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Come abbiamo più volte spiegato, il confronto tra Stati Uniti e Cina è ormai un testa a testa totale che ha coinvolto ogni settore possibile e immaginabile. Il terreno di scontro tra americani e cinesi è vastissimo, e dal campo principale dell’economia si è spostato in periferia, anche se fa un certo effetto considerare periferici gli ambiti che stiamo per elencare. Già, perché la guerra dei dazi altro non è che una matriosca che ospita al suo interno tante altre piccole sotto guerre, fra cui il braccio di ferro sul 5g, sui big data, sui cavi sottomarini, sull’espansione del soft power, sull’intelligenza artificiale e tanto altro ancora. Tematiche altamente sensibili perché utilizzabili sia per finalità civili che militari. L’ultima fiammata che si è sollevata verso il cielo riguarda proprio l’intelligenza artificiale, il cui sviluppo forsennato da parte della Cina aveva già da tempo messo in allarme Washington.

La mossa di Washington

Approfittando della situazione nello Xinjiang, dove la Cina starebbe violando i diritti umani degli uiguri, la minoranza etnica cinese musulmana e turcofona, gli Stati Uniti sono pronti ad aggiungere 28 soggetti cinesi nella lista nera della Casa Bianca. L’accusa americana è semplice: tali società avrebbero contribuito in varie forme a facilitare le violazioni dei diritti umani nella regione offrendo le loro tecnologie a Pechino. Nella blacklist ci sono alcune tra le migliori società cinesi di intelligenza artificiale, che rischiano ora di subire lo stesso trattamento ricevuto da Huawei. All’alba della ripresa dei negoziati che potrebbe porre fine la Trade War, il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha dichiarato che “queste aziende sono implicate in violazioni dei diritti umani e abusi nell’attuazione della campagna di repressione cinese, detenzione arbitraria di massa e sorveglianza ad alta tecnologia contro uiguri, kazaki e altri membri della minoranza musulmana gruppi”. Implicito ma chiaro il riferimento allo Xinjiang.

La lista nera affossa l’intelligenza artificiale cinese?

La Cina ha più volte dichiarato di non stare attuando alcuna repressione. Pechino si è difesa dicendo che certe misure sono state prese per sradicare il terrorismo islamico da una zona complicata. Le spiegazioni cinesi non hanno mai convinto davvero la comunità internazionale, tanto meno gli Stati Uniti, che hanno così colto la palla al balzo per cercare di azzoppare uno dei settori tecnologici in cui la Cina è più all’avanguardia. Le suddette aziende adesso non possono più acquistare prodotti americani o importare tecnologia americana. Il ban coinvolgerà, non appena in vigore, 20 uffici governativi cinesi e otto aziende, fra cui Hikvision, uno dei più grandi produttori al mondo di prodotti di videosorveglianza basati sull’intelligenza artificiale, ma anche SenseTime Group Ltd e Megvii Technology Ltd. Così facendo gli Stati Uniti sperano di rallentare l’avanzata cinese in un ramo tecnologico strategico e al contempo di recuperare terreno.

I vantaggi della Cina

Lo scorso febbraio Trump aveva ordinato alla sua amministrazione di considerare l’intelligenza artificiale una delle priorità principali del Paese, perché il tycoon si era accorto che di questo passo la Cina avrebbe molto presto superato gli americani in gran parte degli ambiti tecnologici esistenti. Ma come ha fatto Pechino a insediare la leadership degli Stati Uniti in ambito dell’intelligenza artificiale? La Cina gode di almeno due vantaggi non da poco derivanti in parte dal proprio sistema politico. Prima di tutto il Dragone può contare su una popolazione numerosissima, di quasi 1,4 miliardi di persone: un campione enorme dal quale attingere informazioni vitali; in seconda battuta le aziende oltre la Muraglia non hanno alcun limite di privacy che impedisca loro di raccogliere dati. In un contesto del genere, la Cina è arrivata a insediare gli Stati Uniti.