Il viaggio, improvviso ma non improvvisato e tenuto parzialmente segreto anche ai Paesi alleati e ai partner di Governo, di Giorgia Meloni nei Paesi del Golfo Persico (Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, non Kuwait per ragioni di sicurezza) certifica l’ennesimo episodio in cui l’Unione Europea si rivela drammaticamente incerta di fronte a un’emergenza, quella energetica, che riguarda l’intero continente. Del resto la Meloni è stata chiara: si tratta di “difendere i nostri interessi nazionali”. E se per lo Stretto di Hormuz passano petroliere indiane, giapponesi e francesi, vuol dire che con l’Iran si può trattare (e infatti si dice che anche l’Italia abbia contatti in ballo, anche se nessuno lo confermerà mai) e che in ogni caso siamo all’ognuno per sé.
Ai Paesi arabi che ci forniscono il 15% del petrolio e il 10% del gas l’Italia chiederà probabilmente uno sforzo supplementare, nella speranza che la guerra finisca il più presto possibile, prima che i propositi di razionamento del carburante per aereo, il diesel a 3 euro e i rincari in bolletta diventino troppo costosi: per le famiglie in primo luogo, e per il consenso dei governi subito dopo.
Quel riferimento agli “interessi nazionali” dice tante cose. Tra l’altro il senso di abbandono e solitudine rispetto a una reazione comunitaria che latita mentre abbondano altre iniziative: su tutte, la decisione dell’Agenzia internazionale dell’energia (IEA) che con voto unanime ha stabilito di liberare 400 milioni di barili delle riserve strategiche dei 32 Paesi che ne fanno parte (la quota dell’Italia, poco meno di 10 milioni di barili, equivale al 2,5% del totale), equivalenti a 16 giorni della produzione petrolifera giornaliera. Anche il G7 sta pensando a qualcosa di analogo.
Quello dell’IEA non è l’unico provvedimento che i Governi e le istituzioni possono prendere per alleviare l’emergenza. Ma in ogni caso una scorta aggiuntiva di 16 giorni prevede ovviamente che la guerra si concluda in tempi relativamente brevi. Purtroppo l’IEA ha preso la sua decisione l’11 marzo, i 16 giorni sono passati e la fine della guerra in Iran, con il relativo blocco dello Stretto di Hormuz, non è nemmeno all’orizzonte. Così come ancora da vedere è un’iniziativa unitaria dell’Unione Europea per intervenire su questa ennesima emergenza. Il massimo di europeo che abbiamo visto finora è stata, dopo l’approvazione della Risoluzione 2817 al Consiglio di sicurezza Onu, la lettera dei 7 Paesi (quattro UE, cioè Francia, Germania, Italia e Olanda, più Canada, Giappone e Regno Unito) per segnalare una disponibilità a lavorare per la libera navigazione nello Stretto di Hormuz, ma solo a guerra finita e sotto l’egida dell’Onu.
L’Europa che approva la guerra di Trump
Non solo. Nei primi giorni della guerra israelo-americana all’Iran abbiamo assistito a una serie di prese di posizione delle autorità comunitarie (la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, il presidente del Consiglio Antonio Costa, la responsabile della politica estera Kaja Kallas, il commissario all’Economia Valdis Dombrovskis) tutte centrate sulla necessità di mantenere alta la pressione sulla… Russia. Il che, stante l’invasione del febbraio 2022, è più che comprensibile ma che, con il Golfo Persico in fiamme, non pare esattamente il primissimo pensiero, soprattutto per un’Europa che in pratica ha tagliato tutti i ponti con i rifornimenti energetici in arrivo da Est. Non solo: l’Unione Europea di fatto si è schierata contro due suoi Paesi membri (anche se ostruzionisti e ribelli) come Slovacchia e Ungheria e al fianco dell’Ucraina nella disputa sull’oleodotto Druzhba, che porta il petrolio appunto a quella parte di Europa, spingendo così Fico e Orban a bloccare il prestito Ue di 90 miliardi che sarebbe linfa vitale per Kiev.
Non si immagina, ovviamente, che Bruxelles, in nome della nuova emergenza energetica, possa riaprire le porte a Mosca, soprattutto con la guerra che ancora infuria. Ma una tale disforia ha del clamoroso. Ci piacerebbe attribuire il paradosso alla scarsa lungimiranza della classe politica europea che in altre occasioni ci è parso di scorgere, e che sul tema dell’energia è stata perfettamente descritta da Giuseppe Gagliano proprio in queste pagine in un articolo non a caso intitolato L’Europa nella trappola energetica che si è costruita da sola. Ma temiamo che il problema sia più importante di così. Nella realtà, mentre la Meloni corre nel Golfo per difendere gli “interessi nazionali” e dice di non essere d’accordo con Trump (posizione abbracciata, in un modo o nell’altro anche dai leader di Germania e Regno Unito, per non parlare di Macron che con Trump ormai si prende a male parole o di Sanchez in Spagna) e con la guerra all’Iran, una grossa fetta dell’Europa comunitaria sceglie la strada esattamente opposta.
La Bulgaria ha un accordo con Washington per far decollare dall’aeroporto di Vassil Levski gli aerei Usa che vanno a bombardare l’Iran. Dopo pochi giorni dall’inizio della spedizione israelo-americana, il Parlamento della Romania ha approvato la concessione della base militare di Costanza per il dispiegamento di 10 mila soldati americani. Il Kosovo, anche se Paese candidato e riconosciuto solo da 22 Paesi membri su 27, appoggia la guerra all’Iran. Idem i tre Paesi del Baltico, la Repubblica Ceca, l’Albania e la Nord Macedonia (Paese candidato). Anche la Polonia appoggia gli Usa e non ha mandato i Patriot nel Golfo persico solo perché, come ha detto il ministro della Difesa Wladyslaw Kosiniak-Kamysz, servono a tenere a bada la Russia.
In queste condizioni, per la Ue è oggettivamente impossibile costruire un’azione politica unitaria. Se poi pensiamo che i tre commissariati Ue oggi più importanti, Esteri, Economia e Difesa, sono affidati a tre esponenti dei Paesi baltici (l’estone Kallas, il lettone Dombrovskis e il lituano Andrius Kubilius), ci rendiamo conto che si sta realizzando il piano a lungo perseguito dagli Usa e implementato con l’allargamento del 2004-2005: costruire un vallo politico anti-russo sul fianco Est dell’Unione, contenere la Russia e progressivamente intaccare l’influenza predominante dentro la Ue dei Paesi fondatori dell’Europa occidentale. Un Drang nach Osten cui l’invasione dell’Ucraina decisa da Vladimir Putin ha dato l’impulso finale.