Il popolo moldavo sarà chiamato alle urne nella giornata di domenica, primo novembre, per decidere se riconfermare Igor Dodon alla presidenza o se eleggere un nuovo volto. L’appuntamento elettorale, lungi dall’essere irrilevante, avrà ripercussioni sull’intera architettura geopolitica dell’area Balcani-Europa orientale, perciò gli occhi di Russia, Unione Europea e Stati Uniti sono saldamente puntati su Chișinău.

Le presidenziali, i volti e le idee dei candidati

La gara per la conquista del trono di Chișinău sarà un banco di prova per lo storico padrino della politica moldava, Igor Dodon, presidente uscente e capofila del Partito Socialista. Dodon, alla presidenza dal 2016, è ininterrottamente presente nella scena politica dal 2006 e ha anche alle spalle una breve esperienza da primo ministro, ruolo che ha ricoperto dal 2008 al 2009.

Dodon è un conservatore la cui visione degli affari esteri può essere condensata con tre aggettivi: filorusso, filoturco, euroscettico. La sua presidenza non è stata semplice: ha dovuto affrontare una Corte costituzionale estremamente ostile, che in cinque occasioni lo ha privato temporaneamente dei poteri e sospeso dal ruolo, una crisi parlamentare, lo scandalo Plahotniuc e le pressioni sociali e politiche esercitate dal fronte liberale ed europeista.

Gli altri sfidanti sono, in ordine di importanza, Maia Sandu, Andrei Nastase, Dorin Chirtoaca, Octavian Ticu, Renato Usatii, Tudor Deliu e Violeta Ivanov. Il pericolo principale per Dodon è rappresentato dai primi due, ossia la Sandu e Nastase.

La Sandu è a capo del Partito di Azione e Solidarietà (Partidul Acțiune și Solidaritate), ha ricoperto il ruolo di primo ministro dal 2014 al 2019 ed è la capofila di quel blocco sociale e politico che chiede e ambisce ad un radicale cambiamento culturale e geopolitico nel Paese in senso filo-occidentale. È la Sandu la mente dell’avvicinamento senza precedenti tra la Moldavia e gli Stati Uniti, consacrato dai canali di dialogo aperti con John Bolton e Mike Pompeo e da una visita di lavoro del 2019 a Washington eccezionalmente lunga, durata dal 29 agosto al 4 settembre. La sua permanenza alla guida del consiglio dei ministri è terminata pochi mesi dopo, il 12 novembre, a causa dell’approvazione di una mozione di sfiducia che ha determinato la formazione di un nuovo esecutivo.

Nastase è stato brevemente vice-primo ministro nel corso del 2019, da giugno a novembre, ed è a capo del Partito Piattaforma Dignità e Verità (Partidul Platforma Demnitate și Adevăr), un’altra forza politica di natura liberale ed europeista. Ha un ottimo rapporto con la Sandu, della quale condivide il programma politico di occidentalizzazione della Moldavia e con la quale ha dato vita alla coalizione Adesso! (Acum!) in occasione delle parlamentari dell’anno scorso.

La Moldavia a un bivio

La Sandu è la principale contendente alla presidenza e, nel caso di un ballottaggio, riuscirebbe ad attrarre le preferenze di coloro che hanno votato per uno dei candidati appartenenti al fronte liberale e/o europeista, ossia Nastase, Chirtoaca, Ticu e Deliu. Dodon, invece, nel caso di un secondo turno, sarebbe in grado di calamitare i voti in precedenza diretti ai rappresentanti del fronte conservatore, comunista e filorusso, ossia la Ivanov e Usatii.

Fare un pronostico non è semplice e i risultati degli appuntamenti elettorali di natura locale, parlamentare e presidenziale dell’ultimo decennio mostrano una crescente polarizzazione. Nel 2016, data delle ultime presidenziali, Dodon prevalse sulla Sandu al secondo turno con un risultato di stretta misura, ossia ottenendo 67mila preferenze in più.

