Una campagna globale composta da più step, partita in estate con i primi test clinici e le prime dosi somministrate, e in procinto di entrare nel vivo con la commercializzazione su larga scala dei vaccini anti coronavirus. È questo il piano studiato dalla Cina per offrire ai suoi cittadini, e al mondo intero, gli antidoti realizzati oltre la Muraglia appositamente per sconfiggere la Sars-CoV-2. Partiamo dall’inizio. Lo scorso 29 febbraio, ad appena due mesi dallo scoppio dell’epidemia di Wuhan, la signora Chen Wei, virologa cinese considerata in patria una sorta di eroina nazionale, ricevette le prime dosi di un vaccino sperimentale anti Covid-19. Assieme a lei, di fronte a una bandiera del Partito Comunista cinese (PCC), erano presenti anche sei scienziati militari del suo team.
Miss Chen decise di aiutare la società farmaceutica CanSino Biologics a testare i suoi antidoti ricoprendo i panni della “cavia umana”. Nessun media di Stato cinese seguì quella notizia, che invece trovò un certo seguito sui social media. Anzi: il People’s Daily, il principale quotidiano del PCC, bollò come fake news le immagini della signora Chen nell’atto di vaccinarsi. Eppure Hou Li Hua, un ricercatore impegnato al progetto del vaccino cinese, sostiene che quella fosse una notizia vera. In ogni caso, una volta fotografato il primo step, arriviamo al presente.
CanSino e altre due società cinesi (Sinopharm e Sinovac: la prima di proprietà del governo, l’altra impegnata a lavorare a stretto contatto con l’agenzia governativa di regolamentazione) stanno investendo ingenti risorse testando ben quattro vaccini su migliaia di volontari in tutto il mondo. Non solo: in Cina, dall’estate, alcune categorie di persone (ad esempio coloro che lavorano oltre confine) possono scegliere di somministrarsi un vaccino sperimentale. Il governo centrale non ha ancora dato il via libera su larga scala, ma varie amministrazioni locali hanno ricevuto il semaforo verde per l’utilizzo emergenziale del siero.
Amici e accordi
Come ha sottolineato una lunga inchiesta apparsa sulla rivista Science, tra poche settimane – o addirittura giorni – arriveranno i risultati degli ultimi test sull’efficacia dei vaccini cinesi. A quel punto i sieri di Pechino finiranno sul mercato e potranno essere utilizzati da chiunque (non sono tuttavia ancora chiare le modalità). Nel frattempo, alcuni dei Paesi che avevano stretto accordi per acquistare lotti del vaccino cinese, hanno annunciato risultati incoraggianti in seguito a test effettuati su quegli stessi medicinali (è il caso degli Emirati Arabi Uniti). Ricordiamo che gli sviluppatori cinesi hanno negoziato accordi con 14 Paesi sparsi in cinque continenti.
Ma non è finita qui perché, non avendo alcun bisogno urgente di vaccinare i suoi abitanti – il virus, in Cina, ha smesso di circolare da mesi -, Pechino sta promettendo di inviare qualsiasi vaccino testato ai Paesi che stanno conducendo (o hanno condotto) le prove di quegli stessi sieri. Detto altrimenti, il Dragone può permettersi il lusso di usare il Santo Graal del vaccino per promuovere una vera e propria diplomazia con la quale conseguire una serie di obiettivi nella propria politica estera.
La “diplomazia del vaccino” cinese è in netto contrasto con l’operazione Warp Speed statunitense che, al contrario, incarna una sorta di “nazionalismo del vaccino”. In altre parole, Pechino punta a riempire il vuoto lasciato dagli Stati Uniti anche in materia sanitaria. “Un obiettivo strategico del governo cinese coincide con il raggiungimento di un’influenza egemonica nella bioeconomia entro il prossimo decennio”, ha sottolineato Stephen Morrison, direttore del Global Health Policy Center presso il Center for Strategic & International Studies.
Una scommessa sicura
I governi di mezzo mondo sognano di poter dire ai propri cittadini di avere tra le mani un vaccino anti Covid pronto all’uso. La Cina intende trarre profitto da una situazione del genere: il gigante asiatico, non a caso, offre un vaccino da sperimentare ai Paesi meno avanzati e con più contagi, chiedendo in cambio relazioni diplomatiche più rafforzate (e risultati clinici pronti all’uso). Lo stato di San Paolo, in Brasile, a settembre ha speso 90 milioni di dollari per accaparrarsi 46 milioni di dosi del vaccino prodotto da Sinovac. Nello stesso mese la Turchia ha lanciato una sperimentazione sull’efficacia del candidato Sinovac per 13mila persone.
I tre colossi farmaceutici cinesi hanno pianificato test (o sono attualmente in corso) in Indonesia, Messico, Pakistan, Arabia Saudita, Cile e Argentina. Altro che mistero e poca trasparenza: effettuare molteplici studi sui vaccini condotti all’estero è in realtà una strategia molto astuta. La stessa che consente a Pechino di annunciare dati sull’efficacia del proprio vaccino praticamente ogni giorno. Dulcis in fundo, qualora un vaccino made in China dovesse dimostrarsi sicuro e funzionale, quel siero potrebbe aiutare l’opinione pubblica a dimenticare sia che la pandemia è stata rilevata per la prima volta in Cina, sia la pessima risposta iniziale del governo cinese di fronte all’emergenza.