In un mondo normale lo avremmo definito buonsenso. Ma l’Unione Europea odierna conosce logiche a sè stante. E così Bruxelles si ritrova imbarazzata di fronte alla mossa della Germania di Angela Merkel, che ha pensato bene di negoziare a parte la fornitura di circa 30 milioni di dosi del vaccino Pfizer-Biontech che ha contribuito a sviluppare con i propri aiuti a fondo perduto.

Tecnicamente, però, la Commissione avrebbe centralizzato l’intero processo di acquisto e fornitura di vaccini ai Paesi dell’Ue, vietando agli Stati membri di concludere accordi bilaterali con produttori già contattati da Bruxelles. “Il governo federale ha dichiarato oggi di aspettarsi ben 90 milioni di dosi del vaccino Pfizer”, scrive l’Huffington Post, “e senza tener conto di quelle (altre 55 milioni) che arriveranno con l’accordo annunciato oggi dalla Commissione”, che ha negoziato l’acquisto di ulteriori 300 milioni di dosi. 30 di questi milioni sono quelli acquistati a parte, come detto, nel quadro di un’iniziativa che vede Berlino tesa anche a intensificare la produzione del vaccino Pfizer/BioNTech sul territorio nazionale. La conferma arriva poi dal portavoce del ministero degli Esteri tedesco, Hanno Kautz che ha dichiarato che Berlino “riceverà circa 60 milioni di dosi di vaccino da BioNTech da contratti dell’Ue e 30 milioni da contratti o accordi bilaterali. In totale, 90 milioni quest’anno. Ciò è stato fatto indipendentemente dagli accordi dell’Ue”.

Ursula von der Leyen, ex delfino designato della Merkel, e la Commissione non hanno battuto ciglio, per quanto la Germania abbia dichiaratamente soprasseduto alle regole europee in materia. Ma la forza politica in Europa sta nella possibilità di permettersi i doppi standard: e se vale per le regole dei surplus commerciali e per il salvataggio delle banche in regime ordinario, Berlino ha pensato bene che ciò possa valere a maggior ragione in fase di pandemia.

Formalmente, un Paese desideroso di procedere autonomamente con la fornitura vaccinale dovrebbe ritirarsi dalle clausole europee che prevedono la distribuzione pro quota in base alla popolazione dei vaccini acquistati da Bruxelles. Il ministero della Salute tedesco annuncia di aver acquistato le dosi dal consorzio Pfizer-Biontech l’8 settembre scorso, un giorno prima della firma dell’accordo sulle 200 milioni di dosi comprate dalla Commissione, mentre altre clausole a parte legherebbero Berlino e CureVac.

In questo contesto, la Germania ha agito da doppiogiochista nel momento in cui da presidente Ue era garante degli equilibri comunitari e dopo un anno in cui la sua centralità negoziale, amplificata dal controllo di suoi uomini su diverse istituzioni (Commissione, Mes, Bei) si è amplificata enormemente. “Dalla Commissione”, prosegue l’Huffington, non è “arrivato nessun chiarimento riguardo al comportamento della Germania sui vaccini extra”. Alle domande sulla affare tedesco, infatti, “il portavoce Eric Mamer ha evitato di dare spiegazioni, alimentando non pochi dubbi sulla parzialità della Commissione Europea”. Al contempo la stampa tedesca è in rivolta contro l’Ue, sottolineando che la Commissione abbia ridotto gli acquisti del vaccino Pfizer per non danneggiare la francese Sanofi, più indietro sul suo antidoto.

La mossa tedesca è sicuramente anomala ma politicamente giustificabile. Machiavellicamente parlando, possiamo dire che la Germania è il principe d’Europa, la nazione che decide di per sè le regole su cosa è giusto e cosa è sbagliato fare nel Vecchio Continente. L’arbitro degli equilibri politici gioca per sua natura al di fuori delle regole che contribuisce a plasmare. E nei momenti di massima emergenza si vede come queste regole non siano spesso determinanti della “giustizia” ma garanzie di rendite di posizione o equilibri di potere.

E quest’anno è sempre stato così, come ha recentemente sottolineato ai nostri microfoni l’eurodeputato Carlo Fidanza, che ha ricordato come anche sugli aiuti economici la Germania, favorendo il superamento dell’austerità, ha di fatto in primo luogo puntato a rafforzare la sua presa sul Vecchio Continente. Moralmente la mossa della Merkel non è certamente corretta, ma chi ha la forza politica di ricordare alla Germania questa ipocrisia? Chi l’aveva quando Berlino condannava l’Europa all’austerità? Chi poteva opporsi quando Berlino violava i surplus di bilancio o costruiva a suo piacimento le regole degli aiuti di Stato? Nessuno, ça va sans dire.

Sui vaccini è la stessa cosa e, anzi, in questo caso Berlino ricorda che in Ue non c’è penuria di dosi e, anzi, che la violazione stessa delle regole comunitarie non è disastrosa per le forniture regolari al resto dei Paesi. A esser problematica è una clausola che dovrebbe valere per quei Paesi meno popolosi e tutelati, cui andrebbe garantita la fornitura regolare, ma che rischia paradossalmente di penalizzare chi il vaccino ha contribuito a svilupparlo con fondi e capitale umano proprio. Sulla ricerca di coerenza da parte dell’Unione Europea, poi, sappiamo che equivarrebbe a cercare l’ago in un pagliaio: il fatto che Commissione e altri apparati non battano ciglio con Berlino, dopo quello che è successo in questi anni, non ci stupisce nemmeno più.

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