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Mentre le potenze occidentali sembrano essersi incastrate in un vicolo cieco nel contesto della crisi libica, la Cina si sta adoperando per ritagliarsi ampi spazi di manovra in un Paese strategico per il progetto della sua Belt and Road Initiative.

Il Libya Observer ha annunciato che il ministro degli Esteri del Consiglio presidenziale Mohamed Sayala ha firmato con il suo omologo cinese Wang Yi un memorandum d’intesa con il quale la Libia ha siglato la sua partecipazione all’iniziativa cinese della Belt and Road (Bri), la Nuova via della seta annunciata da Xi Jinping nel 2013.

Il ministro libico è arrivato lunedì nella capitale cinese in visita ufficiale per partecipare alla riunione del Forum arabo-cinese. L’incontro si è tenuto la scorsa settimana a Pechino, dove le due parti hanno discusso il ritorno delle imprese cinesi per riprendere i loro progetti in Libia, attualmente in stallo, nonché il ruolo cinese nel trovare una soluzione pacifica alla crisi libica ma, soprattutto, al suo contributo per la ricostruzione della Libia.

Il ministro cinese ha affermato che è stata presa una misura eccezionale per completare i protocolli di firma per l’adesione della Libia all’iniziativa Belt and Road. E non è difficile da credere considerando l’attuale stato della Libia, le sue divisioni e in particolare la difficile quanto improbabile prospettiva di un paese nuovamente unito e non frammentato in zone di influenza.

La nuova via della seta cinese rappresenta un progetto unico nella storia dell’umanità, sia perché nessuno aveva mai presentato un piano di queste dimensioni – quello che in inglese si potrebbe indicare come un game-changer – sia perché di fatto offre, o meglio potrebbe offrire, una nuova visione del mondo. La Belt and Road Initiative vorrebbe ribaltare la mentalità secondo la quale le grandi potenze tendono a sfruttare gli attori di minor rilievo, creando invece una condizione di mutuo beneficio. E’ già aperto il dibattito sulle differenze dell’approccio statunitense rispetto a quello cinese. C’è chi crede che Pechino possa offrire di meglio rispetto a Washington, e chi d’altra parte vede il progetto cinese come nulla più di una manifestazione di un pericoloso neo-imperialismo. Ciò che appare chiaro è che in linea di massima molti, dall’Africa al Medio Oriente e non solo, preferiscono affidarsi alle promesse cinesi, per quanto pericolose, piuttosto che a quelle degli Stati Uniti, la cui egemonia sembra esser sempre meno “incontrastata.” Se questo sarà un bene, lo dirà solo il tempo

Grandi progetti devono superare grandi sfide

Una delle questioni più controverse per la realizzazione degli almeno 266 progetti previsti dalla Bri negli oltre 60 Paesi coinvolti è sicuramente quella finanziaria, considerando che, secondo alcune stime come quelle del report pubblicato dalla Farnesina dal titolo La Belt and Road Initiative avvicina Pechino all’Europa, sarebbero necessari investimenti per almeno 1.700 miliardi di dollari (ma vi sono altre stime che quantificano il fabbisogno in 4mila miliardi di dollari).

Secondo i dati del report del ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale per risolvere il problema dei finanziamenti la Cina ha creato un fondo apposito, il Silk Road Fund, da 40 miliardi di dollari per sostenere lo sviluppo infrastrutturale e l’industria manifatturiera dei Paesi coinvolti nell’iniziativa. A questo si aggiunge la dotazione di 100 miliardi di dollari dell’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), la banca operativa da maggio 2016 che ha tra i Paesi fondatori l’Italia, quarto azionista europeo per partecipazione con il 2,58% del capitale.

Le incognite dell’ambizioso progetto di Pechino sono svariate e c’è chi è pronto a dire che sarà impossibile portare a termine i piani infrastrutturali della Bri senza cambiare strategia in corso d’opera, anche e sopratutto perché la maggior parte dei collegamenti dovrebbe passare per regioni tutt’altro che stabili, in Oriente, Medio Oriente e nord Africa. Nonostante ciò è bene che l’Italia tenga gli occhi ben aperti per cogliere al volo le moltissime possibilità della Belt and Road Initiative, soprattutto nei paesi di maggiore interesse per Roma. Senza far innervosire oltremodo gli “alleati di sempre”, una partnership sempre più stretta con Pechino potrebbe portare molti benefici all’Italia. La speranza è che il nuovo governo possa assicurare al Paese lo spazio che si merita in un progetto così importante come quello della Bri.

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