dare una risposta pubblica e collettiva: “Le scene a Gaza sono andate oltre ogni descrizione. Scriviamo come artisti che hanno scelto di usare le piattaforme pubbliche per denunciare il genocidio in atto e il ruolo del governo britannico nel facilitarlo” hanno scritto in un lungo post su Instagram, chiedendo al governo britannico di “smettere di essere complice con il genocidio e l’apartheid di Israele”. Un messaggio condiviso via Instagram anche da Brian Eno.

Dopo il recente concerto “Non in mio nome” di Roma dello scorso 28 giugno, in cui Mannarino, Gemitaiz, assieme a Moni Ovadia, Sigfrido Ranucci, Rula Jebreal e molti altri musicisti, giornalisti e personaggi del mondo dello spettacolo hanno dichiarato il proprio sostegno alla Palestina in Italia, un’importante presa di coscienza e un atto di solidarietà e lotta anche a livello internazionale: la musica, l’arte e la cultura non sono indifferenti.

