C’è accordo tra Fayez al-Sarraj e Khalifa Haftar, i due principali contendenti del caos libico . A promuoverlo è stato Emmanuel Macron, il quale ha ospitato il vertice che ha visto la stretta di mano tra i due. Appena eletto presidente, il nuovo inquilino dell’Eliseo mette a segno un successo diplomatico di rilievo internazionale.
L’intesa prevede un immediato cessate il fuoco (dal quale sono escluse le Agenzie del terrore) che favorisca un dialogo più serrato e costruttivo tra le parti per realizzare, insieme, istituzioni democratiche credibili ed efficaci e apparati di sicurezza in grado di assicurare una pace duratura. Così da arrivare, infine, a elezioni, previste per la primavera prossima.
Un cammino volto a unire ciò che oggi è diviso, stante che Serraij è espressione del governo di Tripoli, creato grazie agli sforzi diplomatici dell’Onu e quindi riconosciuto a livello internazionale, mentre Haftar è espressione del governo di Tobruk, che gode del sostegno dell’Egitto e degli Emirati Arabi, ma anche dell’appoggio estemporaneo della Russia.
Se tutto andrà come previsto, per la verità con certo temerario irenismo, la Libia potrebbe uscire dal caos nel quale è precipitata negli ultimi sette anni, da quando cioè proprio la Francia, con il sostegno entusiasta dell’allora Capo del Dipartimento di Stato Usa Hillary Clinton, iniziò una guerra funesta contro il Colonnello Muammar Gheddafi (il cui cruento assassinio fu salutato con un gridolino di gioia – «wow» – dalla Clinton). Una guerra che ha causato milioni di morti.
Non solo i morti ammazzati durante il conflitto, ma anche i tanti morti ammazzati negli scontri successivi divampati tra i signori della guerra locali, che trovavano e trovano appoggio esterno in Paesi interessati ad accrescere la propria influenza nel mondo arabo o che temono il dilagare del caos libico nei propri confini. O che semplicemente sono interessati ai barili di petrolio, che la Libia sforna in quantità.
Ai morti ammazzati vanno sommati i morti per malattie e stenti causati dal caos e i tanti morti affogati nei viaggi della speranza via Mediterraneo. Un dramma umanitario prodotto da un crimine contro l’umanità del quale nessuno ha pagato o pagherà il fio,
Bizzarria del destino vuole che a mettere in campo il più serio tentativo di chiudere questa tragedia sia la nazione che per prima ha premuto il grilletto in terra libica.
Ma è un’altra Francia questa, che si è affermata proprio contro quelle forze che avevano allora sponsorizzato la guerra libica. Lo ha affermato alto e forte Macron, chiarendo che vuole chiudere la parentesi apertasi quindici anni fa, ovvero proprio l’anno dell’elezione di Nicolas Sarkozy, il primo a sparare sul suolo libico (vedi Piccolenote).
Una Francia che attraverso questa mediazione tenta di accreditarsi come potenza di riferimento della nuova Libia, con conseguenti vantaggi sul commercio del petrolio del Paese.
Non solo: il progetto è ancora più ambizioso in termini di grandeur, dal momento che stabilizzare la Libia permette a Parigi di rilanciare il suo ruolo nel Mediterraneo, soprattutto nell’Africa occidentale sulla quale già esercita una forte influenza.
Un disegno peraltro alla base dell’intervento francese in terra libica del 2011, oggi però perseguito con più intelligenza e altri mezzi. E al cui successo è necessario un ridimensionamento dell’attivismo terrorista che insidia la stabilità e quindi la prosperità dei commerci di questa regione.
Tanti interessi in questa mediazione. Che però potrebbe produrre frutti più che auspicabili in termini di stabilità e sviluppo, diminuendo anche la spinta dei flussi migratori verso l’Europa, cosa della quale si gioverebbe anzitutto l’Italia.
Già, l’Italia, che è stata esclusa da questa mediazione nonostante sia stato e sia il Paese più attivo e presente in terra libica, prima e dopo la guerra. Quello che più ha tentato di favorirne la stabilizzazione.
