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Politica

La Moldavia e il “caso Gutul”: l’Europa è lontana, la Russia vicina e il Paese si spacca

Il conflitto crescente tra la Gagauzia e le autorità centrali moldave fino all'arresto di Evghenia Gutul, figura controversa.
Sandu Moldavia

La pubblicazione di The Gutul Case. Anatomy of Political Persecution, raccolta di trenta lettere scritte da Evghenia Gutul durante la detenzione, non va letta soltanto come un gesto personale o come un’operazione di comunicazione politica. È un atto che si inserisce in una crisi molto più profonda: quella della Moldavia contemporanea, stretta tra integrazione europea, pressione russa, fragilità istituzionale e conflitto irrisolto tra centro e periferie.

Secondo il comunicato di lancio, il libro raccoglie lettere scritte in quasi trecento giorni di detenzione e descrive il conflitto crescente tra la Gagauzia e le autorità centrali moldave, fino all’arresto e alla denuncia di condizioni carcerarie particolarmente dure. La pubblicazione è stata diffusa gratuitamente in inglese, turco e russo, scelta tutt’altro che casuale: l’inglese parla alle istituzioni occidentali, il turco richiama la matrice etnica gagauza e l’interesse storico di Ankara, il russo intercetta la sfera politica e culturale nella quale una parte significativa della Gagauzia continua a riconoscersi.

La figura di Gutul è però controversa. Eletta nel 2023 governatrice, cioè bashkan, della Gagauzia, è stata condannata il 5 agosto 2025 a sette anni di carcere per avere, secondo l’accusa, canalizzato fondi russi verso il partito Șor, formazione filorussa poi dichiarata illegale. Gutul ha respinto le accuse, sostenendo che il procedimento sia stato costruito per eliminare una dirigente politica sgradita al potere centrale.

La Gagauzia non è periferia: è una faglia geopolitica

Per capire la portata del caso bisogna partire dalla Gagauzia. Piccola regione autonoma nel Sud della Moldavia, abitata da una popolazione turcofona e cristiano-ortodossa, essa rappresenta da decenni una delle zone più sensibili dello Stato moldavo. Non ha la struttura militare della Transnistria, non ospita ufficialmente contingenti russi, non è un territorio separatista armato. Ma possiede un valore politico enorme: è una minoranza organizzata, dotata di istituzioni proprie, storicamente diffidente verso Chișinău e culturalmente più vicina alla Russia che al progetto europeo della presidente Maia Sandu.

Qui sta il primo nodo strategico. La Moldavia vuole entrare nell’Unione europea, ma porta con sé fratture interne profonde: Transnistria, Gagauzia, dipendenza energetica, povertà strutturale, influenza degli oligarchi, reti politiche filorusse, vulnerabilità mediatica. In questo quadro, ogni conflitto interno può diventare una leva esterna. Mosca non ha bisogno di invadere la Moldavia per condizionarla: le basta alimentare divisioni, sostenere opposizioni, denunciare la repressione, trasformare ogni errore del governo in prova dell’ipocrisia europea.

Il caso Gutul si colloca esattamente qui. Per Chișinău, si tratta di colpire finanziamenti opachi e reti politiche usate dalla Russia per destabilizzare il Paese. Per Gutul e i suoi sostenitori, invece, si tratta di una vendetta politica contro una regione autonoma che rifiuta l’allineamento totale all’asse Bruxelles-Washington.

Il libro come dossier, non solo come testimonianza

Le lettere di Gutul vengono presentate come una prova vivente della persecuzione politica. Non sono soltanto pagine intime, ma materiale politico destinato a costruire un controprocesso pubblico. L’obiettivo è spostare il caso dal tribunale moldavo alla platea internazionale: Parlamento europeo, organizzazioni per i diritti umani, giornalisti indipendenti, diplomazie occidentali.

Il giurista Gonzalo Boye, citato nel comunicato, ha definito la raccolta un documento già pronto per dimostrare la natura politica della repressione. È una frase pesante, perché trasforma la detenzione di Gutul in un caso europeo. Se una dirigente eletta viene incarcerata con procedure discutibili, se le condizioni detentive sono realmente punitive, se il processo è stato condotto con un verdetto già scritto, allora il problema non riguarda più soltanto la Moldavia: riguarda la credibilità dell’Unione europea quando sostiene Paesi candidati che dichiarano di difendere lo Stato di diritto.

Ma qui occorre prudenza. La narrazione di Gutul non cancella automaticamente le accuse mosse dalla procura moldava. Secondo Reuters, le autorità hanno sostenuto che la leader gagauza abbia partecipato al finanziamento illecito del partito Șor con denaro proveniente dalla Russia, in un contesto in cui Chișinău denuncia da anni tentativi di destabilizzazione orchestrati da Mosca.

La questione decisiva non è dunque scegliere tra propaganda moldava e propaganda filorussa. La questione vera è capire se il procedimento giudiziario sia stato condotto con prove solide, garanzie effettive, rispetto della difesa e proporzionalità della pena. Perché uno Stato può e deve difendersi dalle interferenze straniere; ma se lo fa comprimendo il pluralismo politico, consegna al suo avversario l’arma migliore: la denuncia della doppia morale.

