La morte dell’ex presidente islamista egiziano, Mohamed Morsi, può essere interpretata come l’ultimo capitolo di una storia ormai chiusa, quella della brevissima e disastrosa esperienza dei Fratelli Musulmani egiziani, alla guida del Paese nella fase della cosiddetta “Primavera araba” che di primaverile ha però mostrato ben poco.

L’anno di governo Morsi, dall’estate del 2012 a quella del 2013, è risultata disastrosa su più livelli, da quello economico a quello legato alla gestione del potere, con una vera e propria persecuzione nei confronti di giornalisti non allineati, oppositori e attacchi contro le minoranze copte e sciite.

Il tentativo di Morsi di accentrare su di sé il potere e di portare l’Egitto verso uno stato “islamizzato” generava una progressiva resistenza da parte della popolazione che a fine giugno del 2013 si riversava nelle piazze per chiedere nuove elezioni. Il tentativo del governo islamista di mantenere il potere e il degenerare di una situazione che rischiava di scatenare una guerra civile conduceva all’intervento dell’esercito che rovesciava il governo islamista (che di fatto aveva già perso la fiducia del popolo), arrestando Mohamed Morsi e numerosi altri esponenti dei Fratelli Musulmani.

L’anno di governo Morsi (giugno 2012-luglio 2013)

Mohamed Morsi veniva proclamato vincitore delle elezioni presidenziali il 24 giugno 2012 dopo aver battuto Ahmed Shafiq, ex Primo Ministro sotto Mubarak, con un 51% (13 230 131 voti) contro il 48% (12 347 038 voti). Un margine minimo che avrà un suo peso sul rovesciamento del governo islamista l’anno successivo.

Personaggio spesso indicato come poco carismatico nonché seconda scelta del partito islamista Fjp (dopo che la Commissione Elettorale aveva respinto la candidatura di Khairat el-Shater, ex vice Guida-Suprema dei Fratelli Musulmani), con laurea in ingegneria e una specializzazione post-universitaria in California, Morsi veniva definito dallo storico e politologo Fawaz Gerges come “un pigmeo politico, con intelligenza e carisma limitati e con un debole per fare promesse e dichiarazioni esagerate”.

Non particolarmente empatico, a volte goffo, forse un po’a disagio nel suo ruolo sotto i riflettori, Morsy si è barcamenato tra tentativi di apparire aperto e moderato, nominando tra i suoi assistenti il cristiano copto Samir Murqus e una figura femminile come Pakinaam al-Sharkawi e provvedimenti di chiaro stampo islamista, cercando di introdurre leggi della Sharia che andavano ben oltre la “fonte d’ispirazione per il diritto”.

Nel marzo del 2013 poi i Fratelli Musulmani egiziani si scagliavano contro la dichiarazione Onu per i diritti delle donne (presentata alla 57° sezione della Commissione sulla condizione femminile), definendola “una clamorosa violazione della Sharia che porterebbe alla disgregazione della famiglia”.

L’anno di governo a guida Fratelli Musulmani andò però ben oltre la critica ai diritti delle donne e i primi a farne le spese furono gli oppositori politici e i giornalisti non allineati con gli islamisti, tanto che la Arabic Network for Human Rights Information denunciò il triste record dell'”epoca Morsi” per quanto riguardava i provvedimenti legali nei confronti di giornalisti e personaggi legati ai media. Secondo tale rapporto il numero di denunce sarebbe di quattro volte maggiore rispetto all’era Mubarak e ventiquattro volte più grande rispetto a quella di Sadat; ora, considerato che Mubarak rimase al potere per trent’anni, Sadat per undici anni e Morsi soltanto per un anno, il dato è allarmante.

La persecuzione di Morsi e confratelli non risparmiava neanche la satira, come ad esempio nel caso di Bassam Youssef, noto showman e satirico, inquisito per diffamazione nei confronti di Morsi con l’accusa di aver fatto circolare notizie false e aver disturbato la quiete e la sicurezza pubblica.

Una tecnica, quella della denuncia, utilizzata sistematicamente dalla Fratellanza (non solo in Egitto) per cercare di metter a tacere qualsiasi tipo di critica; tecnica rivelatasi però controproducente e fallimentare, come dimostrato dai fatti.

Nell’anno di governo Morsi si sono inoltre verificati numerosi atti di violenza nei confronti degli oppositori ma anche ai danni delle minoranze religiose, tra cui il primo caso in Egitto di pogrom nei confronti della comunità sciita.

Fecero poi scalpore le drammatiche testimonianze dei manifestanti anti-Morsi, aggrediti, torturati e picchiati a sangue da gruppi filo-Fratelli fuori del Palazzo Presidenziale. Numerosi i filmati pubblicati in rete, come quello dove alcuni gruppi filo-Fratelli attaccano il pacifico sit-in dei manifestanti anti-Fratellanza o quello dove si intravedono strani personaggi che conducono veri e propri interrogatori nei confronti di manifestanti feriti.

Mentre il Paese navigava nel caos e l’economia risentiva del pesante crollo del turismo. Morsi pensava a islamizzare l’Egitto e a cercare di accentrare i poteri nelle proprie mani. Nel novembre del 2012 il presidente egiziano non si presentava all’insediamento del Patriarca Tawadros II, a capo della Chiesa copta egiziana; un mese dopo Morsi faceva approvare la nuova Costituzione di stampo islamista che prevedeva i principi della Sharia come principale fonte del diritto.

Una deriva che preoccupava seriamente le opposizioni che temevano una rapida trasformazione del Paese in uno stato islamico a tutti gli effetti. Nel contempo Morsi si attribuiva ampi poteri legislativi che rendevano i suoi decreti presidenziali immuni da qualsiasi tipo di controllo giudiziario e permettevano all’ex presidente di prendere qualsiasi misura necessaria per salvaguardare la rivoluzione, a discrezione propria.

