La missione missione navale European union naval force mediterranean (Eunavfor Med) – Sophia “non esiste più”. A certificare la morte cerebrale dell’operazione lanciata nel 2015 con il duplice obiettivo di vigilare sull’embargo delle Nazioni Unite sulle armi in Libia e contribuire alla lotta al traffico di petrolio e di esseri umani nel Mediterraneo centrale è stato il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale dell’Italia, Luigi Di Maio.

Parlando a Bruxelles a margine di un tesissimo Consiglio dei ministri degli Affari esteri dell’Unione europea, il capo della diplomazia italiana ha preso atto di una situazione paradossale che si protrae in realtà dall’aprile 2019, da quando cioè gli Stati membri hanno deciso di sospendere le attività di pattugliamento dell’operazione militare in conseguenza della cosiddetta “politica dei porti chiusi” dell’allora ministro dell’Interno italiano, Matteo Salvini. Di Maio ha parlato della necessità di avviare una “nuova missione europea” con il solo scopo di monitorare l’embargo sulle armi. Il governo italiano teme infatti che il ritorno delle navi in mare possa essere interpreto come un “pull factor” per i migranti e per questo motivo sta lavorando da tempo a un “rebranding” della missione che dovrebbe rimanere a guida italiana.

Eppure non sarà contento delle parole del titolare della Farnesina l’ammiraglio italiano Enrico Credendino, che nonostante tutto guida ancora la missione navale europea, anche se sprovvista di navi. Attualmente, infatti, Eunavfor Med è presente nel Mediterraneo con sei aerei e un drone (peraltro fornito dall’Italia). Il mandato di Sophia è stato inoltre prorogato lo scorso settembre e scadrà nel mese di marzo. Le lapidarie parole del ministro pentastellato pongono fine all’idea nata dopo la Conferenza di Berlino sulla crisi libica, organizzata sotto gli auspici dell’Onu il 19 gennaio 2020, di un possibile ritorno di Sophia in mare che, peraltro, avrebbe finito per penalizzare solo una delle parti della proxy war libica (il Governo di accordo nazionale del premier Fayez al Sarraj sostenuto dalla Turchia), dal momento che altri attori (come l’Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar appoggiato da Emirati Arabi Uniti ed Egitto) continuerebbero a ricevere rifornimenti via area e dal deserto.

La mappa delle potenze straniere in Libia (Infografica di Alberto Bellotto)
La mappa delle potenze straniere in Libia (Infografica di Alberto Bellotto)

L’idea sul tavolo delle cancellerie europee, come anticipato da Insideover, è quella di sfruttare i mandati del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite già esistenti  con ben quattro le risoluzioni esistenti – 2146 (2014), 2292 (2016), 2357 (2017) e 2362 (2017) – per cominciare una sorveglianza satellitare e con i droni a tappeto, anche dei confini di terra e dello spazio aereo della Libia. Come dichiarato ad Agenzia Nova dall’ambasciatore Giampiero Massolo, ex responsabile del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis) e attuale presidente dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) e di Fincantieri, tale monitoraggio “non necessita di personale sul terreno, si può fare tranquillamente con dei droni, dall’aria”. Il problema è che una simile decisione necessita di forte volontà politica e di unità d’intenti al livello europeo. Più che dall’Austria e dall’Ungheria, l’Italia farebbe bene a guardarsi dall’atteggiamento della Francia – che non ha mai nascosto il proprio sostegno al generale Khalifa Haftar ed è stata anche colta con le mani nella marmellata – di fronte a una proposta di questo tipo.

In un’intervista concessa a Politico, il generale Claudio Graziano, capo del comitato militare dell’Ue e consigliere militare del capo della politica estera europea Josep Borrell, ha sottolineato come l’Unione europea non abbia “mai visto una guerra così vicina alle sue porte” come quella in Libia. “Nella mia lunga carriera, sono stato molte volte sul campo, nelle operazioni. Non ho mai visto una vera guerra così vicino alla porta dell’Europa”, ha detto Graziano. L’ex capo di Stato maggiore delle Forze armate italiane ha suggerito di rilanciare Sophia, sfruttando il mandato per vigilare sull’embargo sulle armi delle Nazioni Unite. “Bisogna solo riprendere ciò che è già stato approvato”, ha detto Graziano. Tuttavia, se il piano per rilanciare Sophia dovesse fallire, si invierebbe “un messaggio estremamente negativo”, poiché certificherebbe che l’Ue “non è in grado di trovare una soluzione”.

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Aggiornamento delle 15.46: Uscendo dalla riunione, Di Maio ha confermato le anticipazioni delle agenzie di stampa, spiegando che sono “tutti d’accordo come Stati membri per creare una missione che blocchi l’ingresso delle armi in Libia”.

Sono almeno tre sono le principali novità concordate a Bruxelles

• Avvio di una nuova missione aerea e navale, con disponibilità anche terrestre per bloccare le armi e l’ingresso delle armi in Libia

• Le navi militari saranno in mare ma davanti alle coste della Cirenaica, non davanti alla Tripolitania

• Per la prima volta si riconosce l’esistenza di un pull factor, cioè un fattore di attrazione dei migranti

Secondo Di Maio, l’Italia è stata ascoltata, “perché avevamo detto chiaramente” che è “inutile pattugliare le coste ovest e intercettare le rotte dei migranti, perché lì noi lavoriamo con la guardia costiera libica”. Mentre “è importante bloccare le armi”, ha ricordato. “Questi sono dei risultati che abbiamo ottenuto dopo circa due ore e mezza di Consiglio e lo facciamo con serietà finalmente per ritornare ad essere come Unione europea e come Italia protagonisti in Libia, ma con la postura di chi vuole la pace e non di chi vuole alimentare la guerra”, ha concluso il ministro.

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