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Miliardi di dollari per incentivare efficaci politiche sulle energie rinnovabili, innovazioni per rafforzare la sicurezza energetica, affrontando anche il tema del cambiamento climatico, e nuovi stimoli per frenare l’inflazione riducendo il deficit. Lo scorso 16 agosto, il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha convertito in legge l’Inflation Reduction Act (IRA). Il provvedimento, come InsideOver aveva anticipato, avrà inevitabili ripercussioni sulla politica estera di Washington e sulle sue catene di approvvigionamento globali.

Ad esempio, includendo crediti d’imposta fino a 7.500 euro per gli acquisti di veicoli elettrici realizzati nel Nord America, l’IRA ha provocato un piccato risentimento della Corea del Sud, in quanto la decisione Usa rischia seriamente di svantaggiare i principali marchi sudcoreani automobilistici, come Kia e Hyundai, che non hanno impianti di veicoli elettrici operativi sul territorio statunitense. Reazioni del genere potrebbero arrivare da altri Paesi, e anche in relazione ad altri settori, oltre all’automotive.

Puntando sull’IRA, appare evidente come gli Stati Uniti intendano correre qualsiasi rischio, pur di recuperare terreno nella corsa al controllo della catena dei minerali critici e di altre risorse altamente strategiche. Anche perché, se Biden vuole davvero puntare sulle tecnologie green, è fondamentale che il governo statunitense riesca prima a controllare al più presto le risorse chiave dalle quali dipendono le suddette tecnologie.

Come ha sottolineato Foreign Policy, per la prima volta la politica Usa ha legato direttamente la fornitura di minerali poco noti a un massiccio cambio di paradigma del mercato automobilistico. L’IRA, infatti, è stato calibrato per puntare ad un aumento della fornitura interna degli Stati Uniti di quei minerali critici – come nichel, manganese, litio e grafite – impiegati per espandere i veicoli elettrici, le batterie e infrastrutture per la produzione di energia rinnovabile.

All’orizzonte c’è tuttavia un problema non da poco: i mercati di questi materiali sono diversificati, globali ma, soprattutto, dominati per lo più dalla Cina. Si rischia, dunque, uno scontro tra Washington e Pechino per il loro controllo? Al momento no. Ma la competizione sino-americana diventerà ancora più accanita, coinvolgendo ulteriormente questa dimensione. In ogni caso, così come Biden teme che il Dragone possa conquistare la fetta più grande della torta, allo stesso tempo Xi Jinping è preoccupato per le mosse americane.

L’importanza dell’Inflation Reduction Act

Scendendo nei dettagli, l’IRA risponde a tre obiettivi tra loro concatenati. Il primo: accelerare la transizione energetica verso tecnologie low carbon, come più volte promesso dall’amministrazione Biden. Il secondo: incoraggiare la produzione nazionale di prodotti e materiali strategici. Il terzo: migliorare la sicurezza energetica degli Stati Uniti, riducendo così la dipendenza di Washington dalle forniture estere di minerali e risorse chiave per sostenere la transizione energetica.

Detto altrimenti, Biden vuole raggiungere il traguardo senza essere vincolato a soggetti terzi, tanto meno alla rivalissima Cina. Abbiamo parlato dei crediti d’imposta sui veicoli elettrici. Ebbene, questi si applicheranno soltanto se i materiali usati per costruire quei veicoli proverranno dal territorio statunitense o, in alternativa, da Paesi con i quali gli Usa hanno accordi di libero scambio.

Perché la Cina è un problema

Ci sono tre settori chiave da analizzare, in relazione ai rapporti che gli Stati Uniti dovranno stringere o rafforzare con nazioni esterne. Il primo settore comprende i produttori di materie prime. Cile e Australia producono insieme il 70% del litio mondiale. Stiamo parlando di un minerale necessario per realizzare le batterie per i veicoli elettrici. La Repubblica Democratica del Congo, invece, fornisce circa il 70% del cobalto globale. E ancora: l’Indonesia fornisce circa il 30% del nichel, mentre Cile e Perù dominano nella produzione di rame con il 40% della quota globale.

La Cina, pur essendo la sesta produttrice al mondo di nichel e la terza di rame, controlla gli altri due settori: il mercato della raffinazione intermedia dei minerali e la loro produzione avanzata “a valle”. Pechino non si è ritrovata in questa posizione per caso. Negli ultimi decenni, il Dragone ha messo in fila una serie di politiche e investimenti che hanno consentito al Paese di fornire all’estero prodotti finiti a basso costo e, al contempo, rifornire il proprio mercato interno in espansione.

Uno studio della Brookings Institution ha evidenziato come la Cina raffini il 68% del nichel mondiale, il 40% del suo rame, il 59% del suo litio e il 73% del suo cobalto. La Cina detiene inoltre il 78% della capacità produttiva mondiale di batterie per veicoli elettrici, la maggior parte della produzione mondiale di pannelli solari e tre quarti delle fabbriche mondiali di batterie agli ioni di litio. In altre parole, chi vuole raggiungere la transizione energetica deve, gioco forza, passare da Pechino. Il problema si complica enormemente se i rapporti tra un determinato Paese e la Cina sono ai minimi termini. Proprio come nel caso degli Stati Uniti.

Washington, al contrario del gigante asiatico, ha numeri al ribasso. La quota degli Stati Uniti nel mercato del litio a monte è passata dal 27% nel 1996 all’1% nel 2020. Al momento c’è una sola miniera funzionante sul suolo statunitense, nella Clayton Valley, in Nevada. Certo, il governo statunitense ha investito nella produzione di nuove batterie al litio, ma, per fare un confronto, nel 2020 la capacità Usa era di 44 gigawattora contro i 558 gigawattora della Cina.

Strada in salita

Gli Stati Uniti devono invertire la tendenza e l’approvazione dell’IRA è un segnale emblematico. Per farlo, Washington è chiamata a percorrere una strada in salita. Basta dare uno sguardo ad alcuni dati. La domanda di veicoli elettrici all’interno del Paese è aumentata in modo significativo, e le registrazioni sono aumentate del 60% su base annua nel primo trimestre del 2022. Le previsioni dicono che il mercato dei veicoli elettrici dovrebbe passare dai 24 miliardi di dollari del 2020 ai 137,43 miliardi entro il 2028. Il settore privato è pronto a far partire 13 nuove gigafactory per la produzione di batterie agli ioni di litio entro il 2025, ma servirà uno sforzo ben maggiore per tenere il passo della Cina, o meglio ancora, superarla.

Sul fronte delle Terre Rare, dobbiamo segnalare sforzi interni in corso in Stati tra cui Wyoming, Texas e California. Secondo quanto riportato da Cnbc, MP Materials, azienda con sede a Las Vegas, sta gareggiando per ripristinare la catena di approvvigionamento nazionale di Terre Rare, e sta puntando sul neodimio-praseodimio, con la speranza di diventare il produttore con il costo più basso. Un altro attore chiave che potrebbe risollevare le sorti degli Usa è Lynas Corporation, uno dei più grandi trasformatori di Terre Rare al di fuori della Cina. La compagnia mineraria australiana, che gestisce un impianto di separazione in Malesia, ha recentemente ricevuto 30,4 milioni di dollari di finanziamento dal Pentagono per costruire un impianto di lavorazione di terre rare leggere in Texas. Ha inoltre ottenuto un altro contratto, in collaborazione con Blue Line Corp., anch’essa con sede in Texas, per costruire un pesante impianto di separazione delle terre rare. La strada per blindare la sicurezza energetica resta tuttavia irta di ostacoli.

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