A fine giugno 2013 però la brevissima era Morsi arrivava al capolinea, con milioni di egiziani che si riversavano nelle piazze per chiedere le dimissioni del governo islamista e nuove elezioni. La resistenza messa in atto da Morsi e dagli islamisti non portava a nulla di costruttivo anche perché, è bene ricordarlo, c’erano poco più di 883mila voti a separare Morsi dal suo avversario sconfitto, Ahmed Shafiq.

Il 3 luglio entrava così in azione l’esercito, guidato dal generale Abdelfattah al-Sisi, nominato pochi mesi prima Ministro della Difesa proprio dallo stesso Morsi.

Una volta rimosso, l’ormai “ex presidente” veniva posto agli arresti domiciliari e poi trasferito in carcere con le accuse di violenze nei confronti dei manifestanti fuori del Palazzo Presidenziale, spionaggio a favore di Hamas, Qatar e Guardie Rivoluzionarie iraniane ma anche di aver preso parte all’evasione dal carcere di numerosi islamisti radicali nel 2011.

Nel contempo l’Egitto piombava in una spirale di violenza, con una serie di attentati messi a segno dai jihadisti contro obiettivi istituzionali, turistici e militari, sia nelle grandi città che nella penisola del Sinai.

Nel 2015 Morsi veniva condannato a morte, ma la pena capitale veniva annullata l’anno successivo in secondo grado; nel contempo il processo nei suoi confronti proseguiva, fino alla giornata di lunedì 17 giugno 2019, quando veniva colto da infarto durante una deposizione in tribunale.

Gli appoggi internazionali

L’elezione di Mohamed Morsi nel giugno del 2012 veniva accolta con favore dall’allora amministrazione statunitense guidata da Obama, al punto che furono proprio gli Stati Uniti a sostenere fino all’ultimo l’esecutivo islamista, nonostante i milioni di egiziani scesi in piazza per protestare contro la deriva presa dal governo.

Una posizione, quella di Washington, che mandò su tutte le furie i manifestanti, riversatisi nelle strade nell’estate del 2013 con cartelloni e slogan contro Barack Obama e l’ambasciatrice Anne Patterson, costretta a lasciare repentinamente il Cairo. La stessa Patterson verrà poi immortalata a un evento mentre faceva con la mano il gesto delle quattro dita di piazza Rabaa al-Adawiyya, divenuto simbolo della “resistenza” della Fratellanza egiziana.

Nel gennaio del 2015 il Dipartimento di Stato americano ospitava una delegazione di membri della Fratellanza Musulmana egiziana tra cui Walid Shaaraby (membro dell’Egyptian Revolutionary Council), Gamal Heshmat, Abel Magwood al-Dardary e Maha Azzam.

La strategia, quanto meno supportata da Stati Uniti e Gran Bretagna, di puntare sui Fratelli Musulmani come forza politica che andasse a rimpiazzare i vecchi regimi in Libia, Tunisia, Egitto e Siria è risultata un fiasco totale e non poteva che essere così. Era infatti impensabile che un’organizzazione islamista radicale come la Fratellanza, che aveva operato per decenni in semi-clandestinità, potesse improvvisamente sfornare forze politiche in grado di gestire situazioni estremamente complesse legate a quei paesi toccati dalle cosiddette “Primavere Arabe”.

E’ plausibile che i decennali rapporti intrattenuti dagli esuli della Fratellanza con Usa e Gran Bretagna abbiano abbagliato gli analisti dei rispettivi paesi, così come non è certo un caso che la “base” europea della Fratellanza si trovasse proprio a Londra.

D’altro canto anche in Italia certi ambienti istituzionali e politici hanno mostrato un occhio di riguardo nei confronti di quegli ambienti quanto meno ideologicamente vicini ai Fratelli Musulmani, come dimostrano ancora oggi, tra le varie cose, i rapporti tra l’Italia e le milizie di Serraj in Libia.

Resta il fatto che oggi i Fratelli Musulmani si trovano nella fase più drammatica della loro storia, inseriti nella lista nera delle organizzazioni terroristiche da Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Siria e Russia; nel contempo anche il presidente statunitense Donald Trump sta studiando l’ipotesi di metterla al bando, mossa non semplice a causa delle resistenze messe in atto da entourage politici e militari favorevoli a una cooperazione con l’organizzazione islamista.

A livello internazionale gli unici due alleati che rimangono alla Fratellanza sono la Turchia di Erdogan e il Qatar, non certo esempi di democrazia e tolleranza ed è stato proprio Erdogan, una volta saputo della morte di Morsi, a definirlo un “martire” e a puntare il dito contro il governo egiziano. Tutto prevedibile, così come era prevedibile l’ampio spazio lasciato dall’emittente televisiva qatariota Al Jazeera al decesso dell’ex presidente egiziano.

Nel frattempo da Londra si faceva sentire anche Mohamed Sudan, alto membro dei Fratelli Musulmani, che accusava il governo egiziano di non aver permesso all’ex presidente egiziano, gravemente malato, di accedere alle cure.

Quanto a Morsi, lo si è dipinto come tutto e il contrario di tutto: un grande politico nonché fervente religioso, un pericoloso estremista, un personaggio qualsiasi mandato avanti e manovrato dai Fratelli Musulmani. Certamente è stato il primo presidente egiziano “democraticamente eletto” ma non altrettanto democratico nel governare il paese, avendo forse dimenticato che il principio di “democrazia” implica la tutela delle minoranze e non la dittatura della maggioranza.

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