Il governo macedone ed i partiti di opposizione hanno concordato lo svolgimento di elezioni legislative anticipate per il 12 aprile del 2020. Tutta colpa di Macron o quasi. Le istituzioni europee, infatti, non sono state in grado di determinare quando la Repubblica di Macedonia del Nord e l’Albania potranno iniziare i colloqui di accesso all’Unione Europea e ciò ha portato il primo ministro socialdemocratico Zoran Zaev ad anticipare di otto mesi l’organizzazione delle consultazioni. Il diniego sarebbe stato determinato dalle pressioni esercitate in tal senso dal presidente francese e da altri stati membri: Emmanuel Macron aveva già affermato, in passato, che prima di accogliere nuovi membri l’UE avrebbe dovuto affrontare un processo di riforme interne. Il rischio, però, è quello di frustrare le aspirazioni della popolazione del Paese e di spingerla, in futuro, tra le braccia di Mosca.

Gli sviluppi

Il percorso di Skopje verso Bruxelles continua ad essere difficile ed irto di ostacoli. Per decenni, infatti, una controversia diplomatica tra la Repubblica di Macedonia e la Grecia ha impedito alla nazione  di entrare a far parte della Nato e dell’Unione Europea. Atene, infatti, riteneva che lo Stato confinante, nato nel 1991 in seguito alla disintegrazione della Yugoslavia, avesse intenzione di annettere la regione della Macedonia greca e pretendeva un cambio di nome da parte di Skopje. Un accordo è stato infine raggiunto, dopo lunghe e difficili trattative, nel 2018 e lo Stato ha assunto il nome di Repubblica di Macedonia del Nord. Ora, però, l’opposizione di Parigi e di altre nazioni rischia di rivelarsi fatale per le aspirazioni di Skopje e sullo sfondo c’è la Federazione Russa, pronta ad affrontare gli impeti europeisti della popolazione macedone ed a limitare i danni nella regione balcanica. In quest’area Mosca può contare sulla Serbia, storico partner con cui le relazioni sono eccellenti e sulla Repubblica Srpska, una delle due entità federative della Bosnia Erzegovina.

Skopje è comunque sul punto di entrare a far parte della Nato, dopo aver firmato il protocollo di accesso nel febbraio del 2019 ed un intervento russo potrebbe solamente smorzare l’integrazione della Macedonia del Nord nelle strutture euro-atlantiche. Di certo il Cremlino vedrebbe di buon occhio una vittoria, nelle consultazioni di aprile, dei nazionalisti conservatori del VMRO-DPMNE, al potere sino al 2017 ed il cui premier, Nicola Gruevski, è stato accusato di autoritarismo dall’Occidente.

Le prospettive

Il processo di progressiva integrazione nell’Unione Europea dovrebbe servire a pacificare in maniera definitiva la regione balcanica, che, ancora oggi, è percorsa da tensioni etniche e tra nazioni diverse, su tutte quelle tra Kosovo e Serbia. Un rallentamento di questo processo rischia, così, di portare nuova instabilità nell’area e potenzialmente di far riaffiorare scontri e conflitti. Le dinamiche politiche macedoni che hanno visto, nel recente passato, una dura contrapposizione tra Socialdemocratici e conservatori potrebbero tornare ad agitarsi e lo stesso accordo con la Grecia sul cambio di nome potrebbe essere messo in discussione da una vittoria dei nazionalisti. La mossa di Macron potrebbe avere il duplice effetto negativo di togliere ulteriore credibilità alle istituzioni europee e di scatenare tensioni non necessarie in una nazione ormai quasi del tutto pacificata. Il destino di Skopje, dunque, appare sempre più in bilico.