Un’offerta che non si può rifiutare, o quantomeno, che non si può non prendere in considerazione. Gli Emirati Arabi Uniti si muovono per cercare di sganciare la Turchia dall’alleanza con il Qatar, utilizzando uno degli elementi che più fanno leva nel cuore di Erdogan: il movimento di Fetullah Gülen. Secondo quanto riportato dal quotidiano turco Yenicag, ripreso anche da altri media della regione, nelle ultime ore, un funzionario della diplomazia emiratina sarebbe arrivato in Turchia per offrire a Erdogan uno scambio: uno scambio di “terroristi”, secondo la definizione che danno i rispettivi Paesi interessati, Gli Emirati sarebbero disposti a consegnare alcuni appartenenti al movimento di Gülen residenti nel loro territorio, in cambio di nove membri della Fratellanza Musulmana presenti in Turchia.
Abdullah Sultan al Nuaimi, alto funzionario del Ministero degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti, era stato particolarmente chiaro negli ultimi giorni, confermando di essere a conoscenza della presenza in Turchia di nove membri dei Fratelli Musulmani di cittadinanza emiratina, e che il governo di Abu Dhabi rivuole indietro. Per il governo del Paese del Golfo Persico, i Fratelli Musulmani sono quello che il movimento di Fetullah Gülen è per il governo turco, un problema di livello internazionale, oltre che di sicurezza interna, che deve essere completamente eliminato. Non c’è possibilità di dialogo con queste fazioni, né da parte turca per i gulenisti né da parte emiratina per la Fratellanza. E proprio per questo, diventerebbero merce di scambio nella crisi del Golfo Persico con il Qatar. Tanto sono importanti in questa disputa i Fratelli Musulmani, che gli EAU hanno addirittura avallato la presenza militare turca in Qatar, che era una delle clausole dell’ultimatum presentato da Riad a Doha. A costo di rischiare una crisi anche tra Arabia Saudita ed Emirati, il governo di Abu Dhabi ha deciso che l’unico modo per scendere a compromessi con Erdogan è mercanteggiare, e ha deciso di farlo sulla pelle dei movimenti che entrambi considerano criminali.
La questione è fondamentale perché gli Emirati rappresentano un competitor naturale della Turchia sia in Medio Oriente sia nella meno immediata Africa. Entrambi i Paesi hanno profondi legami con il Nordafrica, ma soprattutto con il Corno d’Africa, ed hanno forti interessi sia militari che economici in quell’area. Abu Dhabi rappresenta uno dei grandi hub internazionali per l’Africa e l’Estremo Oriente, e molti gulenisti sembra siano passati per l’emirato per raggiungere i distaccamenti del movimento in Africa orientale. Proprio per questo motivo gli interessi economici e strategici sia turchi sia emiratini si fondono, in un curioso intreccio, con gli interessi riguardo alla propria sicurezza interna. Erdogan vuole sfruttare l’intelligence degli EAU per raggiungere il movimento di Gülen anche in altre aree del mondo. Gli Emirati vogliono che Erdogan rompa con la Fratellanza Musulmana, e sarebbero disposti a soprassedere anche sulla base militare turca in Qatar. Ed entrambi otterrebbero guadagni dal punto di vista strategico ed economico da una rinnovata collaborazione, soprattutto per quanto riguarda il Golfi Persico e il Golfo di Aden.
La scelta dello scambio di prigionieri, se confermata, rappresenterebbe inoltre la dichiarazione esplicita di cosa ci sia dietro la crisi tra sauditi e qatarioti: il legame di Doha con la Fratellanza Musulmana. Sono loro i terroristi che secondo Riad sono finanziati dal Qatar, mentre il terrorismo islamico internazionale di matrice salafita è solo un qualcosa che rimane all’orizzonte, come specchietto per le allodole del mondo occidentale. La vera pietra dello scandalo sono sempre stati i Fratelli Musulmani, che hanno rappresentato anche il motivo di rottura tra l’alleanza saudita e la Turchia e il Qatar, quando l’Arabia sostenne il golpe di Al-Sisi in Egitto facendo fuori il governo di Morsi. I Fratelli Musulmani rappresentano un movimento internazionale che vuole utilizzare la leva della democrazia rappresentativa per ottenere il potere, ed è pertanto quanto di più distante dalla politica delle monarchie del Golfo. Al contrario, Erdogan li ha sostenuti, così come il Qatar, ma soprattutto per colpire i governi rivali, in modo che, una volta saliti al potere, avessero spostato il Paese governato dalla sfera di influenza saudita a quella del Qatar e turca.
Il viaggio di Erdogan nei Paesi del Golfo di queste ore sarà certamente interessante per comprendere l’evoluzione della crisi del Golfo. È lui, ora, a essere l’ago della bilancia, perché è l’unico leader mediorientale a sostenere apertamente il Qatar contro il blocco saudita. Erdogan sarà in Arabia, in Kuwait e in Qatar, e cercherà una mediazione per far terminare il conflitto. In ballo non c’è solo l’alleanza tra Ankara e Doha, ma lo stesso ruolo di Erdogan all’interno del Medio Oriente, una regione che, a causa della rottura con l’Europa, diventa evidentemente il terreno prediletto della geopolitica turca. Una strategia in cui i gulenisti e i Fratelli Musulmani possono diventare una merce di scambio fondamentale nei difficili negoziati che attendono il presidente turco.
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