Tutti i nodi vengono al pettine. Questione di tempo. Quando nell’ottobre del 2016 è iniziata l’offensiva su Mosul, l’entusiasmo dei media mainstream era alle stelle. Inehrent Resolve entrava nel vivo e l’appoggio Usa all’assalto iracheno contro la “capitale” dello Stato Islamico sembrava cosa buona e giusta: lo Stato Islamico, nato proprio a Mosul nella moschea sunnita di Al Nuri nel 2014, sarebbe stato cacciato una volta per tutte dall’Iraq.

Mese dopo mese però, i bollettini della grande coalizione hanno lasciato il posto al silenzio. L’onda emotiva è andata via via scemando, fino a relegare la guerra irachena contro l’Isis tra i conflitti periferici. Il filtro del disinteresse non si è rotto nemmeno nel luglio del 2017, quando Baghdad ha annunciato ufficialmente la liberazione della città. Non è stato un caso.

La guerra contro l’Isis combattuta in Iraq, nelle intenzioni occidentali era molto diversa da quella combattuta in Siria. Le armate irachene appoggiate da terra e dall’aria dalla coalizione a guida Usa servivano a controbilanciare la parallela guerra in Siria condotta dai russi e dalle forze pro Assad. La riconquista di Mosul, città strategica ma soprattutto simbolica, sostanzialmente avrebbe dovuto raggiungere tre obiettivi:

riprendere il controllo dell’Iraq del nordovest;mostrare al mondo che a combattere contro l’ISIS non c’erano solo i russi e il governo di Damasco;favorire il deflusso dei miliziani del Califfato in rotta verso ovest, cercando possibilmente di rendere complicate le cose alle forze pro Assad.

Tutti e tre gli obiettivi erano urgenti, soprattutto alla luce degli eventi militari che a partire dall’autunno del 2016 davano per certa la “reconquista” siriana e l’epilogo dello Stato Islamico, almeno come ente territoriale.

Soprattutto sul terzo punto, non c’era da farsi molti scrupoli. Come riportato dal sito CapX, ad agosto 2017 il decano della politica internazionale Kissinger aveva detto: “In Medio Oriente, il nemico del tuo nemico può essere tuo nemico”, confermando indirettamente che la sconfitta dell’Isis non avrebbe comportato automaticamente una vittoria per gli USA. In altri termini, la guerra americana contro il Califfato che fino al 2017 era rimasta sulla carta, serviva in realtà ad evitare una vittoria totale di Putin e soprattutto ad arginare il possibile “iranian radical empire” in tutta la regione.

Gli eventi reali si sono però rivelati diversi dai piani della Coalizione o meglio da quanto diffuso in Occidenti all’alba dell’offensiva irachena.

Dopo la fine del regime di Saddam Hussein, il peso della componente sciita a Baghdad è sensibilmente aumentato. Dalla dura repressione degli anni ’80-90 si è passati ad una vera e propria rivalsa contro le oligarchie legate al clan sunnita di Tikrit di cui Saddam faceva parte, sfociando in una guerra civile aperta.

È bene ricordare che l’Iraq, nella sua dimensione multietnica e multiconfessionale, è l’unico Paese arabo a maggioranza sciita. Questa sua peculiarità ne ha fatto oggetto di ossessiva attenzione da parte delle monarchie del Golfo e indirettamente dell’Occidente, che hanno eletto il regime di Saddam come un freno alla possibile tracimazione sciita e iraniana verso Ovest.

Il vero spettro per Israele del resto, è sempre stato l’integralismo sciita, che con la Repubblica Islamica nata nel ’79 a Teheran ha concretizzato la visione mistica dei seguaci di Alì, votati alla fusione teocratica fra mondo terreno e aldilà.
Se Saddam, Scud a parte, incarnava una minaccia fumosa, l’impero sciita non poteva essere sottovalutato. Non a caso Khomeini durante la guerra Iran-Iraq più volte aveva sentenziato  “La strada di Gerusalemme passa per Baghdad…”.

La necessità di chiudere un occhio dopo il recupero del Kuwait nel 1991, lasciando a un Saddam depotenziato il trono di Baghdad, nasceva proprio da questo.

La crescita degli sciiti dopo Iraqi Freedom è stata esponenziale. Molto è stato dovuto alla geniale intuizione USA con cui nell’immediato dopo-Saddam è stata disciolta l’ossatura dello Stato iracheno, fondato essenzialmente su partito Baath, forze armate e apparati di sicurezza. Nell’arco di pochi mesi tutto il Medio Oriente si è reso conto che ad una pentola pericolosa era stato tolto il coperchio.

