Le elezioni americane non influiscono solo sulle sorti degli Stati Uniti: anche gli equilibri geopolitici internazionali cambiano a seconda di chi vince. Angela Merkel è tra i leader politici che si dovranno confrontare con l’esito elettorale americano. E la Cancelliera sembra aver scelto il fronte da sostenere in vista dell’appuntamento di novembre. Non si tratta certo d’ingerenza politica, ma di semplice preferenza strategica.

Molto del ragionamento di Merkel passa dalla diversa impostazione che i candidati alla Casa Bianca intendono promuovere nei rapporti commerciali con Pechino. Donald Trump, comunque vada tra qualche mese, verrà ricordato come il presidente che ha tentato di privilegiare le logiche economiche interne, con l’arcinota risalita statistica del tasso d’occupazione, a quelle della globalizzazione. Joe Biden, che punta ad inserirsi nella grande tradizione democratica, è una figura politica allergica ai confini, e dunque anche ai dazi doganali.

Sfogliando il catalogo di Netflix, ci si imbatte anche in “American Factory”, un documentario prodotto da Barack e Michelle Obama che racconta di come un’azienda cinese possa integrarsi nel contesto dell’Ohio. Gli asinelli percepiscono un fenomeno del genere alla stregua di un’opportunità economica. Gli elefantini, in specie dall’avvento di Trump in poi, preferiscono che il know-how, e soprattutto la proprietà aziendale, permanga nelle mani dei cittadini statunitensi. La Germania di Angela Merkel è pienamente inserita nel contesto globalizzato. Gli States di Trump sono il principale sponsor dell’isolazionismo.

Un’Europa centrata sui rapporti bilaterali – questa è l’idea di Trump per il Regno Unito di Boris Johnson, che concorda – non conviene alla Merkel, che preferisce fare da locomotiva trainante di un contesto economico più ampio. Ma questo è solo uno degli elementi per cui la Cancelliera non può che sperare che a vincere sia Biden. Fin qui abbiamo posto l’accento su aspetti macro-economici: esistono pure questioni molto più concrete.

Donald Trump non sembra convinto che la Nato debba continuare a svolgere la funzione per cui è stata creata. Più che sull’organismo in sé, Donald Trump – come spesso accade e com’è successo pure in relazione all’Organizzazione mondiale della Sanità – riflette sulla ripartizione delle spese e sull’esistenza di una reale convenienza alla partecipazione per gli Stati Uniti. Per quanto la partita più complessa – come ricordato pure su un’edizione recente di Italia Oggi – è quella che si gioca sul Nord Stream 2, il gasdotto che collegherebbe la Russia di Vladimir Putin e la Germania di Angela Merkel. Gli americani non si limitano all’interpretazione economica: un asse tra Russia e Germania sposterebbe gli equilibri geopolitici continentali verso una direzione precisa.

I tedeschi non vogliono neppure sentir parlare di sanzioni, ma la sensazione è che la contrarietà al gasdotto accomuni le posizioni degli ambienti repubblicani a quelle degli ambienti democratici. Questo genere di operazione pare preoccupare la politica a stelle e strisce in generale. E questa è un’altra considerazione con cui la Merkel potrebbe dover fare i conti a breve. Prescindendo dalla singola questione del gasdotto, però, è chiaro che la Merkel non può che preferire il “mondo aperto” di Joe Biden a quello chiuso di Donald Trump.

L’attuale inquilino della Casa Bianca ha già scelto il suo interlocutore politico privilegiato nel continente europeo: Boris Johnson, che è anche il leader della prima nazione di peso ad aver abbandonato l’Unione europea. Trump vorrebbe che tra Usa e Uk venisse costruito un perno diplomatico in grado di garantire più autonomia possibile ad entrambe le realtà economiche. Dalla Brexit in poi, le frizioni tra Washington e Berlino sono aumentate. L’Europa non potrà insomma limitarsi ad osservare il responso elettorale delle presidenziali in maniera passiva: bisognerà anche prepararsi agli scenari che seguiranno naturalmente le votazioni americane.

Chi tifa per la globalizzazione non può che tifare anche per Joe Biden. Chi invece pensa che l’attuale sistema economico debba essere ripensato in favore di una scelta sovranista non può che confidare in The Donald. Vale per le “curve” del tifo, ma anche per i principali attori geopolitici mondiali.

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