La posta geopolitica: Maia Sandu, Bruxelles e Mosca

La Moldavia è oggi un laboratorio avanzato della guerra ibrida. Non è un fronte militare come l’Ucraina, ma è un fronte politico, informativo, energetico e giudiziario. Maia Sandu ha costruito la propria legittimità internazionale sulla scelta europea, sulla lotta alla corruzione e sulla resistenza all’influenza russa. Questa linea ha garantito sostegno occidentale, aiuti economici, apertura negoziale con Bruxelles e riconoscimento diplomatico. Ma ogni accelerazione verso l’Europa produce anche una reazione interna. Una parte della società moldava teme l’impoverimento, la perdita di sovranità, la rottura definitiva con la Russia, l’assorbimento in un sistema occidentale percepito come lontano. In Gagauzia questi timori sono più forti. Gutul li interpreta politicamente, li radicalizza e li collega alla questione dell’autonomia regionale.

Da parte russa, il caso è perfetto. Permette di accusare Sandu di autoritarismo, l’Unione europea di ipocrisia, la giustizia moldava di servilismo politico. Da parte occidentale, invece, Gutul viene spesso letta come parte di una rete filorussa collegata all’universo di Ilan Șor, uomo d’affari fuggito all’estero e figura centrale nelle accuse di finanziamento e destabilizzazione. La stessa Reuters ha ricordato che il partito Șor è considerato dalle autorità moldave uno strumento dell’influenza russa.

La dimensione economica: un Paese povero dentro una contesa globale

La Moldavia non dispone della profondità economica necessaria per assorbire facilmente crisi politiche di questo tipo. È un Paese vulnerabile, dipendente dagli aiuti esterni, esposto alle oscillazioni energetiche e alla guerra in Ucraina. La sua stabilità istituzionale è anche una questione geoeconomica. La Russia ha storicamente usato energia, mercati, diaspora e reti politiche per mantenere influenza. L’Unione europea risponde con aiuti, investimenti, apertura commerciale, sostegno alle riforme e prospettiva di adesione. In mezzo vi è una popolazione che spesso misura la geopolitica non sui comunicati ufficiali, ma sul costo del gas, sui salari, sulle pensioni, sulla migrazione e sulla capacità dello Stato di garantire servizi.

In questo senso, la Gagauzia diventa un indicatore. Se Chișinău non riesce a integrare politicamente ed economicamente la regione, la promessa europea rischia di apparire come un progetto del centro urbano, delle élite filo-occidentali, non dell’intero Paese. Se invece la repressione giudiziaria viene percepita come l’unico linguaggio dello Stato, allora la frattura si approfondisce.

La valutazione militare: nessuna guerra aperta, ma rischio ibrido elevato

Dal punto di vista militare, la Gagauzia non rappresenta oggi una minaccia paragonabile alla Transnistria. Non esiste un dispositivo armato autonomo capace di aprire un fronte interno. Non vi sono le condizioni immediate per una secessione militarizzata. Il rischio è diverso e più sottile. È il rischio di una destabilizzazione progressiva: manifestazioni, blocchi, referendum simbolici, campagne mediatiche, delegittimazione delle autorità centrali, appelli alla protezione esterna, tensioni con la polizia, radicalizzazione dell’autonomia. Una crisi gagauza, anche non armata, potrebbe costringere Chișinău a disperdere risorse, indebolire il fronte politico interno e fornire alla Russia una piattaforma narrativa contro l’allargamento europeo.

È la forma contemporanea della pressione strategica: non conquistare territori, ma renderli politicamente ingestibili; non occupare capitali, ma paralizzare decisioni; non inviare divisioni corazzate, ma produrre sfiducia, paura e delegittimazione.

Il paradosso europeo

La parte più delicata riguarda Bruxelles. L’Unione Europea sostiene la Moldavia perché la considera un avamposto democratico in uno spazio conteso. Ma proprio per questo dovrebbe pretendere il massimo rigore democratico da Chișinău. Non basta essere antirussi per essere automaticamente democratici. Non basta dichiararsi europeisti per essere immuni da abusi di potere.

Se il caso Gutul è fondato su prove solide, l’Europa deve chiedere trasparenza e far emergere con chiarezza il quadro probatorio. Se invece esistono violazioni procedurali, condizioni detentive sproporzionate o un uso selettivo della giustizia, allora l’Europa deve intervenire non contro la Moldavia, ma per salvarne la credibilità. Perché lo Stato di diritto non è un ornamento retorico. È la differenza tra una democrazia che si difende e un potere che si vendica.

Conclusione: una piccola regione al centro della grande contesa europea

Il caso Gutul è importante perché mostra la fragilità del progetto europeo moldavo. Non basta portare un Paese verso Bruxelles se al suo interno restano regioni che si sentono escluse, minoranze che si percepiscono minacciate, opposizioni che denunciano persecuzioni e istituzioni che faticano a convincere tutti della propria imparzialità.

Evghenia Gutul usa il carcere come tribuna politica. Chișinău usa il diritto penale come strumento di difesa dello Stato. Mosca usa la vicenda come prova dell’autoritarismo occidentale. Bruxelles osserva, ma non può limitarsi a osservare. La Moldavia si trova davanti a una scelta difficile: difendersi dall’ingerenza russa senza trasformare ogni dissenso in nemico interno; preservare l’autonomia della Gagauzia senza consentire che diventi una testa di ponte geopolitica; entrare in Europa non soltanto con i trattati, ma con una pratica istituzionale all’altezza dei principi proclamati.

In questa vicenda non c’è soltanto il destino di una governatrice incarcerata. C’è il destino di uno Stato fragile, di una regione inquieta e di un’Europa che deve dimostrare se i suoi valori valgono anche quando mettono in difficoltà i suoi alleati.

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