Nel giugno 2018 i riflettori erano puntati su Kim Jong Un. Il giovane leader, pronto a stringere la mano di Donald Trump nello storico vertice di Singapore, si accingeva a diventare il primo presidente della Corea del Nord a incontrare un presidente degli Stati Uniti dalla fine della Guerra di Corea. A due anni di distanza dal “summit del secolo”, le luci della ribalta si sono spostate su Kim Yo Jong, sorella di Kim e sempre più nel cuore della politica nordcoreana.

Riavvolgiamo brevemente il nastro: lo scorso mese, quando di Kim Jong Un si erano perse le tracce, erano emerse voci, non confermate, sul presunto deterioramento delle condizioni di salute del Grande Maresciallo. Secondo alcuni Kim Jong Un si trovava in stato vegetativo, mentre per altri era addirittura morto. Proprio in quei giorni, gli esperti hanno iniziato a fare ipotesi su un possibile cambio di leadership: se Kim sta male o è morto, chi avrebbe preso il suo posto? È qui che il nome di Kim Yo Jong ha iniziato ad apparire nelle pagine dei giornali di tutto il mondo.

In realtà, dopo tre settimane di assenza, Kim è riapparso in pubblico il primo maggio per inaugurare una fabbrica di fertilizzanti. Dopo altre tre settimane di vuoto, ecco nuovamente il presidente, a fine mese, presiedere una riunione della Commissione centrale militare del Partito dei Lavoratori. Tutto rientrato? A prima vista sembrerebbe di sì. Eppure, dal summit Trump-Kim a oggi, al netto delle varie indiscrezioni, è impossibile non soffermarsi su un aspetto che potrebbe determinare le prossime mosse di Pyongyang.

Il ruolo di Miss Kim

Kim Yo Jong, è uscita dall’ombra e ha ora un ruolo sempre più importante all’interno del sistema politico del Paese. Miss Kim è attivissima e, in particolare, appare sempre più spesso al centro delle politiche intercoreane. Secondo quanto riferisce Nk News, pare che dietro all’inasprimento dei rapporti tra Corea del Nord e Corea del Sud, culminato con la decisione da parte di Pyongyang di tagliare tutte le linee di comunicazione con le autorità sudcoreane, a partire dal mezzogiorno del 9 giugno, ci sarebbe proprio la sorella dell’attuale leader nordcoreano.

Non solo: la giovane donna starebbe anche cavalcando, con dovizia, la campagna di feroci proteste, contro i dissidenti fuggiti a Seul e la stessa Corea del Sud, che stanno attraversando il Paese. Il casus belli? Tutto è iniziato il mese scorso, con il lancio, oltre il 38esimo parallelo, di palloni aerostatici provenienti dal territorio sudcoreano e contenenti volantini di propaganda “anti-regime”. “Queste misure costituiscono il primo effetto concreto della decisione di interrompere completamente tutte le linee di contatto con la Corea del Sud, ed eliminare tutto il superfluo”, ha spiegato l’agenzia di stampa ufficiale nordcoreana Korean Central News Agency.

La decisione di interrompere le comunicazioni con Seul sarebbe stata assunta l’8 giugno, nel corso di un incontro presieduto da Miss Kim e dal vicepresidente del Partito dei Lavoratori, Kim Yong-chol. Stando a quanto riportato dal ministero dell’Unificazione sudcoreano, la Corea del Nord ha ignorato, nello stesso giorno, per la prima volta dall’apertura nel 2018 dell’ufficio congiunto a Kaesong, la chiamata giornaliera dell’ufficio di collegamento sudcoreano.

La mossa di Pyongyang

Il ruolo di primo piano giocato da Miss Kim è stato rilanciato dagli stessi media nordcoreani. La sorella di Kim Jong Un ha infatti firmato, lo scorso 4 giugno, una nota ufficiale nella quale ha condannato duramente le campagne di volantinaggio contro la Corea del Nord, e avvertito che la riconciliazione e il dialogo intercoreani non potranno mai conciliarsi con tali attività. “Le autorità sudcoreane dovranno pagare un prezzo pesante, se lasceranno che la situazione prosegua accampando scuse”, recita la nota, rilanciata dalla Kcna.

Nella stessa nota, Kim Yo Jong è arrivata a minacciare “la chiusura completa del già desolato parco industriale di Kaesong, in aggiunta al blocco già decretato alle visite turistiche del monte Kumgang. O la chiusura dell’ufficio di collegamento Nord-Sud, la cui esistenza costituisce per noi soltanto un problema, o il ritiro dall’accordo militare (per la deescalation) tra Nord e Sud, che si è rivelato di scarsissimo valore”.

A far precipitare i rapporti tra le due Coree è stata l’attività di volantinaggio portata avanti dall’associazione privata “Fighters for a Free North Korea” (“Combattenti per una Corea del Nord libera”, Ffnk). La decisione di Pyongyang è giunta come un fulmine a ciel sereno per l’amministrazione del presidente sudcoreano Moon Jae In, che dopo la netta vittoria alle elezioni parlamentari dello scorso 15 aprile contava di rilanciare il dialogo inter-coreano in stallo da oltre un anno, grazie anche ad una maggioranza parlamentare più solida e coesa.

Scacco matto a Seul

Kim Yo Jong è insomma riuscita, con una mossa brillante, a mettere Moon di fronte a una scelta complicata tra due opzioni delicatissime. Da un lato, respingere alla stregua di intromissioni nella politica domestica le richieste di Pyongyang, e minacciare così di vanificare tutti i progressi diplomatici conseguiti nel 2018; dall’altro, cedere alle richieste del Nord, imponendo alla società civile sudcoreana divieti in potenziale contrasto con i diritti e le garanzie sancite dalla Costituzione, e col rischio di innescare una dura reazione politica e civile sul piano domestico. Nelle scorse ore, l’amministrazione Moon pare aver scelto la seconda opzione, a dispetto delle critiche immediatamente piovute sull’esecutivo, accusato di piegarsi alle imposizioni di una “dittatura”.

In mezzo a tutto questo, in Corea del Nord, si segnalano imponenti manifestazioni di massa contro i dissidenti in stanza a Seul. Come ha sottolineato l’agenzia Askanews, il responsabile dei rapporti intercoreani, Kim Yong Chol, ha pubblicato sul quotidiano Rodong Sinmun un duro attacco nei confronti dei rifugiati nordcoreani fuggiti in Corea del Sud, definiti “immondizia”. Le immagini del telegiornale nordcoreano mostrano immagini inequivocabili. Le masse, riunite in varie piazze del Paese e munite di mascherina, intonano slogan chiari: “Distruggiamo i traditori della nazione, gli scarti umani dei disertori della Corea del Nord”. E poi, sempre in coro, invocano di “punire” i disertori.

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