Più di tutti ne ha preso atto il Consiglio di Cooperazione del Golfo, per cui le minoranze interne sciite in Arabia Saudita e Bahrein e gli sviluppi iracheni sono diventate una minaccia concreta.

Per capire l’evoluzione degli equilibri regionali, basta come esempio la città irachena di Falluja, già roccaforte sunnita simbolo della resistenza contro gli americani nel 2003.

A metà 2016, la liberazione dall’Isis compiuta dalle forze della coalizione si è trasformata rapidamente in un regolamento di conti tra la città sunnita (e collaborazionista del Califfato, ndr) e le milizie sciite sempre più presenti all’interno del rinnovato apparato militare iracheno. La consapevolezza americana di aver perso la pace dopo aver vinto la guerra, è andata progressivamente crescendo.

Se queste siano state le condizioni ideali per aiutare un embrione di insorgenza radicale sunnita, evoluto poi nello Stato Islamico, è ormai storia. Ciò che conta è che la guerra contro il Califfato sul fronte iracheno ha visto come protagonisti i potenziali nemici degli Usa di domani, dando corpo agli allarmi di Kissinger.

La parte del leone spetta alle PMU, le Unità di Mobilitazione Popolare, di cui fanno parte, oltre alle diverse sigle paramilitari riconducibili ad Hezbollah, anche i miliziani dell’organizzazione Badr, ala del Consiglio Supremo per la Rivoluzione Islamica in Iraq, finanziata da più di trent’anni dall’Iran (l’attuale ministro degli interni Al Araji è membro dell’organizzazione, ndr).

Come riporta polemicamente CNN, dal novembre 2016 le PMU sono diventate una forza militare riconosciuta legalmente dal parlamento iracheno, spostando verso Teheran il peso militare su cui può contare Baghdad.

La guerra a nord, una volta riconquistata Mosul, è stata presa in consegna proprio dalle Unità di Mobilitazione Popolare che hanno avuto un ruolo decisivo a novembre 2017 nella liberazione di Al Qaim, sponda irachena della siriana Abu Kamal. La città è la zip tra Siria e Iraq e il punto di snodo dello Stato Islamico sorto a cavallo dei due Paesi.

La conquista di fatto mette in un angolo quel che resta del Califfato ma oltre agli aspetti militari ha anche un grande significato politico: bilancia l’avanzata delle Syrian Democratic Forces filo americane verso i campi petroliferi a est di Deir Ezzor e stabilisce una continuità territoriale fra Iran e Siria, proprio attraverso l’Iraq.

Nell’ultimo anno l’avanzata delle forze sciite pro Assad verso il confine sud è stata fulminea, mettendo fine all’idea di un cuscinetto di protezione fra Siria e Iraq tanto caldeggiato da Israele. L’occupazione del posto di frontiera di Al Tanf sull’autostrada Damasco-Baghdad da parte delle forze speciali angloamericane a partire dall’estate 2016, era avvenuta proprio su questi presupposti.

Oggi a est del Golan, fatta eccezione per l’area del governatorato di Dar’a a ridosso dello Stato ebraico e appunto Al Tanf, tutta la frontiera fra Siria, Giordania e Iraq fino all’Eufrate è controllata da forze fedeli al governo di Damasco.

Da qui, la configurazione dell’asse che da Beirut arriva al Golfo Persico, unendo l’Oceano Indiano col Mediterraneo sotto l’egida di forze ostili a Israele e agli schemi classici dell’Occidente del secondo Dopoguerra.

Quanto successo al premier libanese Hariri, dimissionario in contumacia e obbligato ad uno stato di semilibertà a Riad, rientra appieno nello scenario. Arabia Saudita e Israele non possono permettersi una supremazia sciita in Medio Oriente e spingono affinché l’ultimo anello della catena (il Libano appunto), non finisca definitivamente sotto il controllo di Hezbollah e quindi dell’Iran. In questo senso, l’apertura verso la Siria del presidente libanese Aoun, è già da tempo un pessimo segnale per Tel Aviv.

I frutti di una scellerata guerra imposta alla Siria però, per ora parlano chiaro. Chi ha voluto la guerra, potrebbe presto pagare salatissimo il fatto di non averla vinta.

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