La Corea del Nord è la dinastia Kim, e viceversa. Risulta pressoché impossibile separare la storia della Repubblica Popolare Democratica di Corea da quella della linea di sangue della monarchia famigliare che dalla sua fondazione nel 1948 governa lo Stato a Nord del trentottesimo parallelo. Una linea che il fondatore della dinastia Kim Il-sung (1912-1994) ha inaugurato, creando attorno al pensiero politico famigliare e alla sua venerazione le sfumature odierne di culto politico, ideologia fondativa dello Stato e religione a tutto tondo che li permeano.

La religione civile di una nazione intera

Dopo la liberazione dalla dominazione giapponese e la divisione della penisola coreana tra i due Stati ancora oggi esistenti, la Corea del Nord trovò in Kim Il-sung, a lungo combattente contro l’occupante nipponico, un leader capace di posizionare con sagacia Pyongyang nel campo dei Paesi socialisti ma con un posizionamento strategico tale da rendergli possibili manovra autonome. La natura politica della creazione della Corea del Nord, figlia della Guerra Fredda come la vicina-rivale meridionale, rendeva necessaria a Kim la costituzione di una legittimazione che si estendesse oltre la fedeltà degli apparati militari e il proposito di unificare sotto la bandiera socialista la penisola coreana, rimasto espediente retorico dopo la guerra del 1950-1953.

La Corea del Nord dei Kim, infatti, si è caratterizzata come un esperimento a sè stante nel campo comunista. Da un lato in quanto unico Paese socialista governato di fatto da una monarchia familiare ereditaria; dall’altro, soprattutto, per l’estrema precisione della raffinazione ideologica posta a legittimazione della leadership dei Kim. Non è solo un culto della personalità quello alimentato dalla propaganda nordcoreana e dagli apparati di Pyongyang nei confronti della famiglia guida, ma una vera e propria religione civile.

Il principio del Suryong, che predica la necessità ineludibile di aver un uomo forte e carismatico alla guida dello Stato per costruire ordine e armonia, è centrale nella definizione delle linee guida dell’ideologia Juche, la costruzione teorica e politica che la Corea del Nord ha elevato a sua pietra angolare. Nata come teorizzazione del pensiero di Kim Il-Sung e ammantata di retorica socialista, la Juche è ideologia profondamente di matrice coreana e, nelle sue enunciazioni avviate nel 1955, ha preso la forma di dottrina culturale, sociale, financo geopolitica. Come segnala sul suo sito ufficiale l’unico gruppo di studi italiano della Juche, la Corea del Nord ritiene “una politica immutabile del Governo della Repubblica, guidato dall’Idea del Juche, far tesoro del carattere di tipo Juche e dell’identità nazionale, preservarli e realizzarli compiutamente”.

I tre principi chiave della costituzione politica della Juche sono il jaju (letteralmente “indipendenza”), che predica l’autonomia decisionale del Paese, il jawi (“autodifesa“), che è centrale nell’enfatizzare il ruolo delle forze armate nella costruzione dello Stato e il jarip (“autosufficienza“), che esalta la capacità autarchica dello Stato in campo economico.

Un costrutto iper-nazionalista che ha al suo centro il leader supremo. Kim Il-Sung (1948-1994), Kim Jong-il (1994-2011) e ora Kim Jong-un (2011-presente) si sono dati la staffetta nel consolidare il perimetro di applicazione della dottrina e nell’incarnarla in prima persona.

La “deificazione” dei primi due Kim

Come ogni stirpe regale, a maggior ragione in quanto abitanti di un’area tanto ricca di storia quanto l’Asia orientale, i Kim hanno costruito una biografia famigliare epica investendo Kim Bo-hyon, nonno paterno di Kim Il-sung, e il figlio Kim Hyong-jik di un pedigree da combattenti anti-coloniali e legando il loro nome a quello di un luogo sacro per l’intero popolo coreano, il Monte Paektu. Il Paektu è un vulcano di 2.744 metri quiesciente da oltre un secolo da cui sgorga lo Yalu, il fiume che è stato limes tra la cultura e gli Stati coreani e la civiltà cinese, e che è venerato in tutta la penisola come casa spirituale del popolo coreano.

Secondo una leggenda tramandata nel Regno Eremita da decenni, nel 1942 sul Paektu nacque Kim Jong-il, figlio di Kim Il-sung, che sarebbe venuto al mondo mentre in cielo splendeva una luminosa stella e appariva un doppio, miracoloso arcobaleno. Gli archivi di Stato sovietici, più prosaicamente, affermano che il secondo dei Kim nacque in realtà nel campo militare di Chabarovsk, in Siberia, l’anno precedente, ma il legame lirico tra la dinastia e il cuore simbolico della Corea comprende il lato spirituale, oltre che civile, dell’architettura fondata sull’ideologia Juche e sul culto della personalità dei Kim.

Non ha probabilmente precedenti nella storia mondiale la corrispondenza tra la natura umana e quella concepita come trascendentale della figura dei leader nordcoreani. A tal punto che Pyongyang è arrivata a incidere nella sua Costituzione un ruolo istituzionale per i primi due Kim defunti. Kim Il-sung è ufficialmente dal 1994 “Presidente eterno della Repubblica Popolare Democratica di Corea”, mentre nel 2012 il figlio Kim Jong-il è stato proclamato da Kim Jong-un “Segretario generale eterno del Partito del Lavoro di Corea”. I corpi dei due leader riposano al Palazzo del Sole di Kumsusan, ex residenza presidenziale di Pyongyang convertita in mausoleo. Sacro e profano assieme: le salme imbalsamente dei leader sono esposti come reliquie, l’iscrizione del loro nome tra gli “eterni” della Corea del Nord ufficializza la sovrapposizione tra popolo, nazione, ideologia e culto del leader.

Trono e altare assieme: per un Paese che ufficialmente professa l’ateismo di Stato, un risultato non da poco.

Il terzo Kim

Kim Jong-un, asceso al potere in età giovane e impegnatosi negli anni in un graduale consolidamento del suo potere, porta sulle sue spalle il carico di una consolidata storia politica, ideologica e culturale legata al nome dei suoi predecessori. L’intera famiglia Kim ha oggi il manto di sacralità politica su di sè, e una qualsiasi transizione al di fuori del suo perimetro è semplicemente impensabile.

Proprio per questo le notizie discordanti sulla condizione di salute del giovane leader avevano destato allarme negli esperti di Corea del Nord: nel caso delle due transizioni, nel 1994 e nel 2011, i Kim in carica sono venuti a mancare dopo aver ben definito la prassi istituzionale e la “liturgia” della successione. Kim Jong-un non ha ancora fatto tutto ciò, e il caso di una transizione disordinata non è affatto contemplato nel Paese. Il leader della Corea del Nord è capo politico, militare, ideologico e religioso. Il Regno Eremita dei Kim ha compiuto un esperimento mai tentato altrove nella storia del secondo dopoguerra, riuscendo a completare una vera e propria operazione di invenzione della tradizione. Tradizione che oggi giustifica la narrazione della leadership dei Kim e rimane fondante negli equilibri di potere quotidiani del Paese. E non dovremo stupirci se sarà una nuova cavalcata di Kim Jong-un al sacro monte Paektu, dopo quella dello scorso inverno, a annunciare definitivamente il suo ritorno in scena dopo l’assenza delle scorse settimane.

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