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Politica

La Marcia delle Bandiere, l’odio divampa a Gerusalemme

Cori razzisti e violenze contro i giornalisti alla consueta manifestazione organizzata dalla destra ebraica

L’odio, ancora una volta, divampa per le strade di Gerusalemme, dove ieri si è svolta la consueta Marcia delle Bandiere. I cori dei manifestanti avevano tutti un denominatore comune, ovvero l’incitamento alla violenza e alla discriminazione razziale. Tra le strofe degli inni estremisti, cantati ripetutamente, fino alla noia, c’erano frasi del tipo “a morte gli arabi” oppure “che il loro villaggio bruci”. Difficile da credere, o forse non più, dato che quanto urlato dai manifestanti, più che un feroce slogan, appare oggi come cruda cronaca di ciò che sta avvenendo nella Striscia di Gaza, dove i villaggi bruciano per davvero e i morti palestinesi sono oltre 36 mila, con coda altrettanto brutale in Cisgiordania.

Ebbene, quella delle Bandiere non è una marcia qualsiasi. Viene organizzata ogni anno, per celebrare la riunificazione di Gerusalemme, avvenuta nel 1967, dopo la cosiddetta “Guerra dei sei giorni”. Ma, al di là di questo, il “Jerusalem Day” racconta tanto altro del Paese. Come fa notare Nir Hasson su Haaretz, questa manifestazione è una sorta di “termometro accurato della condizione della società israeliana”. Insomma, è lo specchio dell’anima di una parte di Israele, sempre più importante. “Misura i livelli di odio, razzismo e violenza nella società religiosa sionista e la tolleranza della polizia e dei civili verso questi atti”, analizza Hasson. E, sfortunatamente, “la diagnosi di quest’anno è terminale”. La marcia di ieri è stata “una delle più violente e brutte che abbia mai visto – confessa Hasson – e ho assistito a ciascuna di esse negli ultimi 16 anni”.

Ben Gvir, ospite d’onore della feroce manifestazione

Per questioni di sicurezza, i cittadini palestinesi residenti nella zona compresa tra la Porta di Damasco e la Città Vecchia, hanno ricevuto l’ordine di rimanere in casa. Persino i negozi arabi – e questa non è una novità – sono rimasti chiusi. Dettagli che raccontano bene il potenziale distruttivo della Marcia delle Bandiere, una manifestazione che ha luogo in un paese democratico, ma che obbliga i cittadini arabi a rincasare.

Lo spirito generale era quello della vendetta – si continua a leggere su Haaretz. Il simbolo principale sulle magliette dei manifestanti era il pugno kahanista e il canto popolare era un inno alla lotta sanguinosa, in cui si augurava la morte agli arabi”.

In questa spaventosa cornice era presente, ovviamente, anche il ministro della Sicurezza, Itamar Ben Gvir. Lo aveva promesso nei giorni precedenti alla marcia e così è stato. Ha preso parte alla sfilata d’odio accolto dai giovani che lo chiamavano “prossimo primo ministro d’Israele”. Il leader di Potere ebraico ha fomentato la folla, sostenendo che le strade di Gerusalemme su cui stavano marciando appartenevano esclusivamente alla sovranità israeliana. Occorre ricordare che sia la Porta di Damasco, da dove è iniziato il cammino, che il Monte del Tempio, dove è terminato, sono due tra i luoghi più sacri al mondo, santuari importanti sia all’Islam che alla religione ebraica. Ebbene, Ben Gvir, coerentemente con il suo stile provocatorio e sconsiderato, ha dichiarato: “In ogni casa a Gaza e nel nord ci sono immagini del Monte del Tempio e di Gerusalemme. E noi diciamo loro [ai palestinesi] che sono luoghi nostri. Oggi gli ebrei sono entrati liberamente nella Città Vecchia. E qui [sul Monte del Tempio] hanno pregato liberamente”.

Le violenze contro i giornalisti

In assenza di vittime palestinesi, i giovani hanno rivolto la loro violenza contro i giornalisti”, così racconta nel suo articolo Hasson. Parole lapidarie e riscontrabili nei video pubblicati sui social, in cui si riprendono botte, spinte e altri atti violenti ai danni “di giornalisti, fotoreporter o chiunque fosse identificato come tale”. Non a caso, nei video succitati, le persone con teste e volti insanguinati, hanno tutte appeso al collo il tradizionale pass contrassegnato dalla scritta “press”.

“Per la prima volta da quando seguivo la marcia – racconta il giornalista – sono stato aggredito da un gruppo di giovani. Mi hanno spinto a terra e preso a calci per un tempo che trovo difficile da valutare, finché non ho visto la polizia di frontiera spingerli via. Uno degli agenti della polizia di frontiera mi ha aiutato ad alzarmi. Un altro ha trovato i miei occhiali. Ne sono uscito con graffi e leggere contusioni, mentre due fotografi hanno riportato ferite alla testa”.

Le violenze contro la stampa sono continuate finché la polizia non ha deciso di allontanare i giornalisti dalla zona, “relegandoli in un complesso recintato sopra la Porta di Damasco”. Quanti si sono opposti all’ordine, per mera fede nel proprio mestiere, “sono stati minacciati di venire arrestati”. Una cronaca desolante, ma che – per tornare a quanto sostiene Hasson – ben descrive l’animo di migliaia di estremisti che oggi popolano Israele”.

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