La comunicazione, istituzionale e non, sul Coronavirus e la risposta all’emergenza da parte del governo italiano si sono qualificate come contraddittorie e tutt’altro che organiche. Dal lassismo iniziale alla risposta emergenziale si è arrivati a un abbassamento dei toni comunicativi e alla diffusione di un cauto ottimismo mediatico e istituzionale proprio nella fase in cui il contagio prendeva piede e misure sempre più stringenti. Una situazione confusionaria per i cittadini italiani e gli altri Paesi, europei e non, che hanno avuto difficoltà a valutare l’ampiezza del contagio e la qualità della risposta italiana.

Il governo Conte è passato in poche settimane dal timore delle accuse di razzismo per misure stringenti sugli arrivi dalla Cina a misure che sembrano richiamare le grida manzoniane, come il consiglio di evitare baci e strette di mano. Pd e Movimento Cinque Stelle non riescono a esercitare una chiara leadership, il premier ha compiuto numerosi inciampi comunicativi e la risposta politica ed economica, specie se basata sul piccolo margine di flessibilità di bilancio, non appare sufficiente.

Dal danno d’immagine a quello economico

Tutti hanno giocato a fare i primi della classe”, ha detto a Famiglia Cristiana il sociologo Marco Lombardiprofessore all’Università Cattolica di Milano, che poi ha proseguito: “Abbiamo di fatto, fornito ai nostri competitori le armi per farci fuori”, consentendo di sovrapporre la risposta all’emergenza del coronavirus e al focolaio italiano all’imposizione di ciniche politiche economiche e commerciali capaci di erodere la posizione italiana in settori per noi decisivi. I casi non mancano: dal crollo delle prenotazioni turistiche nel Paese alle indicazioni di governi come quelli di Francia, Germania e Stati Uniti di ridurre i viaggi non necessari in Italia, passando per l’odiosa richiesta di bollini di garanzia “virus-free” ai prodotti agroalimentari di cui emergono sempre più casi. Tra i più dolorosi e celebri esempi del mutato vento è da segnalare il caso dello spot della Tv francese sulla pizza al coronavirus che è al centro delle critiche dell’opinione pubblica e della politica italiana.

Dalla Farnesina Luigi Di Maio si è scagliato contro questo proliferare di attacchi indiscriminati al Made in Italy e ha annunciato uno stanziamento di oltre 700 milioni di euro per sostenerlo, ma una riflessione e un serio esame di coscienza sarebbe ora più che mai necessario. Gli affondi più duri, è bene sottolinearlo, sono arrivati da parte di Paesi che per un’ampia gamma di motivazioni hanno interessi convergenti con quelli di Roma su diversi comparti economici.

Il colpo al motore dell’economia italiana

Colpire sul coronavirus turismo, agroalimentare e manifattura italiana anche, per quanto non solo, per gli assist offerti dal caos comunicativo interno ai palazzi di potere e al Paese è una mossa cinica, ma da cui l’esecutivo, le istituzioni e i media dovevano mettere al riparo l’Italia. Aggiungiamo a ciò il fatto che la crisi del coronavirus ha fatto venire al pettine i nodi di anni di tagli devastanti al sistema sanitario nazionale e l’entità della problematica è facile da intuire: la combinazione tra la pandemia e l’infodemia rischia di produrre conseguenze travolgenti. Che l’Italia sconterà, secondo l’Ocse, in un azzeramento della crescita economica per il 2020 seguito da un lievissimo rimbalzo nel 2021.

Dati che secondo altre istituzioni e grandi gruppi finanziari come Nomura e Goldman Sachs potrebbero addirittura trasformarsi in una recessione diretta per il nostro Paese. Risultando colpito il cuore produttivo del Paese, tra Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, ogni stima è comunque soggetta alla capacità di queste tre regioni, che risultano al tempo stesso le maggiormente connesse alle catene del valore globali, di riprendere fiducia e di ingranare nuovamente la marcia dopo il brusco stop. Da non sottovalutare è l’ondata di rinvii e cancellazioni di grandi eventi che negli ultimi anni hanno contribuito alla proiezione del brand e del valore prodotto da distretti in rapida ascesa nel motore dell’economia nazionale, dal Vinitaly di Verona al Salone del Mobile di Milano, passando per esposizioni importanti per i rispettivi settori come Mido (ottica, Milano), Samother Asphaltica (costruzioni e infrastrutture, Verona). Eventi in grado, di per sé, di generare indotti milionari ma al tempo stesso chiave di volta di contatti, relazioni e affari. In un contesto di sfiducia crescente verso le capacità dell’Italia di far fronte al contagio, non è da sottovalutare un ulteriore colpo all’immagine del Paese.

La minaccia dell’incertezza

Un impatto che nelle analisi economiche viene molto spesso sottovalutato è quello sul procurment di clienti da parte delle aziende  e sul settore delle risorse umane, fondamentali per l’ampliamento di conoscenze, competenze e strategie delle imprese. “Il mercato delle competenze e delle risorse umane è già impattato. È difficile sviluppare nuovo business con nuovi clienti perché difficilissimo organizzare incontri e impossibile partecipare ad eventi. Si continua a lavorare soprattutto con clienti già esistenti”, riporta a Inside Over una fonte milanese qualificata e operante nel settore delle risorse umane.

“Tra questi”, aggiunge, “subiamo più che un forte rallentamento –  una brusca frenata – dei settori lusso, ristorazione e turismo, con sofferenze anche sul commercio. Resistono per ora manifattura e servizi vari (dal finance all’It) ma resta da vedere per quanto tempo potranno essere resilienti e resistenti”. Di converso, come era logico aspettarsi, è il settore farmaceutico a ricevere in questo periodo un aumento degli ordinativi e delle esigenze di personale.

A resistere alla crisi montante sarà “chi ha diversificato il portafoglio settori e il portafoglio clienti, nonché quello geografico, ancora una volta assorbirà meglio il colpo e potrà addirittura cogliere opportunità”. Per chi opera in città come Milano il problema da battere è l’incertezza: “Non sappiamo quando tutto questo finirà”, sottolinea la nostra fonte, che aggiunge notizie pronte a rafforzare i timori sul rallentamento del sistema Paese: “Diversi advisor strategici e finanziari con cui siamo in contatto stimano la perdita di Pil nel 2020 già tra il punto e i due punti percentuali”.

Incertezza e sfiducia sono dunque gli ostacoli che il Paese dovrà scavalcare nei mesi a venire. “Recuperare non è facile, quando in una situazione di crisi perdi la fiducia recuperarla dopo è terribilmente faticoso se non impossibile”, sottolinea Lombardi nell’intervista citata. Quando il periodo emergenziale sarà finito, per l’Italia sarà ora di un ragionamento serio e definitivo sulla qualità della classe dirigente, sulla necessità di riscoprire un decoro istituzionale degno e sul rilancio reale del Paese: l’emergenza coronavirus ha fatto sentire ancora più forte la necessità di rinvigorire la fibra istituzionale del Paese. E di ovviare agli autogol clamorosi commessi nelle ultime settimane.