Ghassan Salamé, l’inviato libanese dell’Onu incaricato di trovare una soluzione all’intricata matassa libica, nel corso dell’ultima edizione del ‘Roma Med’ tenuta la scorsa settimana si è mostrato molto ottimista: “Tre gli obiettivi per il 2018: nuova Costituzione, riconciliazione ed elezioni – ha dichiarato, tra le altre cose, alla stampa – Ho informazioni che mi consentono di dire che le interferenze esterne sono in declino, la sfida per i libici è di vedere questa opportunità e di coglierla”. In poche parole, secondo Salamé il lavoro fatto in questi ultimi mesi starebbe producendo i primi risultati e la prospettiva di una riconciliazione che non passi per le armi potrebbe avvicinarsi; come prova di tutto ciò, Salamé porta sul piatto anche l’inizio delle procedure di registrazione dei cittadini nelle liste elettorali che, secondo l’inviato delle Nazioni Unite, dovrebbe rappresentare il primo vero passo verso una ritrovata stabilità dell’ex colonia italiana. Una visione, quella di Salamé, che mostra un ottimismo in parte però non giustificato: la sicurezza ed il controllo del territorio continuano ad essere elementi poco gestibili, gli affari di clan e tribù proseguono quasi indisturbati mentre, dall’altro lato, l’unico elemento positivo riguarda l’attenuazione degli scontri diretti tra le forze fedeli ad Haftar e quelle vicine al governo di Al Serray.

Al via la registrazione delle liste elettorali 

Il chiodo fisso tanto di Salamé quanto dell’apparato legato alle Nazioni Unite che si occupa della Libia, appare indubbiamente quello delle elezioni; secondo i rappresentanti del palazzo di Vetro nel paese nordafricano,  chiamare i cittadini alle urne darebbe una grande mano d’aiuto nel delicato processo di ricostituzione dello Stato e ricostruzione anche materiale di un territorio devastato da sei anni di guerra. E’ per questo che si è proceduto con la formazione di un’Alta Commissione elettorale libica, presieduta da Said al Qasabi, la quale da qualche giorno a questa parte ha iniziato la registrazione dei cittadini in appositi collegi; in tutto il paese, sono state aperte numerose sedi della commissione elettorale, al fine di spingere gli abitanti a procedere con l’identificazione e l’inserimento del loro nome nelle liste. Si tratta di un atto tecnico, indispensabile per poter realmente centrare il traguardo di elezioni entro il prossimo anno; per i prossimi sessanta giorni, gli uffici rimarranno appositamente aperti, mentre da febbraio scatterà la possibilità di registrazione per i libici residenti all’estero.

Alla base dell’avvio della procedura di costituzione degli elenchi elettorali, vi è l’accordo trovato tra i due principali contendenti del conflitto libico, ossia Al Serray da un parte ed Haftar con il governo di Tobruck dall’altra, lo scorso 2 maggio ad Abu Dhabi; in quell’occasione, le parti si sono ritrovate attorno ad uno stesso tavolo quasi a sorpresa, dopo che nelle settimane precedenti i due rispettivi esecutivi sembravano in qualche modo arenati su posizioni inconciliabili. Nella metropoli del golfo, si è però trovato un primo accordo che, tra le altre cose, ha portato alla definizione di un percorso volto a far terminare il processo elettorale proprio nel 2018; la stretta di mano a favore di telecamera, ha però ben presto lasciato spazio a nuovi scontri specialmente nella zona di Sebah, lì dove a giugno attentati e bombardamenti hanno ucciso diversi miliziani appartenenti sia all’esercito di Haftar, che agli ex combattenti del cosiddetto ‘Terzo Fronte’ i quali sono fedeli ad Al Serray.

