Migliaia di cittadini in piazza, una protesta che nasce contro un provvedimento di governo il quale, una volta ritirato, non riesce a placare gli animi e dalle principali città del paese i cori iniziano a chiederne anzi le dimissioni: un copione, questo, visto più volte negli ultimi anni e specialmente dal 2000 in poi presso i paesi orientali dell’Europa e che adesso va in scena in Romania. La protesta rumena, da un lato, era prevedibile perché la popolazione vive con una certa insofferenza la convivenza con l’attuale classe politica (l’affluenza sotto il 40% alle ultime recenti politiche è il dato che più dimostra una tale circostanza), ma dall’altro lato è sorprendente vedere che i contorni delle manifestazioni assomigliano sempre più alle ‘primavere’ vissute in Ucraina, Serbia, Georgia ed in altri contesti ex sovietici o dell’Europa dell’est: a Bucarest non esistono grandi forze anti NATO od anti UE al governo, né all’opposizione, eppure qualcosa, nel dilagare delle proteste, non torna.Il ruolo del presidente IohannisLa Romania è un pezzo di Europa latina trapiantato nel cuore dei Carpazi e, dopo la caduta d Ceausescu nel 1989, oltre alla lingua neo – latina il paese con la parte occidentale del paese condivide anche una struttura politica molto simile: esistono infatti due grandi blocchi partitici, non proprio un vero bipolarismo ma due coalizioni che si contendono il potere, da un lato i socialdemocratici eredi del Partito Comunista, dall’altro i liberali. Entrambi gli schieramenti però, sono sempre stati a favore di una maggiore integrazione tanto nell’UE e quanto nella NATO; la vittoria del liberale Basescu contro il socialdemocratica Nastase nel 2004, elezioni svolte in concomitanza con i primi moti di piazza di Kiev a favore di Yushenko con i media che allora non hanno mai mancato di fare parallelismo tra i due casi, ha forse accelerato l’adesione di Bucarest a Bruxelles (avvenuta nel 2007) ma di fatto entrambi i grandi partiti rumeni sono molto vicini all’occidente.Entrambi, in particolare, dopo la caduta di Ceausescu hanno provveduto ad avviare e perfezionare privatizzazioni e liberalizzazioni, svendendo di fatto gran parte delle aziende di Stato; negli ultimi anni poi, il problema della disoccupazione, di un’economia perennemente in affanno e dell’endemica corruzione, hanno accentuato una certa insofferenza della popolazione verso la classe politica e nelle presidenziali del 2014, Klaus Iohannis (liberale della minoranza tedesca e protestante del paese) è riuscito a vincere le elezioni proprio grazie alla sua propaganda anti corruzione. Il sistema rumeno è un mix tra un parlamentarismo italiano ed un semi – presidenzialismo francese: il presidente, in particolare, pur avendo formalmente un ruolo cerimoniale viene eletto dal popolo e può intervenire direttamente negli affari esteri ed in quelli della sicurezza nazionale, con il potere anche di andare in disaccordo con il governo. Da qui, la prima incongruenza riscontrabile con le manifestazioni odierne: il presidente Iohannis, da attore super partes, si è trasformato in uno dei capi della rivolta, chiedendo esplicitamente in parlamento le dimissioni del governo.Un ruolo, quello di Iohannis, che stride con la sua carica ma anche con la teorica linea dei manifestanti: in piazza si grida contro la corruzione della classe politica e Iohannis, appartenendo ad uno dei due grandi partiti rumeni, non si può certo definire come un esponente dell’anti – politica, eppure è riuscito a ritagliarsi un ruolo di paladino anti corruzione in grado di orientare tanto i cori della piazza, quanto i lavori parlamentari. Iohannis non è nuovo a questa iniziative: quando nell’ottobre del 2015 un incendio in una discoteca della capitale ha ucciso 27 studenti, il presidente ha cavalcato l’onda della protesta di quei giorni riuscendo ad ottenere la testa dell’allora premier, Victor Ponta, il quale era anche leader dei rivali socialdemocratici. Il primo cittadino rumeno quindi, si sta dimostrando molto abile nel cavalcare le proteste di