La minaccia di Trump all’Iran due giorni dopo l’incontro con Netanyahu: il pressing di Tel Aviv su Washington

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A sole 48 ore dall’incontro con il premier israeliano Benjamin Netanyahu a Mar-a-Lago, il presidente statunitense Donald Trump ha lanciato un duro monito alla Repubblica Islamica dell’Iran, minacciando un intervento militare qualora le autorità di Teheran decidessero di reprimere in maniera violenta le proteste in corso nel Paese. In un post su Truth Social pubblicato venerdì, Trump ha scritto: «Se l’Iran spara e uccide violentemente manifestanti pacifici, come è sua abitudine, gli Stati Uniti d’America verranno in loro soccorso». Ha aggiunto: «Siamo carichi e pronti a partire».

Le dichiarazioni dell’inquilino della Casa Bianca arrivano mentre l’Iran è scosso da un’ondata di proteste scoppiate a fine dicembre per il crollo record del rial – arrivato a circa 1,4 milioni per dollaro – e un’inflazione al 42,2%, con i prezzi alimentari aumentati del 72%. Le manifestazioni, partite dai commercianti del Gran Bazar di Teheran, si sono estese a diverse città, coinvolgendo studenti e cittadini. Fonti locali riportano almeno sei morti negli scontri con le forze di sicurezza.

Sale la pressione israeliana

Il timing delle minacce di Trump non appare casuale. Secondo fonti americane citate da Axios, durante l’incontro di lunedì al Mar-a-Lago, Netanyahu ha discusso con il presidente USA la possibilità di nuovi attacchi contro l’Iran nel 2026, esprimendo altresì preoccupazioni per la ricostruzione del programma missilistico iraniano e per il riarmo di Hezbollah in Libano. Trump ha ribadito che, in caso di ricostituzione “reale e verificabile” del programma nucleare, gli USA lo “distruggerebbero di nuovo”, pur dichiarando di preferire un accordo diplomatico.

L’ultimatum di Trump costituisce nondimeno una svolta significativa, inclusa nella retorica, rivelando un approccio che, a tutti gli effetti, si avvicina al neoconservatorismo, seppur confinato ad alcuni specifici scenari bellici.

Le proteste e il risveglio del bazar

Come analizzato da Andrea Muratore e Alessandro Cassamangnago su InsideOver, le proteste rappresentano il “risveglio del bazar”, la classe mercantile storicamente centrale nella società iraniana – capace, nel 1978-1979, di dare slancio alla rivoluzione khomeinista. Oggi, il dissenso è alimentato da quattro fattori: fragilità economica strutturale, svalutazione record del rial, crisi post-bellica (siccità ed energetiche dopo il conflitto del giugno 2025) e riattivazione delle sanzioni ONU tramite “snapback” nell’ottobre 2025.Nel frattempo, il Mossad israeliano ha pubblicato un appello in farsi su X, incitando gli iraniani: «Uscite nelle strade. È arrivato il momento. Siamo con voi, anche sul campo».

https://twitter.com/alilarijani_ir/status/2007024418279530652?s=20

Nel frattempo, il Mossad israeliano ha pubblicato un appello in farsi su X, incitando apertamente gli iraniani a rovesciare il regime degli Ayatollah: «Uscite nelle strade. È arrivato il momento. Siamo con voi, anche sul campo».

Il consigliere del leader supremo Ali Larijani ha definito un’interferenza USA “caos per l’intera regione”. Il presidente Masoud Pezeshkian ha promesso una risposta “severa” a qualsiasi aggressione, mentre il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha invitato Trump a riprendere negoziati “nel rispetto reciproco”.

Il 2026 si apre, dunque, con una gravissima crisi economica e sociale che sconvolge Teheran: Washington e Tel Aviv ne approfittano per tentare la spallata definitiva a un regime sempre più debole. Ma una crisi politica potrebbe portare a una destabilizzazione dal futuro incerto e segnata da mille incognite, a maggior ragione con un possibile intervento militare americano.

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