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La Cina di Xi Jinping ha una vocazione di potenza internazionale. Ma questa vocazione di potenza verso l’esterno deve necessariamente passare per una struttura interna che permetta al governo cinese di potersi espandere senza preoccupazioni per la stabilità nazionale. Nonostante Pechino dia sempre una visione quasi atarassica della propria società, con un’opposizione al sistema del Partito praticamente nulla e una società molto rigida, in realtà i problemi di questa Cina stanno fuoriuscendo. E pur se non esplosi del tutto in maniera fragorosa, rappresentano comunque piccole ferite a un’immagine di potenza quasi atarassica imposta dalle ultime amministrazioni. Due in particolari le regioni cinesi che destano più preoccupazione: Tibet e Xinjiang. Per quanto riguarda il Tibet, inutile qui ripercorrere i motivi delle frizioni politiche fra la regione, la sua popolazione e il governo centrale di Pechino. Sta di fatto che, in tutti questi decenni dalla conquista del Tibet ad opera dell’Esercito di liberazione cinese, Pechino e il Partito comunista non sono riusciti nell’intento di sradicare dal territorio tibetano il senso di ribellione nei confronti dell’autorità centrale cinese. E continuano a sussistere enormi differenze sociali ed economiche fra la Cina voluta dalle amministrazioni comuniste e il Tibet, legato ancora a una visione antica (arcaica per il governo cinese) della propria esistenza che si contrappone alla modernizzazione a tappe forzate della regione e all’inevitabile eradicazione del tessuto tradizionale. Un problema divenuto nel tempo anche di ordine pubblico, con rivolte sedate a fatica e con violenza da parte delle forze di sicurezza nazionali.

Lo Xinjiang è per la Cina un problema simile a quello del Tibet ma che rappresenta un pericolo ancora più elevato per la sicurezza nazionale. Come il Tibet, lo Xinjiang è una regione strategicamente fondamentale, di confine, enorme e ricca di risorse. E a questo, si aggiunge una differenza culturale e sociale estremamente rilevante fra i desiderata cinesi e quelli delle popolazioni locali. La differenza però con il Tibet è che, per lo Xinjiang la differenza culturale è anche legata allo sviluppo del terrorismo di matrice islamica oltre che autonomista. L’etnia turcofona degli uiguri pratica, infatti, da secoli la religione musulmana, mescolando dunque le rivendicazioni territoriali a quelle di stampo culturale. Una guerra che, oltre a portare a una fortissima repressione da parte del governo centrale di Pechino, ha visto oggi anche l’ascesa del terrorismo islamico come minaccia globale che può interessare anche quella regione, e ne è testimonianza l’arrivo in Siria e Iraq di centinaia, se non migliaia, di cittadini turcofoni dello Xinjiang.

A fronte di questi problemi di ordine interno, la Cina ha deciso di partire dalle radici sociali del problema: l’educazione. Così, il governo centrale ha pubblicato un piano per inviare più di 10mila insegnanti da tutta la Cina verso le due regioni del Tibet e dello Xinjiang. Secondo il tabloid del Partito, il Global Times, lo scopo di questi nuovi insegnanti sarà quello di “formare insegnanti locali e contribuire a migliorare la qualità dell’istruzione locale”. Il primo gruppo di 4mila insegnanti verrà inviato in Tibet e nello Xinjiang nella primavera del 2018. Ogni gruppo rimarrà nelle regioni per circa 18 mesi. Il ministero dell’Educazione, ha riferito che gli insegnanti “garantiranno una solida salvaguardia allo sviluppo economico sociale e alla pace in Tibet e nello Xinjiang e promuoveranno costruttori e successori qualificati alla causa del socialismo”.

“Mandare insegnanti esperti in Tibet e nello Xinjiang potrebbe contribuire a migliorare la filosofia educativa delle scuole locali”, ha detto lunedì al Global Times Chu Zhaohui, ricercatore dell’Istituto Nazionale di Scienze dell’Educazione. Secondo il ricercatore, l’obiettivo sarebbe quello di migliorare la qualità dell’educazione troppo incentrata sul superamento dell’esame e meno sulla qualità della complessiva educazione dell’allievo. Ma è del tutto evidente che il motivo di questo invio di insegnanti non possa essere rintracciato in questo problema. Gli insegnanti saranno selezionati da scuole elementari e superiori di città come Pechino, Tianjin e in province della Cina orientale. Quindi quanto di più distante, anche geograficamente, dalla cultura tibetana o uigura. Le linee-guida del ministero dell’Educazione prevedono che entro il 2020 saranno circa 30mila gli insegnanti di altre aree della Cina inviati a lavorare in Tibet e nello Xinjiang, sostituendo oltre il 90% degli insegnanti di scienze locali, con lo scopo di offrire “maggiori opportunità di istruzione superiore agli studenti provenienti da aree etniche”. Per molti una mossa di Pechino di sradicare le resistenza locali contro la politica del governo di Xi Jinping, per altri un annuncio di modernizzazione. Una scelta che comunque imporrà la centralizzazione e nazionalizzazione del sistema educativo e quindi, in futuro, di una generazione di ragazzi ancora più solidamente legati alle scelte politiche di Pechino e senza un radicamento ben definito con il territorio d’appartenenza.