Sembrano lontani i tempi in cui, con riferimento alla Libia, la vera domanda era se in un determinato frangente storico ad essere strategicamente in vantaggio del Paese era l’Italia oppure la Francia. Sono passati appena due anni da quel 2018 in cui Parigi e Roma hanno organizzato due distinte conferenze sulla Libia, con l’intento di arrivare prima della controparte a dirimere un conflitto senza fine. Adesso il quadro appare sì ancora di spartizione e di forte incidenza di due importanti attori internazionali, ma soprattutto l’Italia appare messa ai margini. Oggi la scena in realtà è dominata soprattutto da Turchia e Russia: la prima è oramai principale alleato del governo di Fayez Al Sarraj, la seconda invece sostiene il generale Khalifa Haftar.

La spartizione della Libia

In questo momento a poter rivendicare la possibilità di fare la voce più grossa, è senza dubbio Ankara. Il governo del presidente turco Erdogan a partire da novembre ha iniziato ad appoggiare quello del premier libico Al Sarraj: da allora, dalla Turchia sono arrivati armi, soldi, munizioni e mercenari islamisti prelevati dalla provincia siriana di Idlib, lì dove a dominare sono gruppi filo Ankara da anni foraggiati in chiave anti Assad. Grazie a questo sostegno, il Gna, ossia la sigla con cui vengono identificate le forze vicine al governo di Tripoli, ha ripreso ad avanzare dopo mesi in cui invece ha dovuto subire le iniziative dell’Lna, il Libyan National Army di Haftar. Quest’ultimo, a partire dal 4 aprile 2019, è impegnato in una grossa offensiva volta a conquistare la capitale ma, come detto, oggi è costretto ad assistere al ritorno delle forze di Al Sarraj con l’aiuto della Turchia. Chiaro dunque come Erdogan, in questo preciso frangente storico, stia piazzando la propria bandiera soprattutto in Tripolitania, territorio conteso tra il governo di Tripoli ed Haftar.

Ma se la Turchia può rivendicare un ruolo di primo piano, la Russia dal canto suo non vuole certo rimanere ai margini del dossier libico. Come detto ad inizio articolo, Mosca è impegnata nell’aiuto ad Haftar. Si tratta però di un appoggio che passa soprattutto dall’invio di contractors della Wagner e di armi. Nei giorni scorsi, all’interno della base di al Jufra, sono arrivati alcuni aerei russi destinati a dare manforte all’aviazione di Haftar. Si tratterebbe, nella fattispecie, di aerei provenienti dalla base russa in Siria di Hmeimim. Così come scritto da Fausto Biloslavo su Panorama, nella base siriana i mezzi sarebbero stati riverniciati dopo essere decollati da Astrakhan, nel Caucaso. Dunque, c’è la volontà russa di non fornire un appoggio esplicito all’Lna, ma al contempo di dare una grossa mano ad Haftar.

Possibile attendersi un’escalation ed un duro confronto tra forze filo turche e mercenari russi? In realtà, ad essere più probabile è l’ipotesi della spartizione. Notando un sempre più accentuato protagonismo turco, dal Cremlino si è pensato di lanciare dei segnali volti a blindare le roccaforti di Haftar. E dunque poter permettere al generale di salvare quantomeno la “sua” Cirenaica. Questo per la Russia vorrebbe significare equilibrare l’avanzamento turco da un lato, dall’altro lato salvaguardare i propri possibili futuri interessi nell’est della Libia. E dunque, in primo luogo, la possibilità di avere una propria base tra Bengasi e Derna e l’accesso alle immense fonti petrolifere della regione. Per cui, la prova di forza russa più che ad un’escalation richiama alla volontà di sedersi al tavolo con Ankara e parlare di una possibile spartizione in aree di influenza della Libia. Del resto, non sarebbe la prima volta tra i due Paesi: quando in Siria aumenta la tensione, i bilaterali tra Erdogan e Putin e tra i rappresentanti delle due rispettive diplomazie servono a trovare accordi sui nuovi equilibri militari e politici. È accaduto per il nord est della Siria, dopo l’operazione Primavera di Pace avviata dalla Turchia contro i curdi, così come è accaduto ad inizio di questo anno nella provincia di Idlib. 

E l’Italia?

Lo schema potrebbe dunque essere il seguente: l’ovest della Libia filo turco mentre la Cirenaica filo russa, anche se occorre aggiungere che sulla regione orientale del Paese nordafricano ci sono anche Egitto ed Emirati Arabi Uniti, oltre che una Francia sorniona sì ma non fuori dai giochi. In questo contesto, ad emergere è la totale assenza dell’Italia. Il nostro Paese soprattutto negli ultimi mesi è tornato ad essere molto distratto sul fronte del dossier libico. E non è tutta colpa dell’emergenza coronavirus. Certo, la battaglia contro la pandemia ha assorbito tutti gli sforzi dell’attività politica da febbraio in poi, ma già da prima l’Italia si è mostrata impotente dinnanzi alle avanzate politiche e militari di altri attori internazionali. Presa di sorpresa dall’attivismo della Turchia, che a novembre ha firmato un memorandum con la Libia, incapace di ridare un ruolo determinante all’Europa in occasione della conferenza di Berlino dello scorso 19 gennaio, Roma appare quasi fuori dai giochi.

Oggi recuperare sembra quasi impossibile, specie su una Turchia che con gli aiuti forniti ad Al Sarraj aspira ad essere attrice protagonista in Tripolitania. Nella regione cioè dove l’Italia ha i suoi principali interessi, sia energetici che quelli, non meno importanti, legati all’immigrazione. Infatti, è proprio da qui che partono molti di quei barconi che poi raggiungono le coste del nostro Paese.

I rischi per Roma

Uno scenario quindi che mette a nudo le difficoltà dell’Italia di tornare ad essere protagonista in Libia. E questo genera due tipologie di rischi: da un lato a lungo termine, dall’altro anche su un intervallo temporale anche più breve. Sul primo fronte si è già in parte accennato: Roma in Tripolitania ha molti suoi interessi, che rischia di perdere per sempre. Senza rapporti privilegiati con un governo stanziato a Tripoli, il nostro peso in materia di energia e sull’immigrazione potrebbe essere di gran lunga ridimensionato. Con tutte le conseguenze del caso. Ma a breve termine, i rischi per l’Italia sono legati alla presenza di nostri uomini in Libia. Il riferimento è soprattutto al contingente di 300 soldati stanziato a Misurata dai tempi dell’operazione Ippocrate, iniziata nel 2016. Qui i nostri militari hanno assistito, soprattutto grazie ad un ospedale da campo ancora oggi in funzione, i miliziani impegnati nelle operazioni anti Isis.

Ancora oggi il contingente è presente a Misurata, ma sotto il profilo politico è come se non ci fosse ed è una carta che l’Italia non riesce a spendere. Inoltre, i 300 nostri soldati sono esposti al fuoco visto che si trovano non lontano da una base spesso bersagliata dall’aviazione di Haftar. Il paradosso è che alcuni nostri uomini rischiano la vita, senza però ben capire qual è il loro compito sul campo. A Tripoli la nave della nostra marina militare, presente per dare manforte alla locale Guardia Costiera, spesso è stata costretta ad allontanarsi in rada in quanto molto vicina al fuoco dell’artiglieria sperata verso la capitale libica. Rischi su rischi, senza che il nostro Paese però riesce a riprendersi un ruolo di primo piano nel dossier.

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