Tale tagliafuori è stato accolto con furore dalle élite italiane, come risulta evidente dalla lettura dei media mainstream. Gli stessi che avevano salutato la vittoria di Macron con entusiasmo tanto laudatorio da giungere a lamentare l’assenza di un suo omologo italiano.
E che in questi giorni ne hanno scoperto la natura bonapartista. Tanto da paventare rischi di involuzione democratica non solo in Francia, ma anche in sede europea, dal momento che la Ue sarebbe insidiata dal tentativo egemonico francese (ed egemonico bonapartista).
Un allarme alquanto infondato, almeno in sede europea. Ma anche al di là dell’affermarsi di tale egemonia, tali élite vedono l’attivismo transalpino in distonia con le dinamiche proprie dell’Unione, una variante da contrastare con tutti i mezzi.
Una malcelata rabbia, dunque. Tanto che la stretta dei mano tra Haftar e Serraj oggi è riportata dai media mainstream nell’ambito dei pii propositi di difficile realizzazione, dato che minacciano sfracelli sia i Fratelli musulmani che le milizie di Misurata, legate a quella Fratellanza e al Qatar.
A questi, per dovere di cronaca, vanno sommati gli oppositori di stampo più dichiaratamente terrorista, che pure prosperano nel caos libico.
Proteste e minacce tanto reiterate da parte italiana, da spingere il presidente francese a spendere parole di plauso per il nostro Paese, assicurandone l’inclusione nelle trattative.
Rassicurazioni che però pare non abbiamo rassicurato affatto certi ambiti italiani, che hanno sperato fino a ieri di poter conseguire una posizione predominante in Libia e così assicurarsi petrolio a buon mercato e altro.
Non è andata così. E questo perché questa ambizione era basata su un dato ormai superato: a sponsorizzare Serraj come presidente della nuova Libia per conto dell’Onu era stato Barack Obama, il quale aveva affidato all’Italia il compito di seguire e sostenere da vicino il disegno americano.
Un quadro che l’Italia aveva dato per immutabile, nonostante fosse cambiato l’inquilino della Casa Bianca. Anche perché tante delle nostre élite (clintoniane convinte) erano certe che l’indigesto Trump, con tutti i guai che aveva, in primis il Russiagate, non avrebbe avuto certo tempo e modo di mettere mano al dossier libico.
Invece Trump ha fatto l’irreparabile, mettendosi d’accordo con Parigi in danno delle ambizioni italiane, nel recente viaggio in terra francese che gli è stato utile per guadagnarsi un alleato esterno nella lotta all’ultimo sangue che lo contrappone ai suoi avversari.
La Francia che quel dossier lo ha studiato eccome, e che ha offerto il suo sostegno a Trump in cambio del suo placet alle proprie ambizioni.
I “nostri” oggi piangono lacrime disperate recriminando appunto la distonia di Parigi dalla Ue e di fatto auspicando il naufragio dei negoziati.
Se non ci fosse da preoccuparsi per l’irresponsabile sottovalutazione della tragedia che comporterebbe il fallimento dell’ennesimo tentativo di pacificare la Libia (migranti e terrorismo compresi), ci sarebbe da sorridere.
Per fortuna non tutte le élite italiane sono affette da tale perigliosa miopia. Lo dimostra ad esempio l’editoriale del Corriere della Sera di ieri a cura di Franco Venturini, che dettaglia le ragioni per le quali l’Italia dovrebbe affiancare l’iniziativa francese (sul tema vedi anche Piccolenote).
A margine di queste considerazioni, si può notare come in soli pochi mesi Donald Trump abbia preso iniziative volte a stabilizzare due aree preda di annosa e sanguinosa conflittualità: la Siria e la Libia.
Non è certo un personaggio simpatico o simpatizzante, anzi; e certo ha i suoi limiti. E però i suoi detrattori dovrebbero iniziare a prendere atto anche degli aspetti positivi della sua presidenza. Li aiuterebbe a uscire dal tunnel nel quale li ha infilati la narrazione odiografica vetero-clintoniana ancora egemone.



