Sulla scena delle prossime elezioni legislative spagnole — previste per il 23 luglio e volute dal primo ministro socialista Pedro Sànchez dopo il disastro alle amministrative dello scorso 28 maggio —, c’è uno spettro politico che arranca, petula e, talvolta, strilla. Sono i resti della sinistra radicale iberica piombata, dopo anni di folcloristico fulgore, nel cono d’ombra dei media e nell’indifferenza dell’elettorato (in questi casi vale ancora il pensiero del dimenticato socialdemocratico Giuseppe Saragat: “un voto cinico e baro”).
Nel tentativo di salvare il salvabile dall’imminente naufragio (ovvero qualche seggio e qualche stipendio) i “companeros” hanno affidato le loro incerti sorti a Yolanda Diaz, chiassosa vicepremier (e comunista non pentita) nell’uscente governo Sànchez. La signora è l’attuale leader del “Movimiento Sumar”, un variopinto cartello di paleo marxisti, ecologisti ultraradicali, separatisti, estremisti woke, bolivaristi, immigrazionisti, più altri bizzarri sinistrosi assortiti.
A completare la non allegra compagine vi è poi ciò che rimane di “Podemos”, la bolla politica e mediatica più strampalata della Spagna post-franchista. A suo modo una storia esemplare. La formazione nasce nel 2014 sull’onda del movimento degli “indignados”, una nebulosa populista con forti striature neomarxiste e no global. Grazie al suo istrionico leader Pablo Iglesias (un Beppe Grillo più acculturato e appena un po’ meno cialtronesco) e una serie di promesse mirabolanti quanto velleitarie — abolizione della povertà, reddito minimo garantito, assistenzialismo diffuso e altre idee radicali — nel 2016 “Podemos” ottenne il 21,15% dei voti e conquistò alcuni importanti comuni. Un record che fece esultare le sinistre radicali d’Europa.
Pablito allora sembrava inarrestabile e vincente. Nemesi e vendicatore d’ogni torto subito dai comunisti e dai loro alleati nella guerra civile, Iglesias si erse a vindice — scoperchiando tombe, distruggendo monumenti, riaprendo antiche ferite — della sconfitta repubblica. Sulle macerie del passato (che tanto passato non è..) s’immaginò il costruttore di una “sua” personalissima e molto immaginaria Spagna. Da Berlino a Roma, da Parigi ad Atene l’iberico divenne così — come già il greco Tsipras, altra mesta meteora della nuova sinistra-sinistra continentale — la superstar dei vari leader e leaderini movimentisti. Poi gli spagnoli iniziarono a ragionare e la bolla iniziò a sgonfiarsi e alle elezioni del novembre 2019 “Podemos” raccolse soltanto il 12,84%.
Poco voti ma in ogni caso bastanti per entrare nella coalizione di governo del modesto Sànchez e assicurarsi una comoda vicepresidenza per lui e due ministeri (Uguaglianza e Politiche sociali) per le sue amiche. Pablito però rimaneva — un po’ come l’Alessandro Di Battista nostrano — un’anima narcisa e sofferente. In un ennesimo tocco di megalomania nel 2021 si dimise all’improvviso e si candidò a presidente della regione di Madrid. Un disastro pieno. A fronte del sonante 45% di Isabel Ayuso, la stella del Partito polare, Iglesis riuscì a recuperare solo un misero 7,2%. Offeso e sdegnato, il nostro annunciò con voce spezzata il suo ritiro dalla politica poichè, almeno a suo dire, era diventato “il capro espiatorio” delle “forze oscure” che aleggiavano cupe sulla penisola iberica.
Ovviamente il fondatore, da bravo padre padrone, ha continuato negli anni a seguire e dirigere la sua creatura politica che nel frattempo ha perseverato nei disastri. I peggiori, senza dubbio, sono due leggi-manifesto di “Podemos”, e in particolare della ministra transfemminista Irene Montero: la legge “Solo sì è sì”, che ha ridotto le pene per i crimini sessuali, e la “Ley Trans”, che ha introdotto in Spagna il Self-Id, cioè la libera autodeterminazione del “genere” anche per i minorenni senza l’intervento di medici o giudici. Quanto alla legge “Solo sì è sì”, ha comportato una riduzione delle pene e la scarcerazione per molti criminali sessuali proprio mentre la magistratura dava l’allarme sull’aumento dei reati sessuali commessi su minori.
Risultato? Abbandoni, voltafaccia e tante delusioni. Una somma di rancori su cui svetta, per onestà intellettuale, l’incazzatura della lobby femminista per nulla entusiasta di provvedimenti ritenuti assolutamente sbagliati, pericolosi. Per la professoressa Juana Gallego, riferimento storico del movimento: “Insegnando a bambine e bambini che possono esprimere il loro consenso si agevolano di fatto i predatori sessuali. Parole come scelta e diritti nascondono prevaricazione e volontà di dominio sui più deboli”. Parole assolutamente condivisibili. Poi l’inevitabile caduta nel vuoto elettorale e la catastrofe nelle urne.
Alle amministrative di maggio, oltre a punire Sànchez e il suo partito socialista, gli spagnoli hanno condannato definitivamente “Podemos” e il pirotecnico Iglesias. In tutte le regioni i marx-grillini iberici non sono riusciti a superare la soglia del 5%. Il niente. Il fallimento pieno. Pablito è però una salamandra. All’ultimo minuto — dopo aver vomitato sullo “tsunami reazionario in atto” e incolpato d’ogni cosa Sànchez e i suoi alleati — ha chiuso un accordo elettorale con da lui molto detestata e contestata Diaz, accettando, in cambio di qualche seggio sicuro, d’avere nel futuro “un ruolo modesto”. Cosa non si fa per una poltrona.