Una missione diplomatica di natura ultra-confidenziale, coinvolgente Israele, Stati Uniti e Arabia Saudita, è divenuta di dominio pubblico grazie ad una soffiata presumibilmente partita da Tel Aviv. La missione, che ha avuto luogo nel primo mattino del 22 novembre, avrebbe visto la partecipazione straordinaria ed eccezionale di Benjamin Netanyahu, Yossi Cohen, Mike Pompeo e Mohammad bin Salman, riunitisi insieme in una prima storica per discutere del nuovo ordine internazionale scaturito dagli accordi di Abramo.

Una fuga di notizie studiata?

La diplomazia israeliana è nota per il possesso di una caratteristica molto particolare: la riservatezza. Che si tratti di azioni militari effettuate alla luce del giorno, come i frequenti attacchi chirurgici contro le strutture iraniane in Siria e in Iraq, o di missioni ad alto rischio, diplomatici, governanti e agenti segreti hanno storicamente seguito la linea del “né confermare né smentire” e pianificato ogni operazione con una dedizione mirabile alla cura dei dettagli.

Israele, in breve, non ha mai contemplato né la pubblicità né la fuga di notizie, perciò quanto accaduto nel mattino del 23 novembre, quando il mondo è venuto a conoscenza del viaggio ultra-segreto di Netanyahu e dell’influente direttore del Mossad, non può essere considerato il frutto del caso, di un errore o l’opera di un occhio abile e scaltro; probabilmente, ciò rientrava nell’astuto piano della dirigenza israeliana.

Svelare al pubblico mondiale un incontro tra le massime autorità di Israele e Arabia Saudita serve a conseguire principalmente due obiettivi: reiterare ai rivali dell’asse arabo-israeliano che gli accordi di Abramo hanno dato vita ad una nuova realtà, dalla quale difficilmente si tornerà indietro, ed esercitare pressioni su casa Saud, dalla quale si attendono l’avvio di una normalizzazione in tempi brevi e supporto nel convincere il resto del mondo musulmano a sposare ufficialmente il nuovo corso storico.

Un viaggio di cui sappiamo tutto

Di questo viaggio che avrebbe dovuto essere ultra-segreto, almeno in linea teorica, si sa (quasi) tutto: è avvenuto ieri sera e vi hanno preso parte Netanyahu e Cohen, i quali sono saliti a bordo di un aereo privato per recarsi a Neom, perla del mar Rosso, dove hanno soggiornato dalle 19,30 a mezzanotte circa. Una volta in città il duo avrebbe incontrato il principe ereditario saudita, MbS, alla presenza del segretario di Stato degli Stati Uniti, Mike Pompeo.

A parte il giornalista Avi Scharf, che ha tracciato il percorso del volo, le fonti che hanno dato la notizia in pasto alla stampa sono delle classiche gole profonde: non hanno volto, sono anonime, lasciano trapelare mezze verità, utilizzano condizionali e non si sono sbilanciate sul risultato dello storico incontro, che si sarebbe concluso senza un accordo.

Un incontro importante e di portata storica, insomma, eppure improduttivo e infruttuoso, perché culminato in un nulla di fatto, esattamente come quei vertici a porte chiuse organizzati da Cohen e dai lobbisti della destra religiosa americana nell’ultimo triennio che hanno reso possibile la formulazione e l’approvazione degli accordi di Abramo. Ed è precisamente di questo documento, costituzione fondante di un nuovo ordine nel mondo arabo e musulmano, che le parti hanno discusso a Neom.

Il fattore saudita

L’Arabia Saudita sta preparando la propria opinione pubblica alla svolta inevitabile, investendo in produzioni culturali, intrattenimento e adozione di nuove narrative storiche e religiose, e questa è la prova più lampante di quanto sia impellente l’interesse di dar luogo ad una normalizzazione in tempi brevi. In Israele, però, vi è consapevolezza della particolarità saudita, la cui posizione è complicata dal fatto di essere culla natia dell’islam e casa del wahhabismo, perciò è probabile che Netanyahu e Cohen abbiano focalizzato l’attenzione su altre tematiche: maggiore coordinamento sotterraneo in chiave anti-iraniana e antiturca, appoggio saudita nel convincere il resto del mondo musulmano ad unirsi agli accordi di Abramo.

Riad, infatti, esercita un’influenza elevata sia nell’area Medio Oriente e Nord Africa che in Asia meridionale, come ad esempio in Pakistan, Maldive, Bangladesh, Bhutan e Brunei, e potrebbe fare leva su di essa per spronare i suscritti a normalizzare le relazioni bilaterali con Israele, attualmente inesistenti in parte o del tutto. Non è da escludere a priori l’ipotesi che la decisione sudanese di riconoscere Israele sia stata assunta per via delle pressioni saudite, e che le stesse, adesso, siano state riorientate nel resto del mondo musulmano.

In questo contesto di ruolo saudita nel dietro le quinte del palcoscenico potrebbero inquadrarsi, ad esempio, le recenti dichiarazioni del primo ministro pakistano Imran Khan, che ha recentemente denunciato di essere vittima di “pressioni straordinarie” in merito al riconoscimento di Israele. Riad e Islamabad, infatti, sono legate da un sodalizio stretto e di lunga data, che affonda le radici nel secondo dopoguerra, e che, però, negli anni recenti si è incrinato per via delle politiche filo-indiane della famiglia reale e del crescente peso di Ankara.

Avere il Pakistan all’interno del quadro degli accordi di Abramo equivarrebbe ad allontanarlo dall’orbita turca, più che da quella iraniana, e confermerebbe la natura sfaccettata della svolta arabo-israeliana mediata dall’amministrazione Trump, uno strumento funzionale a contenere simultaneamente l’espansionismo dell’Iran e l’egemonia ascendente della Turchia e, a latere, a boicottare lo sviluppo della Nuova Via della Seta.

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