La geopolitica della corsa allo spazio
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La Cina sta ampliando il raggio d’azione della sua attività diplomatica cercando di attirare nella sua sfera di influenza le nazioni insulari dell’Oceano Pacifico.

Recentemente abbiamo visto la firma di un accordo in materia di sicurezza tra Pechino e le Isole Salomone che prevede, tra le altre cose, la possibilità per il governo dell’arcipelago di poter richiedere l’intervento militare o di polizia cinese per “mantenere l’ordine sociale o per aiutare in caso di disastro naturale”. Questo patto, siglato da uno Stato che si trova “nel cortile di casa” dell’Australia – che come sappiamo è un competitor e avversario regionale della Cina – ha causato preoccupazione nel governo di Canberra e a Washington nel timore che il Dragone possa trasformarlo in una cooperazione in grado di stabilire un presidio militare nell’arcipelago, fornendo così a Pechino la tanto agognata capacità di proiezione di forza in quella che considera la sua Seconda Catena di Isole anche considerando un precedente: quello del Pakistan.

Qui, infatti, i militari cinesi accorsi per portare soccorso a seguito di una violenta serie di alluvioni, sono diventati praticamente “stanziali”. A settembre del 2010, infatti, tra i 7mila e 10mila soldati sono stati dispiegati nel Gilgit-Baltistan per aiutare nella ricostruzione dopo una devastante inondazione. Le truppe erano per la maggior parte appartenenti al genio militare ma un anno dopo, come riferito da un rapporto dell’allora capo di Stato maggiore dell’Esercito indiano, ne erano presenti ancora tra le 3 e le 4mila unità. Questi soldati sono rimasti in Pakistan per essere impiegati in generici progetti di costruzione, ma la presenza militare cinese non si è limitata al carattere “umanitario”: nel 2016 si viene a sapere dell’intenzione di Pechino di schierare truppe per proteggere il corridoio economico con la Cina lungo 3mila chilometri che collega il porto di Gwadar nel Belucistan, con la regione cinese dello Xinjiang.

Prima ancora dell’accordo con le Isole Salomone, quasi esattamente un anno fa, la Cina ha elaborato piani per rimodernare una pista di atterraggio e un porto su una delle remote isole di Kiribati, a circa 3400 chilometri a sud-ovest delle Hawaii, nel tentativo di far rinascere un sito che ospitava aerei militari durante la Seconda Guerra Mondiale. I piani prevedono la costruzione di un insediamento militare sulla minuscola isola di Kanton, un atollo corallino strategicamente situato a metà strada tra l’Asia e le Americhe.

Pechino ha allungato prima di tutto il suo braccio economico nell’area del Pacifico, così come ha fatto in Africa e nel resto dell’Asia: tra il 2008 e il 2018 i finanziamenti cinesi sono passati da zero a 1,3 miliardi di dollari, con conseguenze preoccupanti per i bilanci dei vari Paesi. La Cina infatti, al 2018, deteneva quote significative di debito sovrano, come ad esempio il 23% di quello di Papua Nuova Guinea, il 37% delle Fiji, il 39% delle Isole Samoa e addirittura il 64% di Tonga.

Il progresso dell’ampliamento delle spire del Dragone nel Pacifico fa segnare però una piccola battuta di arresto che potrebbe essere significativa di un sentimento diffuso tra quegli Stati (ma non solo) che non sostengono la politica “Una Cina”, avendo riconosciuto ufficialmente Taiwan, e che in questo momento guardano con apprensione a quanto sta accadendo nel Mar Cinese Meridionale e a Taiwan, essendo nella condizione, dettata principalmente dalla geografia, di poter trovare sostegno negli Stati Uniti anche al netto della passata storia coloniale occidentale.

Durante un vertice alle Isole Figi, che avrebbe dovuto porre le basi per un accordo di partenariato strategico quinquennale tra la Cina e diversi Stati insulari come Samoa, Tonga, Kiribati, Papua Nuova Guinea, Vanuatu e Isole Salomone, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi si è trovato nella condizione di dover esortare la regione del Pacifico a non essere “troppo ansiosa e nervosa” riguardo agli obiettivi cinesi dopo che almeno una delle nazioni partecipanti, gli Stati Federati di Micronesia, ha sollevato riserve in merito alla firma dell’accordo. David Panuelo, presidente micronesiano, aveva infatti invitato i leader di altre 21 nazioni insulari del Pacifico, in una lettera del 20 maggio, a non firmare la proposta di Pechino, che, avverte, è volta ad acquisire “accesso e controllo della nostra regione, con il risultato di minare la pace, la sicurezza e la stabilità regionale”.

Dopo l’incontro Wang ha affermato che le nazioni partecipanti hanno concordato cinque aree di cooperazione, ma sono necessarie ulteriori discussioni per creare più consenso. Le cinque aree elencate dal delegato cinese includevano la ripresa economica dopo la pandemia e nuovi centri per l’agricoltura e la gestione dei disastri naturali, ma non includevano la sicurezza. Wang, in particolare, ha detto che alcuni tra i presenti hanno messo in dubbio le ragioni della Cina per essere così attiva nelle isole del Pacifico, e la sua risposta è stata che Pechino ha sostenuto i Paesi in via di sviluppo anche in Africa, Asia e Caraibi. Forse proprio l’esempio africano, considerando il “ricatto del debito”, è quello che porta alcuni Stati del Pacifico a essere titubanti.

L’ambasciatore cinese alle Figi, Qian Bo, ha affermato, rispondendo ai giornalisti, che i partecipanti al vertice hanno accettato di discutere la bozza del comunicato e il piano quinquennale “fino a quando non avremo raggiunto un accordo” precisando però che “ci sono alcune preoccupazioni su certe questioni specifiche”. Il primo ministro delle Figi, Frank Bainimarama, ha affermato durante la conferenza stampa che le nazioni del Pacifico stanno dando la priorità alla ricerca del consenso. Diverse nazioni invitate vogliono infatti rinviare la decisione sulla bozza dell’accordo o farla modificare, nel timore forse di trovarsi maggiormente indebitati con Pechino e quindi di perdere sovranità.

Sull’altro fronte, Stati Uniti, Australia, Giappone e Nuova Zelanda sono tornati a esprimere preoccupazione per il patto di sicurezza firmato dalle Isole Salomone con la Cina il mese scorso, affermando che avrebbe conseguenze regionali portando con sé la presenza militare cinese vicino all’Australia, cercando così di inserirsi in questa frattura per scompaginare i piani di Pechino ventilando la possibilità della nascita di un nuovo fronte di instabilità regionale che richiederebbe maggiore presenza alleata per bilanciare quella del Dragone.

Proprio in merito alle Isole Salomone e alla narrazione di Washington, mentre era a Honiara, la capitale dell’arcipelago, Wang la scorsa settimana ha condannato l’interferenza statunitense e australiana nell’accordo e ha affermato che il rapporto delle isole con la Cina è un modello per le altre nazioni insulari del Pacifico.

Si tratta forse della prima vera crepa nell’architettura diplomatica cinese volta a stringere legami internazionali, soprattutto di tipo commerciale, aventi Pechino al centro, ma che possono facilmente portare con sé una penetrazione e dipendenza non solo di tipo economoco tramite il meccanismo dell’indebitamento ma anche militare: il Dragone infatti, quasi ovunque, si adopera per costruire infrastrutture di utilizzo duale in diversi Stati rivieraschi del mondo che, una volta messe sotto controllo grazie all’indebitamento, possono essere impiegate come scalo per le proprie forze navali.

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