La missione (impossibile) di Blinken in Cina

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Linee rosse da non superare, consigli da non ignorare, un delicato equilibrio da preservare. Il viaggio di Antony Blinken in Cina arriva in concomitanza con l’emergere di tensioni che minacciano di riscaldare il complesso rapporto tra il gigante asiatico e gli Stati Uniti. Atterrato oltre la Muraglia per una trasferta di tre giorni, il segretario di Stato Usa cercherà di sfruttare la sua missione per salvaguardare quei pochi risultati diplomatici raggiunti da Joe Biden e Xi Jinping nel loro ultimo faccia a faccia di novembre. L’obiettivo principale di Blinken? Evitare che una scintilla – causata da una delle tante frizioni che separano le due superpotenze – possa generare un incendio con ripercussioni globali.

Da Taiwan a Tik Tok

Poco prima che Blinken mettesse piede in Cina, ad esempio, il Senato americano aveva appena approvato un disegno di legge – in seguito trasformato in legge da Biden – per sbloccare 8 miliardi di dollari di aiuti militari da destinare alla regione dell’Indo-Pacifico (presumibilmente a Taiwan in chiave anti Dragone) e vietare l’utilizzo dell’app cinese TikTok sul territorio americano (a meno che ByteDance, proprietaria del noto social, non venda la piattaforma nell’arco di nove mesi).

Tutto questo si somma alle ultime frizioni commerciali – che hanno coinvolto semiconduttori, acciaio, alluminio e auto elettriche – alle ormai consolidate discrepanze sui principali dossier geopolitici globali (guerra in Ucraina e crisi in Medio Oriente) e alla quasi gara imbastita da democratici e repubblicani Usa per apparire più duri possibili nei confronti di Pechino (le elezioni americane, del resto, si avvicinano).

Blinken è insomma sbarcato in Cina nel bel mezzo di una spaccatura sempre più profonda tra i due Paesi più potenti del mondo. Da un lato, quindi, l’emissario di Biden proverà a offrire alla controparte cinese uno o più ramoscelli d’ulivo per cercare di mantenere la dura competizione entro confini accettabili. Dall’altro, tuttavia, consegnerà alla leadership del Partito Comunista Cinese una serie di suggerimenti da attuare per evitare l’inasprimento dei rapporti.

I quattro punti caldi

Venerdì, Blinken raggiungerà Pechino per un incontro con il suo omologo, Wang Yi – che dovrebbe durare sei ore – e molto probabilmente anche con Xi. A quel punto l’atmosfera potrebbe raffreddarsi. Anche perché l’agenda dell’ospite statunitense comprende almeno quattro punti focali da far presenti agli alti funzionari cinesi.

Primo: gli Stati Uniti e i loro alleati europei non sono più disposti a tollerare la vendita da parte della Cina di componenti di armi e materiale a duplice uso alla Russia. Tutti beni che, a detta dei governi occidentali, starebbero aiutando Vladimir Putin a modernizzare le sue fabbriche di armi, permettendogli di intensificare l’offensiva in Ucraina.

Secondo: le esportazioni cinesi a basso costo minacciano i posti di lavoro americani (ed europei, ma questo è un filone che gestirà separatamente Bruxelles).

Terzo: le manovre aggressive delle navi cinesi nel Mar Cinese Meridionale devono cessare per scongiurare crisi o incidenti.

Quarto: l’avvertimento – neanche troppo velato – in merito a possibili sanzioni in vista contro le aziende cinesi coinvolte in un presunto sostegno alla Russia. Nei giorni scorsi, per la cronaca, il Wall Street Journal aveva parlato anche di eventuali, future, sanzioni contro le banche cinesi, ma per adesso non sono arrivate conferme in merito.

La Cina ascolterà con attenzione le parole di Blinken ma difficilmente accetterà di scendere a compromessi su temi del genere. A quel punto i (numerosi) falchi – sia americani che cinesi – potrebbero neutralizzare le (poche) colombe rimaste. E gettare il pianeta in una nuova fase di incertezza.