diventa reporter con NOI ENTRA NELL'ACADEMY

Come già accennato in un precedente articolo dedicato a John Adams, il “fenomeno Trump” non è l’exploit improvviso di un bizzarro outsider, ma si inserisce, in modo sicuramente eccentrico, nel vasto e profondo sentimento populista che scorre nella storia americana sin dagli albori.

Tale schieramento primeggiò grazie a figure eccezionali come il secondo e il terzo presidente Usa, rispettivamente John Adams e Thomas Jefferson, che furono gli antesignani di quello che, cento anni dopo, sarebbe diventato il populismo propriamente detto, incarnato nei partiti e movimenti esplicitamente populisti, come la Granges, il Greenback Movement e, ovviamente, il vero e proprio People’s Party, che sfiorò la vittoria alle presidenziali del 1896 con il candidato democratico-populista William Jennings Bryan.

Può essere azzardato definire il termine “populismo americano” in un’accezione tanto larga da comprendere personaggi apparentemente lontani tra loro come gli stessi Jefferson e Adams e i loro epigoni, ma è sicuramente vicina alla realtà la definizione di “risposta dei ceti meno favoriti e spesso non rappresentati” che manifestarono politicamente il loro dissenso, spesso radicale. La prima forma di contrapposizione populista fu quella tra città e campagna, soprattutto nel momento in cui la realtà urbana, divenuta motore industriale e cuore finanziario del Nuovo mondo, crea, inevitabilmente, una tale concentrazione di ricchezza da impoverire e soprattutto sfruttare, il vasto mondo agricolo, rimasto ancorato a una visione pre-capitalista ricca di lavoro e molto produttiva, ma povera di mezzi e quindi necessariamente indebitata.
Si ripropose, quindi, in termini a volte molto accesi, la contrapposizione tra le “due città”, tra i ricchi e i poveri, ovvero i produttori, piccoli proprietari, o fittavoli che dovevano ipotecare il proprio raccolto per continuare a lavorare, contrapposti ai “parassiti” delle città che controllavano la voluta scarsità di denaro per continuare a dominare l’economia nazionale. Questo, molto semplificato, è il quadro in cui, nella seconda metà dell’Ottocento i problemi lasciati aperti dalla Guerra civile si sommavano alla concentrazione delle ricchezze in mano a pochi e ristretti gruppi di potere. A partire dagli anni Settanta, e in particolare dopo il panico seguito alla crisi del 1873, dilagarono quindi a Sud e a Ovest i movimenti di protesta agraria contro la politica del governo che favoriva l’industrializzazione, costringendo i contadini a un indebitamento cronico nei confronti del capitale dell’Est, abbandonando a loro stesse le classi sociali più deboli. È in questo contesto che emerge il populismo vero e proprio, che diventò – questa forse la somiglianza maggiore col populismo del XXI secolo – un movimento di massa, indifferente, anzi contrario, alle strutture istituzionali esistenti, che dà voce a un vasto settore della popolazione fino ad allora inascoltato e senza potere.

Nel 1892, a St Louis, nacque, così, il terzo partito, che, in contrasto con gli altri due partiti storici, si proponeva di ridare il governo al popolo, togliendolo alle élite democratiche e repubblicane che ormai si curavano esclusivamente dei propri personali interessi. La base restava agraria, ma in prospettiva avrebbe rappresentato tutti i lavoratori sfruttati da chi, invece di lavorare, si arricchiva manipolando la ricchezza da loro prodotta.

Il People’s Party si diede subito una piattaforma programmatica molto ambiziosa, che alcuni chiamarono la Seconda Dichiarazione d’Indipendenza Americana, un appello alla cooperazione di tutte le forze sane della nazione americana: “Noi ci troviamo nel mezzo di una nazione portata sull’orlo della rovina morale, politica e materiale. La corruzione domina le urne, le Assemblee legislative, il Congresso, e sfiora ogni toga della Corte. La popolazione è demoralizzata, la stampa prezzolata e imbavagliata, l’opinione pubblica costretta al silenzio, gli affari prostrati, le nostre case sommerse da ipoteche, il lavoro impoverito, la terra concentrata nelle mani dei capitalisti”. Ora, se togliamo queste parole dal loro contesto, e le trasportiamo nell’America attuale, sostituendo il termine “capitalisti” con il neologismo GAFAM, non sarebbe difficile immaginarle pronunciate dall’ex presidente Donald Trump, così come non sarebbe del tutto improprio sovrapporre ai ceti agrari dell’Ottocento che trovarono rappresentanza nel People’s Party i numerosi lavoratori, spesso bianchi ma non necessariamente WASP, che videro una possibilità di riscatto nel presidente outsider, che, ironia della sorte, era pure lui un miliardario, per quanto eccentrico.

Tornando al 1892, a St Louis, dunque, comincia la marcia verso il potere del “Partito del Popolo”, che il potere, quattro anni dopo, arriverà davvero a sfiorarlo, grazie all’azione di un personaggio straordinario, quel William Jennings Bryan di cui abbiamo già parlato, e che sarà il protagonista del prossimo articolo.