Sarà la missione più difficile da quando è segretario di Stato. Antony Blinken è pronto a imbarcarsi per volare in Cina. Il capo della diplomazia a stelle e strisce è atteso nel fine settimana a Pechino. Sulla carta si tratta di un viaggio chiave. Il primo di un segretario di Stato Usa dal 2018 quando nella repubblica popolare volò Mike Pompeo. Sul piatto un incontro con il ministro degli Esteri cinese Qin Ganq e forse un vertice con l’ex ministro Wang Yi, oggi direttore dell’Ufficio della Commissione Affari Esteri del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese. Difficile un incontro con Xi Jinping, anche se alcuni funzionari americani hanno detto che il dipartimento di Stato ci proverà fino all’ultimo.
Quella di Blinken è una missione molto delicata, già saltata una volta. Nel febbraio scorso, infatti, il diplomatico aveva in programma un viaggio in Cina poi saltato in fretta e furia a causa dell’avvistamento di un presunto pallone spia sui cieli americani prima del suo abbattimento al largo del Sud Carolina. Oggi, dopo mesi di tensioni lungo l’asse Pechino-Washington, sembrano essersi aperti degli spiragli. Non a caso nelle ultime settimane si sono intensificati i contatti di medio-basso livello tra funzionari americani e cinesi, culminati con un vertice a Vienna e un viaggio proprio in Cina del capo della Cia William Burns.

Il clima difficile
La trasferta di Blinken corre sul filo del rasio. Il funzionario è stretto tra i falchi anti-cinesi domesitci e la missione stessa, appesa a un filo fino all’ultimo. C’è infatti chi ha temuto un nuovo annullamento dopo la rivelazione del Wall Street Journal sulla base spia cinese installata nell’ex base sovietica di Lourdes a Cuba. Una “rivelazione” disinnescata dalla Casa Bianca con la confessione che gli Stati Uniti sapevano della stazione cinese già dal 2019. Ma per un ostacolo schivato, subito se ne è presentato un altro. Mercoledì, proprio in preparazione al viaggio, Blinken ha sentito al telefono Qin Ganq. Fonti cinesi e americane hanno fatto trapelare uno scambio piuttosto gelido: “Dovete smettere di interferire negli affari interni della Cina, smettere di minare la nostra sovranità”. Un preambolo che la dice lunga su come può andare il viaggio in Cina e soprattutto lo spazio di manovra.
Il menu del viaggio
Come ha scritto il Washington Post il sentiero è stretto, i temi sul tavolo tanti, e molti di difficile discussione. Funzionari dell’amministrazione Biden hanno sottolineato come sarà molto difficile avere un cambio di passo su dossier come il futuro di Taiwan, la guerra in Ucraina o anche solo lo stato dei diritti umani in Cina. L’aspetto paradossale, però, è che il viaggio stesso è sinonimo di “successo” per gli americani. A novembre, durante il G20 di Bali, Joe Biden e Xi Jinping si erano accordati per migliorare i canali di comunicazione tra Usa e Cina. Tentativo poi saltato con il pallone spia cinese. Poi a maggio lo stesso Biden ospita in Giappone durante il G7, ha detto di auspicare un “disgelo” tra i due Paesi.
Dan Kritenbrink, diplomatico senior dell’amministrazione per l’Asia, ha detto al Wp che la priorità di Blinken sarà quella di promuovere “valori e interessi” degli Stati Uniti creando canali di comunicazione. Il nocciolo di questo “riavvicinamento” tra potenze è tutto qui. Gli Usa hanno bisogno di trovare una sponda con Pechino soprattutto sul fronte della comunicazione. Kurt Campbell, coordinatore della Casa Bianca per gli affari dell’Indo-Pacifico ha spiegato al Post che è arrivato il “momento della diplomazia intensa”. La stessa amministrazione in più di un’occasione ha dimostrato di essere interessata soprattutto ad attivare nuovi canali comunicativi sul fronte militare.

