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(Tripoli) – La grande città di Tripoli accoglie con una sensazione di calma apparente in un sabato mattina dove sulla strada dell’aeroporto si incontrano poche auto. La capitale libica conta oltre 3 milioni di abitanti e come la maggior parte delle metropoli arabe di solito è un formicaio brulicante. Le strade sono ampie, soprattutto le principali, poichè venivano utilizzate dal regime di Muammar Gheddafi per imponenti parate militari. Nella parte della città che si allunga verso il Mediterraneo restano importanti vestigia del passato con architetture ottomane ed europee che si sovrappongono, mentre svettano sulla città il pugno di grattacieli del Centro Direzionale per gli Affari di Tripoli.

Lontano dal mare e soprattutto dal porto, zona nevralgica e di importanza strategica, diversi quartieri sono ridotti in macerie dagli scontri fra le milizie che incontrandole per la strada non sono facilmente riconoscibili da polizia ed esercito. Spostandosi da un quartiere all’altro cambiano però le divise e spesso anche l’umore dei miliziani, indizi utili per comprendere quali gruppi ancora sostengano il debole Governo di Unità Nazionale del Primo ministro Abdul Hamid Dbeibah. La città vive in una specie di limbo dove è difficile comprendere quello che potrebbe accadere. I giornalisti libici sono molto restii a nominare il  governo di Tobruk e soprattutto il generale Haftar, considerato in Tripolitania alla stregua di un criminale. Ma l’autonominato Feldmaresciallo di Libia non è soltanto un minaccioso fantasma, ma una realtà che ha spostato l’Esercito Nazionale Libico, la sua milizia personale, a Sirte, città natale del clan Gheddafi dopo aver trovato un accordo con le milizie locali. Il premier Dbeibah sa bene che con Haftar a 400 chilometri dalla capitale sulla costa e con il figlio del generale a circa 300 a sud, Tripoli si trova in una morsa dalla quale difficilmente potrà liberarsi. Dopo le cosiddette “primavere arabe” e la caduta del regime di Gheddafi, la Libia non ha mai trovato pace ed il paese nordafricano si ritrova spaccato a metà con due governi che si combattono.

A dire la verità la Libia non è esattamente divisa in due perché l’esecutivo di Tobruk, grazie ad una serie di alleanze, ha preso il controllo di quasi il 70% del territorio e ora minaccia Tripoli. L’ultima mossa del clan Haftar è stata quella di trovare un accordo con la Turchia, principale mentore di Dbeibah, che adesso sembra meno propenso a difendere un governo morente. Nel 2019 erano stati i russi a fermare l’avanzata del generale verso Tripoli, proprio per evitare lo scontro con Ankara, ma oggi tutto è cambiato e la sopravvivenza di due Libie sembra appesa ad un filo.

Imad Mustafa Trabelsi guida il ministero degli Interni del Governo di Unità Nazionale di Tripoli da oltre due anni e mezzo e racconta una situazione molto diversa. “Noi siamo il vero governo della Libia, le Nazioni Unite  e l’Unione Europea appoggiano il nostro operato, mentre il sedicente Governo di Stabilità Nazionale di Tobruk e Bengasi è soltanto una copertura per gli affari della famiglia Haftar. La capitale è tranquilla e gli scontri delle settimane scorse sono stati necessari per arrestare o eliminare dei capi-milizia che avevano creato dei domini personali. Il nostro obiettivo è sciogliere tutte le milizie ed integrarle nelle forze armate. Adesso l’aeroporto è aperto e la attività sono riprese regolarmente. Abbiamo anche ospitato il Team Europe a testimonianza di quando sia forte il nostro rapporto con l’Unione Europea.”

Il ministro, che è anche leader di una milizia, la Forza per le operazioni speciali di Zintan, disegna un quadro lontano dalla realtà. L’uccisione di al Kikli da parte di forze fedeli al governo ha scatenato una battaglia durata tre giorni e l’operazione per eliminare la potente milizia Rada è stata un completo fallimento e soltanto un nuovo accordo con questi uomini ha permesso la riapertura dell’aeroporto.

Molti di questi gruppi sono pronti a passare con Haftar appena si presenterà alle porte di Tripoli e senza i mercenari siriani pagati dai turchi la città appare indifendibile. La storia del paese nordafricano sembra davvero ad un bivio e per le strade la gente è stanca di questa insicurezza che da anni caratterizza la società libica. A Tripoli la presenza degli africani provenienti dal sub-sahara resta sommersa e sono pochi quelli che si vedono in giro per la città, ma fuori dai principali centri abitati la stima del ministero degli interni libico parla di 4 milioni di persone. “Noi controlliamo la nostra costa e manteniamo gli accordi con l’Europa per la gestione dei flussi- sottolinea con forza il ministro Trabelsi- è il falso governo di Tobruk che usa i migranti per minacciare Grecia ed Italia. Le partenze vengono quasi totalmente dalla Cirenaica e sono i mano a gruppi criminali che noi abbiamo debellato.” Se è vero che la maggioranza delle partenze viene dalla Libia orientale e si tratta di una forma di ricatto, anche in Tripolitania i numeri sono in crescita ed il governo Dbeibah non può davvero impedire a nessuno di lucrare sui migranti perché sono proprio le milizie che gli permettono di restare in piedi, almeno per ora. 

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