La geopolitica della corsa allo spazio
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Un diritto consolidato come l’aborto sull’orlo della cancellazione. A decidere in proposito, dovrebbero essere gli Stati. Questo dice la bozza di sentenza trapelata al magazine Politico, che ribalterebbe lo storico verdetto della Roe v. Wade. Un modo dirompente di intervenire nel discorso pubblico sopprimendo un precedente. Come si è arrivati a questo punto? Fino al 18 settembre 2020, la Corte Suprema americana aveva trovato un equilibrio tutto sommato buono. Da una parte quattro giudici conservatori: i veterani Clarence Thomas e Samuel Alito e i giudici di nomina trumpiana Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh. Dall’altra, quattro giudici progressisti: le due scelte di Bill Clinton Ruth Bader Ginsburg e Stephen Breyer e le due giudici dell’epoca obamiana Sonia Sotomayor ed Elena Kagan.

A fare da salomonico divisorio tra queste due parti, il giudice capo John Roberts, scelto da George W. Bush nel 2005. Conservatore moderato, ha sempre fatto sua una filosofia giuridica tutto sommato semplice: non intaccare troppo le prerogative del potere legislativo e della presidenza. Toccare solo quando necessario. Con questo principio in mente ha preso due decisioni opposte negli anni: nel 2010 nella sentenza Citizen United v. FEC, ha dato il voto decisivo a una maggioranza favorevole a rimuovere le restrizioni per la spesa delle corporation, mentre nel 2012 ha scritto l’opinione di maggioranza nel caso National Federation of Independent Business v. Sebelius dove sul banco degli imputati c’era la presunta incostituzionalità della riforma sanitaria di Obama, la cosiddetta Obamacare, che obbliga i cittadini americani a fornirsi di assicurazione sanitaria. Per Roberts, la legge era perfettamente costituzionale in quanto, dato che è prevista una multa per chi non si assicura, la multa è assimilabile a una tassa. E quindi rientra nei poteri del Congresso.

La versione dei conservatori

Ha fatto arrabbiare quindi sia i progressisti che gli ultraliberali, ma sembrava aver imposto la sua linea. Cosa succede il 18 settembre 2020? Muore Ruth Bader Ginsburg, all’improvviso, dopo che per mesi le sue reali condizioni di salute erano state un mistero. La coppia Mitch McConnellDonald Trump non si fa sfuggire l’occasione. E pazienza se nel 2016 lo stesso diritto venne negato a Barack Obama dopo la scomparsa di Antonin Scalia, morto il 13 febbraio di quell’anno. Alla Corte arriva Amy Coney Barrett, che i commentatori progressisti aveva definito ultraconservatrice per aver definito “non intoccabile” la Roe v. Wade del 1973 durante le audizioni al Senato di fronte alla Commissione Giustizia. A sorpresa, le sentenze ci raccontano di una giudice meno incendiaria del previsto. Infatti, anche il fronte conservatore è spaccato: oltre a Roberts, di cui abbiamo già parlato, Alito e Thomas insieme a Gorsuch rappresentano il nocciolo “originalista” della Corte, quello più fedele alla lettera della Costituzione, poco propensa a vedere nel testo della Costituzione diritti non esplicitamente indicati.

La versione dei progressisti

I tre liberal, Sonia Sotomayor, Elena Kagan e Stephen Breyer (sostituito a partire da luglio da Ketanji Brown Jackson, sua ex collaboratrice) invece incarnano lo spirito trasformativo dell’epoca di Earl Warren, ex governatore della California nominato dal presidente repubblicano Dwight Eisenhower nel 1953 in virtù di un accordo preelettorale, ultimo non giurista nominato. Contrariamente agli originalisti, i tre cosiddetti liberal credono a un’altra teoria: la Costituzione è un organismo vivente, che assorbe dalla società i cambiamenti integrandoli gradualmente nella giurisprudenza. Il vertice di questa filosofia è la sentenza Obergefell v. Hodges che ha legalizzato il matrimonio egualitario in tutto il territorio federale, ritenendo incostituzionali i divieti attuati da alcuni stati. Nella sentenza si scrisse proprio questo: i tempi erano cambiati. Per finire, i due rimanenti giudici nominati da Trump, Barrett e Kavanaugh professano una filosofia sicuramente conservatrice ma con una scarsa propensione a utilizzarla con effetti dirompenti.

Altre leggi in discussione

Resta il fatto che le nomine degli ultimi anni hanno prodotto un blocco conservatore con delle differenze procedurali, sui temi come aborto, diritto a possedere armi e prerogative degli stati con una sostanziale unità d’azione. Così potrebbe accadere sull’aborto ma anche su altre leggi, come la già citata Obergefell, ma anche altre più antiche, come Lawrence v. Texas del 2003, che proibiva i divieti di sesso omosessuale, ma anche, come detto dal senatore dell’Indiana Mike Braun, di tornare alle leggi contro il matrimonio interrazziale.

Va detto però che la Corte non si muove di sua iniziativa, ma solo se interpellata. Quindi gli stati potrebbero creare cosiddette “trigger laws”: leggi varate non tanto per essere attuate, ma per provocare un consulto alla Corte Suprema dopo i ricorsi dei probabili oppositori. Si temeva che ci fossero altri temi come quelli citati e invece la prima sfida arriva, com’era probabile, dallo stato più saldamente conservatore d’America, il Texas, su una sentenza che lo riguardava, la Plyer v. Doe del 1982, che riteneva incostituzionale la proibizione texana di educare i figli di migranti clandestini. Su questo e sugli altri temi, le due associazioni di procuratori generali statali hanno già annunciato battaglia. Un tempo questa figura era il rappresentante dei cittadini per difenderli su temi molto più pratici come i loro diritti di consumatore o di proprietario. Adesso invece sono coinvolti nella lotta senza quartiere tra le due Americhe, che cercano di imporre la propria agenda anche a colpi di sentenze giudiziarie.

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