piazza, ma in tanti a Bucarest iniziano ad ipotizzare un proprio ruolo anche nel fomentare i movimenti anti governativi.Il ruolo di Sandra PralongOggi come durante le proteste del 2017, al governo vi è un esecutivo socialdemocratico; dopo le dimissioni di Ponta infatti, Iohannis ha dato incarico a Dacian Ciolos di formare un esecutivo tecnico il cui mandato è scaduto nel gennaio 2017: le nuove elezioni hanno confermato una maggioranza socialdemocratica e, dopo il fallimento della candidatura al ruolo di primo ministro di Sevil Shhaideh, donna appartenente alla minoranza tatara – musulmana, il nuovo governo è guidato da Sorin Grindeanu. E’ stato questo esecutivo ad approvare la norma che prevedeva amnistia per i reati di corruzione, una legge concepita ufficialmente per ridurre il sovraffollamento nelle carceri rumene e che l’esecutivo di Bucarest afferma di averla attuata dopo i consigli provenienti da Bruxelles. Da qui, per l’appunto, le proteste di piazza cavalcate dal presidente liberale in cui, tra le altre cose, non sono mancati riferimenti proprio all’UE con simboli e bandiere delle istituzioni comunitarie, proprio come nelle precedenti manifestazioni di piazza negli altri paesi dell’est.Secondo la piazza o, meglio ancora, secondo i media che seguono la piazza, i manifestanti non solo chiedono una lotta senza quartiere contro la corruzione, ma invocano l’Europa e vogliono standard più vicini a quelli dei paesi occidentali; ecco quindi un altro elemento che non torna: un presidente che abdica al proprio ruolo d’imparzialità ed una piazza di un paese dell’UE che manifesta contro il governo alzando i vessilli comunitari. Scene, come detto, viste altrove: è possibile quindi ipotizzare l’interesse di creare una nuova primavera nell’est? C’è un nome, su tutti, che crea un collegamento tra il presidente Iohannis (ed il suo comportamento) con le stesse ONG protagoniste a Belgrado e Kiev: è quello di Sandra Pralong.In esilio a New York durante il regime comunista, una volta tornata in patria è stata rappresentante della Open Society Foundation di George Soros, è stata poi referente di altre ONG ricollegabili al magnate americano e nel suo curriculum spuntano anche collaborazioni con l’OCSE ed un ruolo di alto funzionario internazionale all’interno dei programmi di sviluppo dell’ONU negli anni 2000. Un percorso professionale tipico di chi opera per le ONG ‘Open’ e per quelle organizzazioni fautrici (a suon di propaganda e finanziamenti) di molte rivolte di piazza: oggi Sandra Pralong è tra le più strette collaboratrici del presidente Iohannis. Potrebbe quindi esserci lei dietro le proteste di questi giorni e dietro l’atteggiamento pro manifestanti del capo dello Stato; lo ‘zampino’ di Soros quindi, è possibile riscontrarlo anche a Bucarest ed anche in questo caso si sfrutta l’insofferenza della popolazione per un sistema che nessuno dei partiti al potere è riuscito a scardinare.Gli interessi legati alla RomaniaImportante nello scenario orientale, la Romania è anche un paese che vive mille contraddizioni: enormi potenzialità ed endemica corruzione, diversi progetti di sviluppo ma una disoccupazione che non accenna a diminuire, una società quindi già provata economicamente a cui si aggiungono gli equilibri non sempre solidi tra le varie minoranze etniche di cui è composta la nazione. Pur tuttavia, Bucarest non ha mai manifestato intenzione di andare controcorrente nel suo processo di integrazione europea, nemmeno con il governo tanto osteggiato dei Socialdemocratici; il perché di un eventuale interesse di attuare una nuova ‘primavera’ rumena, è forse da ricercare nel tentativo di canalizzare il malcontento di un paese che mostra insofferenza e disaffezione al suo sistema democratico oppure, in alternativa, il programma che prevede innalzamento dei salari minimi ed altri interventi sul welfare dell’attuale esecutivo ha spaventato e non poco chi teme un rientro dello Stato nell’economia. Di certo, le manifestazioni a Bucarest lasciano più di un dubbio circa la loro spontaneità.