Pur tuttavia, complici le mediazioni non solo in sede ONU ma anche tra le varie cancellerie internazionali, tra Tripoli e Tobruck la situazione sembra adesso piuttosto calma; per tal motivo, si è quindi potuta costituire, come detto in precedenza, la commissione elettorale e si sono potute avviare tutte le pratiche per arrivare al voto entro il 2018. Le operazioni, secondo Salamé, stanno andando avanti speditamente in questi giorni anche se al momento mancano riscontri certi e numeri che indichino quanti cittadini hanno provveduto alla registrazione.

La cautela di Mosca

In questi ultimi mesi però, soprattutto da settembre, ad assumere un peso sempre maggiore nelle trattative e nelle mediazioni tra le parti libiche è stata la Russia; il Cremlino, anche grazie al sostegno dei ceceni, ha indicato Lev Dengov quale delegato di Mosca per seguire la vicenda inerente la situazione in Libia. La Russia vede nella stabilizzazione dell’ex paese africano uno degli obiettivi più importanti in chiave internazionale, incisivo tanto nel contesto mediorientale quanto in quello mediterraneo; proprio Dengov, come riporta AgenziaNova, si è mostrato scettico circa la reale possibilità che la Libia possa andare al voto entro il 2018. Nel rimarcare l’auspicio del Cremlino per una rapida soluzione della vicenda, Dengov però ha anche riportato come ‘Le condizioni al momento non sembrano ideali e parlare di date è alquanto prematuro’; la Russia, dopo aver sostenuto Haftar, da settembre ha avviato rapporti anche con Al Serray e con il suo rappresentante sta cercando di mediare con le tribù del sud: la cautela di Mosca, in tal senso, oltre ad apparire maggiormente realistica sembra voler dare più tempo alle parti in causa per cercare concreti accordi volti alla stabilizzazione della situazione. 

Le elezioni sono realmente risolutive?

Già più volte l’ONU si è mostrata ottimista sulla situazione libica ma, in tutti i casi, dal 2011 in poi all’ottimismo delle Nazioni Unite non ha corrisposto un reale miglioramento delle condizioni del paese; nel 2012 e nel 2014 infatti, la Libia è andata per due volte al voto ma questo non ha portato ad alcuna riconciliazione ed anzi, dopo quelle consultazioni elettorali, le spaccature tra tribù e fazioni sono aumentate. Anche sul finire del 2015, quando dal Marocco i delegati dell’ONU hanno annunciato un accordo per porre Al Serraj al timone a Tripoli, l’ottimismo sembrava albergare nello stato d’animo di chi ha condotto quelle trattative, ma ad oggi la realtà parla di un conflitto mai risolto e soprattutto lontano da una sua positiva conclusione. Dunque, anche se gli sforzi di Salamé sembrano aver portato le Nazioni Unite ad un maggior realismo nell’approccio alla crisi libica, la registrazione delle liste elettorali non appare in grado al momento, da sola, di poter essere presa come elemento di stabilizzazione e né, dall’altro lato, l’obiettivo pur ambizioso delle elezioni può in qualche modo rappresentare l’inizio della riconciliazione.

In medio oriente soprattutto, lo svolgimento delle elezioni non sempre ha coinciso con l’avvio di un percorso volto alla stabilizzazione di un determinato paese: lo si è visto in Afghanistan, così come in Iraq e, per l’appunto, nella stessa Libia; aprire le urne entro il 2018 in una nazione divisa in fazioni e tribù e dove circolano indisturbatamente armi e munizioni di ogni tipo, potrebbe non solo produrre risultati poco incisivi per la risoluzione del conflitto, ma anche essere pretesto di nuove tensioni. La matassa libica, creata dall’intervento NATO del 2011 contro Gheddafi, al momento sembra poter essere affrontata in maniera significativa soltanto con le varie azioni di mediazione poste in essere tanto dall’ONU, quanto anche da singoli Stati tra cui ovviamente l’Italia. In tal senso, Roma potrebbe giocare un ruolo sempre più importante visti gli interessi del nostro paese in Libia e la vicinanza geografica e storica tra le due nazioni.

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