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Una battaglia per aiutare la comunità scientifica a ricostruire la vera storia del Sars-CoV-2, ma anche un chiaro tentativo per colpire la Cina là dove fa più male, nella sua immagine, mettendone in discussione l’affidabilità diplomatica in campo internazionale. Gli Stati Uniti hanno un duplice obiettivo da conseguire, e intendono farlo a stretto giro prima che sia troppo tardi.

Sulle origini del Covid-19 è ancora notte fonda. Le poche informazioni ottenute dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) non sono bastate a fare luce sulle tante zone d’ombra ancora presenti. Anzi, se possibile, l’ultimo report ufficiale diffuso dall’agenzia con sede a Ginevra ha contribuito ad alimentare dubbi, al punto che la teoria della fuga del virus dal laboratorio di Wuhan è tornata in auge. Merito, si fa per dire, di un report realizzato dall’intelligence americana e diffuso dai media statunitensi.

Tanto è bastato per cambiare nuovamente la narrazione sulla pandemia: da probabile e misteriosa zoonosi, avvenuta chissà dove e chissà come, a probabile incidente di laboratorio. Va da sé che, qualora dovessero arrivare conferme su quest’ultima ipotesi, la Cina ne uscirebbe con le ossa rotte. Sempre prendendo per buona la suddetta pista, poco importa se il governo centrale non era a conoscenza di quanto accaduto all’interno del Wuhan Institute of Virology (WIV) o se le autorità cinesi hanno dichiarato di essere state trasparenti: in un caso del genere l’opinione pubblica farà a fette Pechino.

Cosa rischia la Cina

Ad enunciare qual è il rischio più grande che corre la Cina è stato Jake Sullivan. Nel corso di un’intervista rilasciata a Fox News, come evidenziato da Bloomberg, il consigliere per la Sicurezza nazionale della Casa Bianca ha spiegato che Pechino potrebbe incorrere in un isolamento internazionale. L’unico modo che ha il Dragone per evitare un simile scenario consiste nel consentire un’indagine “reale” sul proprio territorio in merito alle origini del virus. Le affermazioni di Sullivan sono arrivate in un momento particolare, pochi giorni dopo un G7 nel quale gli Stati Uniti hanno etichettato la Cina come rivale sistemico per eccellenza delle democrazie occidentali.

Non solo: un mese fa Joe Biden ha ordinato all’intelligence Usa di raddoppiare gli sforzi per determinare da dove provenisse il virus. Tempo stimato per dare una risposta: 90 giorni. Da questo punto di vista Washington è stata chiarissima. Il suo obiettivo è mettere la Cina di fronte a “una scelta netta: o permetteranno, in modo responsabile, agli investigatori di fare il vero lavoro per capire da dove provenga questo, o affronteranno l’isolamento nella comunità internazionale”, ha dichiarato ancora Sullivan.

È oggettivamente difficile se non impossibile immaginare Pechino isolata dal resto del mondo, se non altro per i profondissimi legami economici e commerciali che uniscono l’ex Impero di Mezzo a moltissimi Paesi, non solo occidentali. In ogni caso, la pressione americana potrebbe danneggiare il volto gentile dell’ex Impero di Mezzo, trasformando il panda cinese in un Dragone non proprio docile.

La mossa di Washington

La Cina ha già respinto le accuse degli Stati Uniti, parlando di “ricatto” e “minaccia inaccettabile”. Zhao Lijian, portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, ha sottolineato come la Cina sia sempre stata “aperta e trasparente” e non abbia mai avuto alcuna riserva nel condividere l’esperienza di prevenzione e trattamento con altri Paesi. Il governo cinese ha inoltre ricevuto esperti dell’Oms per due volte sul proprio territorio.

Tutto questo, ovviamente, non può bastare agli Stati Uniti, i quali continueranno a mettere pressione sulla Cina in collaborazione con i loro alleati e partner. Fino a quando? “Fino a quando non arriveremo al fondo di come questo virus è venuto nel mondo e chi ne ha la responsabilità”, ha chiarito Sullivan. La strategia di Washington inizia quindi a delinearsi in tutta la sua interezza: spingere al limite sulla questione dell’origine del Covid, fare leva sul prevedibile muro cinese e convincere gli alleati in merito all’irresponsabilità di Pechino. A quel punto la Cina non sarà forse isolata nel vero senso della parola, ma perderà appeal agli occhi di molti partner. Almeno secondo il “piano” di Washington.