Il primo novembre potrebbe ripetersi uno scenario simile a quello di quattro anni fa: una dispersione di voti tra i vari sfidanti risolvibile soltanto attraverso un secondo turno. Il rischio è che, sulla falsariga della Bielorussia, un’eventuale riconferma di Dodon possa condurre il fronte europeista a denunciare l’esistenza di brogli e paralizzare il Paese per mezzo di una mobilitazione a oltranza avente come obiettivo un riciclo integrale in Parlamento e alla presidenza. Nel caso contrario, invece, si potrebbe assistere alla riattivazione di ostilità in Transnistria per ostacolare l’agenda occidentalizzatrice della Sandu.

La Sandu ha basato una parte consistente della sua campagna elettorale sulla paura del “furto elettorale”. Parlando ai microfoni di Euronews, la politica europeista ha detto che “lui [Dodon] sta cercando di truccare le elezioni […] e, nel caso in cui i suoi piani riuscissero, lo stiamo avvertendo che le persone scenderanno nelle strade; questo è ciò che ci sta dicendo la gente”.

L’appuntamento elettorale del 2016 è stato importante, avendo consacrato l’ascesa della Sandu quale nuovo astro della politica moldava, portavoce di una generazione che chiede uno strappo netto con il passato, ma quello del primo novembre è, possibilmente, persino più rilevante. La posta in palio è elevata, come ha spiegato la Sandu, perché “la Moldavia è a un bivio”.

Sia la Sandu che Dodon hanno costruito la loro campagna elettorale sulla dicotomia futuro-passato. Per la Sandu il futuro è rappresentato dall’Unione Europea, dalla trasparenza e dalla sostituzione della classe politica formatasi durante l’epoca comunista, mentre il passato è impersonato da Dodon, da una dirigenza corrotta e asservita alla Russia. Optare per la prima direzione equivarrebbe a trasformare la Moldavia in “uno stato funzionante”, mentre la seconda comporterebbe la trasformazione in “uno stato fallito”.

I toni di Dodon sono stati meno incendiari rispetto a quelli che hanno connotato la campagna della Sandu. Il presidente uscente ha preferito fare ricorso al mondo dell’informazione per condizionare l’opinione pubblica in maniera morbida, veicolando il messaggio che in gioco non vi siano democrazia e arricchimento contro illiberalismo e decadenza, ma l’identità della Moldavia. Di conseguenza, Dodon ha promesso la continuazione del rapporto speciale con la Russia, pur annunciando l’intenzione di sviluppare una politica estera “più bilanciata”, e la difesa dei valori tradizionali e della natura cristiana della nazione.

Eventi premonitori di una crisi?

All’indomani dell’inaugurazione del gasdotto Iași-Ungheni-Chișinău, avvenuta lo scorso 28 agosto, il primo ministro Ion Chicu ha lasciato intendere che l’aspettativa è quella di iniziare a ricevere gas dalla Romania non appena diventerà più economico di quello russo: “Vogliamo tariffe più basse, non importa se [il gas] viene da Sud o da Nord, qui soltanto i numeri sono importanti”.

A colpire è il fatto che, oltre a Chicu, anche Dodon abbia approfittato dell’occasione per inviare un messaggio all’alleato, reiterando l’invito ad abbassare il prezzo del gas. La Moldavia, infatti, sta pagando 168 dollari ogni mille metri cubici e Dodon ha spiegato che vorrebbe vedere quella cifra quasi dimezzata: 100 dollari ogni mille metri cubici.

Le dichiarazioni di Chicu e Dodon avvengono sullo sfondo della rinnovata pressione euroamericana sul mondo russo e dell’entrata degli Stati Uniti nell’alveo delle grandi potenze energetiche; uno status di cui Donald Trump ha saputo approfittare attraverso la promozione della dottrina della dominanza energetica. Quest’ultima sta consentendo a Washington di aumentare la propria esposizione sui mercati energetici di tutto il mondo, in particolare del Vecchio Continente, e ha anche portato Trump ad inviare un ingente carico di petrolio a Minsk durante la fase ascendente del braccio di ferro fra Aleksandr Lukashenko e Vladimir Putin: un evento storico.

