Alcune fra le più importanti aziende elettroniche della Cina hanno boicottato l’ultimo Consumer Eletronic Show (Ces), il più importante salone dell’elettronica di consumo al mondo. L’evento era in programma a Las Vegas a inizio mese, dall’8 all’11 gennaio. Di solito i brand cinesi sfruttavano al meglio il palcoscenico per farsi conoscere dal pubblico occidentale. Ma questa volta ci sono state novità inattese.

Il boicottaggio cinese

Gli espositori cinesi presenti al Ces sono calati del 20-25% rispetto all’edizione del 2018. Gli organizzatori ne avevano stimati 1551, invece si sono presentati in 1211. E pensare che fino a non molto tempo fa questo salone era denominato China Eletronics Shows proprio per l’alto numero di stand provenienti oltre muraglia. Giusto per fare un esempio, non sono andati a Las Vegas né XiaomiZte . Il primo è un fabbricante di smartphone che sta lentamente prendendo piede anche alle nostre latitudini. Il secondo produce dispositivi e sistemi di comunicazione e, tra l’altro, recentemente ha rimediato una multa da Washington per aver violato l’embargo americano contro l’Iran.

Il Dragone cambia strategia

Tra gli stand c’era invece Huawei. L’azienda non ha inviato dirigenti e si è limitata alla presenza minima e indispensabile. Il motivo? Il rischio di possibili arresti dopo il fermo della direttrice finanziaria del brand, avvenuto lo scorso dicembre in Canada. Presenti alla kermesse anche Alibaba, JD.com, Lenovo, Hisense, Baidu, Dji e Tcl. La politica economica di Trump mira al contenimento della Cina, anche con azioni dirette come i dazi. Per questo le aziende cinesi stanno piano piano rivedendo le loro strategie. Andare al Ces, per le compagnie cinesi, rappresenta un modo per trovare partner, distributori e rivenditori. Ma se l’atteggiamento di Washington è ostile, Pechino si adegua.

L’effetto dei dazi

La giustificazione ufficiale degli organizzatori del Ces sul calo dei cinesi non riguarda la politica. Semplicemente – affermano i vertici del salone. Quest’anno sono stati attribuiti stand più grandi. Da qui la diminuzione delle postazioni che offrono gadget “leggeri”, come cover e simili. La spiegazione reale è però ben diversa. Perché mai un’azienda cinese deve portare all’esposizione un prototipo sul quale dovrà pagare un dazio pari al 25% del suo valore? Giovani imprese e start up non trovano convenienza.

Il boomerang colpisce Washington (e tutto il resto del mondo)

L’effetto della guerra dei dazi, se Trump e Xi Jinping non riusciranno a trovare un accordo entro marzo, per Washington potrebbe essere un boomerang. Apple è soltanto una tra le più famose compagnie che fabbrica i propri device in Cina. Con ulteriori dazi la Mela vedrà un’impennata nei prezzi per le forniture dei suoi apparecchi. E come lei si troveranno in questa condizione molte altre aziende americane.