Foto: EPA/XINHUA /LI XUEREN
Un dialogo complicato
Una “window of opportunity“, e cioè una opportunità immediata, che durerà solo per un breve periodo, e che deve essere sfruttata rapidamente per scongiurare “errori di calcolo”. Per il quotidiano cinese Global Times la visita di Antony Blinken oltre la Muraglia potrebbe salvare i legami bilaterali tra Cina e Usa, evitandone il deterioramento fino al pericoloso punto di non ritorno. I funzionari dei due Paesi hanno minimizzato le rispettive aspettative di assistere ad una svolta diplomatica, anche se, dato il contesto di fondo, il solo fatto di ristabilire un dialogo concreto potrebbe essere un risultato positivo tanto per Washington quanto per Pechino.
Non stiamo però parlando di un risultato scontato. Il governo cinese ha fatto capire, in maniera abbastanza esplicita, di trovarsi in una posizione di vantaggio, e che spetta quindi agli Stati Uniti – che sarebbero più desiderosi di comunicare con la Cina – mostrare più sincerità e rispetto, e non il contrario. “Non andremo a Pechino con l’intento di avere una sorta di svolta o trasformazione nel modo in cui ci rapportiamo gli uni con gli altri”, aveva non a caso avvertito nei giorni scorsi Kritenbrink.
Al contrario, agli Stati Uniti interessa costruire una sorta di arena di dialogo da attivare nel caso in cui una delle numerose tensioni in ballo tra le due potenze dovesse generare una guerra aperta. Detto altrimenti, l’amministrazione Biden intende istituire meccanismi di comunicazione di crisi, stabili e ad alto livello, per ridurre il rischio di conflitto. Difficile capire se quello di Washington è un bluff per testare i nervi della Cina, o se la Casa Bianca intende davvero rilanciare i suoi legami con il Dragone, dopo essersi resa conto dell’urgenza della situazione.

Foto: EPA/HOW HWEE YOUNG
Le linee rosse di Pechino
La Cina accoglierà Blinken e ascolterà volentieri le parole dell’inviato di Biden. Ma sempre con un certo distacco. Il rappresentante americano viene considerato uno dei falchi anticinesi più aggressivi della scuadra di Biden. Ma la speranza è che la sua visita possa portare ad altri viaggi. Pechino punta siprattutto a segretario al Tesoro Janet L. Yellen. Come ha notato il New York Times i funziari cinesi putano ad altri viaggi, considerati più fruttuosi. Oltra lal Yellen, si punta a Gina M. Raimondo, segretario del commergio e soprattutto John Kerru, inviato speciale per il clima. Incontri che però seguiranno due chiare linee rosse tracciate da Pechino, le stesse che Washington dovrà rispettare se vorrà ottenere risultati concreti.
La prima riguarda il rispetto reciproco: non potrà esserci alcun disgelo se gli Stati Uniti pretenderanno di partire da una posizione di forza e non di parità. La seconda è relativa alla questione Taiwan, un dossier scottante che il governo cinese non ha alcuna intenzione di mettere in discussione: per Pechino, l’isola è una “provincia ribelle”, un affare interno alla Repubblica Popolare Cinese, e gli Usa non devono sostenere l’indipendenza di Taipei.
Dal canto suo Matthew Miller, portavoce del dipartimento di Stato Usa, ha spiegato in una nota che Blinken “solleverà questioni di mutuo interesse sul piano bilaterale, regionale e globale”, e che parlerà dei possibili strumenti di cooperazione su “problematiche internazionali condivise”.
Attenzione però, perché mentre gli Stati Uniti sembrano ansiosi di voler rafforzare le comunicazioni con la Cina, Pechino, al contrario, ritiene che i canali esistenti, seppur ridotti al minimo indispensabile, siano sufficienti ad impedire che la situazione vada fuori controllo.
Del resto, gli Stati Uniti hanno spinto più volte per riprendere le comunicazioni regolari ad alto livello con l’esercito cinese, ma sono sempre stati respinti. A febbraio, Pechino aveva rifiutato una richiesta di telefonata tra il segretario della Difesa Usa, Lloyd Austin, e l’allora ministro della Difesa cinese, Wei Fenghe, dopo l’abbattimento americano di un presunto pallone spia cinese. Il mese scorso, il comandante del Comando Indo-Pacifico americano, l’ammiraglio John Aquilino, ha fatto sapere che una sua chiamata diretta alla controparte cinese era rimasta senza risposta. Infine, pochi giorni fa, in concomitanza con lo Shangri-La Dialogue, la Cina ha rifiutato la richiesta del solito Austin, di incontrare il nuovo ministro cinese, Li Shangfu, al summit di Singapore, ufficialmente a causa delle sanzioni americane imposte all’alto funzionario di Pechino.
La porta per il dialogo tra Cina e Usa è ancora aperta ma il tempo stringe. E anche lo spazio per effettuare rilevanti manovre diplomatiche diventa sempre più piccolo.