Ma vi sono altri due motivi per cui non andrebbe sottovalutato il peso del gasdotto e dei messaggi di Chicu e Dodon.

Il primo è che è stato proprio il prezzo del gas a far scaturire la crisi russo-bielorussa, che si sarebbe conclusa in una vera e propria rottura diplomatica se Minsk non fosse stata avvolta dai disordini all’indomani delle elezioni di agosto.

Il secondo è che la Moldavia è entrata nel mirino dell’asse Washington-Bruxelles da diverso tempo e sta venendo gradualmente conquistata per mezzo della diplomazia umanitaria, della diplomazia dell’euro (e del dollaro), e del supporto-chiave della Turchia, che in questo piccolo Paese incastonato tra Romania e Ucraina ha un’inverosimile mole di interessi.

Dodon, nel caso di una riconferma, dovrà essere in grado di elaborare con lungimiranza e premura ogni mossa sul sempre più sensibile scacchiere moldavo; il rischio, infatti, è che le stesse forze che stanno agendo per l’estromissione della Bielorussia dalla sfera d’influenza del Cremlino possano attivarsi anche nella piccola, e più vulnerabile, Moldavia.

L’importanza della Moldavia

La Moldavia è uno degli ultimi bastioni della presenza russa in Europa, ma la guerra fredda è finita e, con essa, la logica dell’appartenenza incontestabile ad un blocco di potere. La rilevanza di questo piccolo Paese incuneato tra Romania e Ucraina è data da una serie di elementi: la posizione geostrategica, la presenza di minoranze strumentalizzabili per minare la stabilità regionale e, infine, l’essere un punto di snodo centrale per i traffici leciti e illeciti che avvengono tra l’estrema periferia orientale dell’Unione Europea e lo spazio postsovietico.

Avere il controllo dei punti sensibili del Paese, come la Transnistria e la Gagauzia, equivale a possedere un potere di pressione con cui condizionare la politica domestica ed estera del governo centrale; perciò la Russia ha stabilito una presenza nella prima regione e la Turchia ha costruito una sfera d’influenza sulla seconda.

Ma vi sono altri attori interessati al destino della Moldavia, a sottrarla definitivamente dall’orbita russa, ossia la Romania, gli Stati Uniti e l’Unione Europea.

La Romania sta provando ad accelerare il processo d’integrazione del proprio vicino nell’Unione Europea tramite lobbismo, diplomazia, economia e influenza culturale (il progetto della Grande Romania).

L’Unione Europea e gli Stati Uniti, invece, hanno utilizzato commercio, investimenti, maxi-prestiti ed energia per ridurre a livelli critici la dipendenza complessiva della Moldavia dalla Russia. Il traguardo più importante raggiunto da Bruxelles è rappresentato, indubbiamente, dal gasdotto Iași-Ungheni-Chișinău, alla cui realizzazione ha contribuito la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS). La rete di trasporto è destinata a rivoluzionare il panorama del mercato energetico nella regione in quanto progettata con l’obiettivo specifico di emancipare la Moldavia dalla dipendenza da importazioni di beni energetici russi.

La Casa Bianca, invece, ha facilitato l’approvazione di un maxi-prestito da oltre 200 milioni di dollari da parte del Fondo Monetario Internazionale (FMI) al governo moldavo. È meritevole di nota il fatto che, il 24 aprile di quest’anno, ossia il giorno in cui il Parlamento moldavo ha ratificato l’accordo sul prestito del Fmi, la Corte costituzionale ha invece bloccato l’entrata in vigore di un accordo siglato con il governo russo riguardante la concessione di un prestito dalla simile entità.

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