Il parlamento della Mongolia, con un voto che ha superato le tradizionali divisioni politiche tra i liberali e progressisti, ha deciso di emendare per la seconda volta, dal 1992, la Costituzione del Paese. La riforma ha rafforzato il ruolo del primo ministro fino ad oggi costretto a convivere, nel sistema ibrido di Ulan Batoor, con un presidente della Repubblica in grado di mettere veti alle leggi, di proporre le proprie e di esercitare un certo controllo sul governo. La possibile coabitazione di figure politiche appartenenti a partiti diversi e più in generale l’assetto istituzionale del Paese hanno generato un vero e proprio caos che ha portato alla formazione di 16 governi dal 1990 ad oggi. Il presidente della Repubblica, da oggi, potrà correre per un solo mandato da sei anni e non due da quattro e i parlamentari hanno anche deciso di votare contro l’introduzione del sistema proporzionale nelle elezioni legislative.

Vicini potenti

Acquisire un certo livello di stabilità interna potrebbe rivelarsi piuttosto importante anche per le relazioni internazionali della nazione asiatica. La Mongolia subisce i riflessi della sua peculiare posizione geografica e della situazione demografica del Paese: schiacciata tra Cina e Russia e piuttosto estesa a livello territoriale ma sottopopolata, con appena tre milioni di abitanti per oltre due milioni di chilometri quadrati di territorio. Dal 1924 al 1990 Ulan Batoor si è trovata nella sfera d’influenza dell’Unione sovietica e ha sperimentato una lunga dittatura marxista-leninista, oggi, invece, è anche la Cina a premere da sud.

La Mongolia ha pertanto la necessità di bilanciare l’influenza cinese con quella russa e viceversa per evitare di essere sopraffatta e assorbita qualora si leghi eccessivamente ad uno dei due vicini che, in ogni caso, rappresentano gli orizzonti di riferimento delle relazioni internazionali dello Stato. Pechino, geograficamente più vicina e la cui economia è in costante espansione, è il maggiore partner commerciale del Paese, ricco di risorse naturali come oro, argento, ferro, carbone e tungsteno. Mosca, però, non è rimasta a guardare e negli ultimi anni ha iniziato a reagire. Nel settembre del 2019 le autorità russe hanno annunciato la creazione di un fondo di un miliardo e mezzo di dollari per finanziare progetti infrastrutturali in  Mongolia, il commerciale bilaterale tra i due Stati è cresciuto del 40%, nel 2018, rispetto all’anno precedente e Mosca è diventata la principale fornitrice di energia di Ulan Batoor. La cooperazione tra la parti ha subito un incremento anche nel settore della sicurezza mentre Vladimir Putin e il suo omologo mongolo Khaltmaagiin Battulga hanno siglato un Trattato di amicizia e cooperazione.

Le prospettive

La Mongolia è oggetto, dunque, dell’interesse congiunto di Russia e Cina che qui, come anche in Asia centrale, cercano di portare nella propria sfera d’influenza la nazioni confinanti. La competizione rischia di incrinare la collaborazione che Mosca e Pechino portano avanti in altre organizzazioni internazionali, dall’Organizzazione per la cooperazione di Shangai al Brics e che potrebbe costituire un formidabile contrappeso, a livello globale, alla superpotenza americana. Il problema insito nelle relazioni bilaterali russo-cinesi consiste nel fatto che entrambi gli Stati si considerano superpotenze e vogliono necessariamente predominare a livello globale e ciò va a discapito di una partnership più profonda. Il ruolo di ponte giocato da Ulan Batoor potrebbe, però, favorire anche forme di collaborazione commerciale tra i due giganti: Mosca, infatti, pare aver accettato il suggerimento cinese e mongolo circa la costruzione di un gasdotto diretto a Pechino e passante attraverso il territorio della Mongolia.

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