Un accordo per rianimare il Venezuela e il supporto, mai cessato, all’Iran. La Cina mira a destabilizzare la strategia portata avanti dagli Stati Uniti contro Caracas e Teheran, giocando una partita su due tavoli. Nel primo, l’obiettivo di Pechino è evitare che il governo iraniano imploda, strozzato dalle sanzioni economiche americane che gli vietano ogni esportazione petrolifera. Nel secondo tavolo la partita è molto simile, c’entra sempre il petrolio e il fine ultimo del Dragone è identico: mantenere in vita un nemico degli Usa, in questo caso il disastrato Venezuela di Nicolas Maduro.

Il Dragone rianima Caracas

Una società cinese di proprietà dello Stato ha avviato un progetto di espansione con una joint venture petrolifera venezuelana per aumentare la produzione di petrolio a 165mila barili al giorno dagli attuali 110mila. Lo ha annunciato Maduro e lo ha rilanciato Reuters, che ha poi approfondito i termini dell’accordo. I soggetti coinvolti sono la Sinovensa, che risponde alla consociata Pdvsa venezuelana Petroleum Corp (Cvp), e China National Petroleum Corp (Cnpc). Da ricordare che un anno fa il governo venezuelano ha venduto a Cnpc una quota pari al 9,9% di Sinovensa; i cinesi ne detengono così il 49%, mentre il resto rimane al Pdvsa. Per ricavare grezzo miscelato, molto apprezzato in Asia, l’operazione prevede il mescolamento di greggio Orinoco extra pesante con altro olio più leggero, così da produrre Merey di media qualità. Maduro ha ringraziato la Cina “per tutto questo sforzo e tutta questa cooperazione”, ignorando probabilmente che Pechino è mossa soltanto da un chiaro movente economico e geopolitico da utilizzare in chiave anti Usa.

L’Iran continua a vendere petrolio a Pechino

Ancora più decisive ai fini strategici di Pechino sono le intense relazioni commerciali che legano Cina e Iran. Nonostante le durissime sanzioni americane, che impedirebbero a Teheran di vendere petrolio, Pechino continua ad acquistare greggio iraniano, infischiandosene dei divieti statunitensi. Nei mesi di giugno e luglio, secondo alcune rilevazioni, l’Iran avrebbe scaricato in Cina tra i 4,4 e gli 11 milioni di barili, cioè una cifra compresa tra i 142mila e i 360mila barili giornalieri. Questo flusso ininterrotto vanifica gli sforzi di Donald Trump per stroncare definitivamente l’economia iraniana, che rimane in vita grazie al salvagente gentilmente concesso da Pechino e pochi altri alleati. Infatti, tra il 50 e il 70% delle esportazioni petrolifere di Teheran finirebbero nelle casse cinesi, mentre il 30% in quelle della Siria.

Gli interessi della Cina

La situazione è complessa perché, stando alle regole del diritto internazionale, la Cina dovrebbe rispettare le sanzioni che pendono sull’Iran e sul Venezuela e non intrattenere alcun rapporto commerciale con questi paesi. Gli interessi geopolitici e commerciali spingono tuttavia Pechino ad attivarsi per rianimare le economie di due governi che possono essere usati per creare problemi a Washington. Pochi giorni fa, Trump ha scelto di usare il pugno duro contro il Venezuela, imponendo l’embargo totale a Caracas. Una mossa, questa, che colloca lo stato venezuelano al pari dell’Iran e di altri acerrimi nemici statunitensi, fra cui Corea del Nord, Cuba e Siria. Ma la Cina non ha intenzione di permettere che il piano della Casa Bianca vada a buon fine. E così il Dragone ha attivato i suoi canali commerciali; ossigeno puro per i polmoni di Iran e Venezuela.