Si è concluso, a Mogadiscio, il Somali Partnership Forum (Spf) a cui hanno preso parte i rappresentanti del governo nazionale, esponenti delle istituzioni regionali ed inviati provenienti da quegli Stati ed organizzazioni internazionali che hanno un buon rapporto con la Somalia. L’incontro è stato un’occasione per fare il punto sui progressi fatti, ad oggi, dall’esecutivo di Mogadiscio e di tracciare una roadmap che programmi le azioni necessarie per il futuro. Mahdi Mohammed Gulaid, Vice Primo Ministro del Paese, ha ricordato come la nazione abbia, di fronte a sé, una miriade di ostacoli per poter ricostruire un apparato statale efficiente e funzionante e che sarà necessario anche l’aiuto logistico e finanziario dei partner internazionali per raggiungere questo obiettivo.

Le prospettive

Il governo somalo deve affrontare una serie di sfide molto difficili per riuscire a stabilizzare il Paese. La situazione della sicurezza continua ad essere precaria: gli attacchi di Al-Shabaab causano morte e distruzione ed il gruppo jihadista controlla una parte delle aree rurali. La lotta al terrorismo viene effettuata con il supporto della Amisom, la missione dell’Unione Africana che opera con l’appoggio delle Nazioni Unite e anche grazie all’aiuto, tra gli altri, di Stati Uniti ed Unione Europea. La Amisom, che ha subito negli anni gravi perdite a causa degli attacchi di Al Shabaab, dovrebbe però  terminare il proprio mandato nel 2021 e da quella data Mogadiscio dovrà riuscire ad essere indipendente.  Sullo sfondo ci sono anche le elezioni, che dovranno essere organizzate per la fine del 2020 o l’inizio del 2021. La comunità internazionale vorrebbe un apparato statale legittimato dal consenso popolare e per far questo le istituzioni dovranno adottare una legge elettorale che garantisca il diritto di voto individuale a ciascun cittadino. Non basterà comunque il semplice passaggio di un provvedimento legislativo: la Somalia non è più una nazione, nel senso stretto del termine, dal 1991 quando cadde il regime di Siad Barre. Il Paese si è da allora disintegrato in una miriade di micro entità, in lotta tra loro. Questa situazione di quasi anarchia si è parzialmente attenuata negli ultimi anni, quando Al Shabaab da un lato ed il Governo Federale Transizionale dall’altro sono diventati i principali attori sullo scenario somalo.

Uno scenario difficile

I desideri della comunità internazionale si scontrano con una realtà sul terreno che è molto più dura e difficile. Pensare allo svolgimento di elezioni nel breve termine, in un Paese devastato da decenni di guerra e tra i più poveri al mondo, pare pura utopia. Il governo somalo solo recentemente ha avviato una serie di riforme migliorative delle proprie forze armate, dall’istituzione di un sistema retributivo più efficace ad una maggiore tutela per quei soldati rimasti feriti in azione e non pare ancora in grado di poter operare in maniera indipendente nel Paese. La presenza di Al Shabaab, inoltre, costituisce un impedimento oggettivo alle consultazioni, dato che le aree controllate dal gruppo rimarrebbero escluse dalle operazioni di voto.

Ci sono, però, anche sviluppi positivi. Gli Stati Uniti hanno annunciato la riapertura della propria ambasciata, chiusa dal 1991, nel Paese. Si tratta di un evento significativo, sia perché sottolinea la volontà di Washington di migliorare ed approfondire le proprie relazioni con Mogadiscio sia perché è un piccolo segno verso il ritorno alla normalità della nazione. Le forze armate americane hanno condotto, negli ultimi anni, una serie di raid contro i radicali islsmici e ritengono che l’organizzazione debba essere debellata. Il supporto attivo di Washington e della comunità internazionale sarà fondamentale per aiutare il Paese a rialzarsi ed a camminare sulle proprie gambe. La strada per la pace in Somalia è ancora molto lunga ed accidentata.