La Libia adesso torna a chiedere più sostegno per la Guardia Costiera

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Con l’arrivo dell’estate sul fronte del Mediterraneo per l’Italia è lecito attendersi due elementi ben precisi: da un lato la ripresa del flusso migratorio, dato quest’ultimo oramai tristemente consolidato, e la richiesta da parte del governo di Tripoli di un maggior supporto a favore della propria Guardia Costiera. Puntualmente nelle scorse ore, durante un colloquio telefonico tra il presidente del consiglio Giuseppe Conte ed il premier libico Fayez Al Sarraj, da parte del capo dell’esecutivo stanziato a Tripoli è stata rivolta la richiesta relativa a maggiori fondi a favore dei militari libici impegnati nel pattugliamento delle coste. Il tutto mentre, come detto in precedenza, dalle coste nordafricane sta aumentando settimana dopo settimana la pressione migratoria.

“Vogliamo maggior supporto da Roma”

Così come fatto sapere dal Gna, la sigla dietro la quale vi è il riferimento al governo di unità nazionale guidato da Al Sarraj, il premier libico ed il capo del governo italiano hanno tenuto in questo sabato un colloquio telefonico. Uno dei pochi da quando, a partire dallo scorso mese di febbraio, lo scoppio dell’emergenza sanitaria legata al coronavirus in Italia ha fatto ulteriormente distrarre il nostro Paese dalla politica estera e dal dossier libico. Nel corso dell’ultimo colloquio, il tema immigrazione è stato tra i più affrontati come del resto ben preventivabile. Il flusso di migranti che dalla Libia è diretto ogni settimana verso l’Italia, è uno dei motivi per i quali per il nostro Paese il dossier libico appare da sempre strategico.

“L’Italia deve fornire un vero supporto alla guardia costiera libica – avrebbe dichiarato Al Sarraj a Conte durante il colloquio telefonico – per continuare il suo ruolo efficace nel salvataggio dei migranti”. Una frase quest’ultima, che sottintende una certa insoddisfazione da parte del governo di Tripoli per l’attuale sostegno dato da Roma ai libici. E questo nonostante un memorandum, firmato nel 2017 e rinnovato nello scorso mese di novembre, leghi i due Paesi alla collaborazione per prevenire partenze dalle coste nordafricane. L’impressione è che per Al Sarraj sia arrivato nuovamente il momento di provare a “battere cassa” e chiedere più fondi.

Il nodo della guardia costiera libica

Nel colloquio tra Conte ed Al Sarraj sono stati affrontati anche altri argomenti: dalla soluzione politica richiesta dal presidente del consiglio, passando per l’importanza di evitare l’ingresso di nuovi armamenti in Libia. Tuttavia, la questione principale è stata indubbiamente quella dell’immigrazione. L’Italia, come detto in precedenza, seguendo gli accordi presi con il memorandum del 2017, ogni anno fornisce soldi e mezzi alla Guardia Costiera di Tripoli. Tuttavia, quest’ultima spesso ha funzionato ad intermittenza: in alcuni frangenti ha respinto decine di migranti verso le proprie coste, in altri invece ha funzionato molto meno. E questo ha dato adito a sospetti circa la reale affidabilità della Guardia Costiera libica. Sospetti alimentati poi dalla composizione da quello che dovrebbe essere un corpo militare addestrato per sorvegliare le coste.

Spesso invece, si tratta di milizie e tribù locali a cui è stato affidato il compito di impedire nuove partenze. E tra questi gruppi, non sono mancati personaggi discutibili come, tra tutti, Bija. Quest’ultimo è il sospetto trafficante di esseri umani improvvisamente riconvertito in membro della Guardia Costiera libica. Su di lui molte inchieste, giornalistiche e delle Nazioni Unite, hanno messo in luce il ruolo di trafficante della zona di Zawiya, ad ovest di Tripoli. Eppure, come sottolineato da un reportage di Nello Scavo per l’Avvenire, Bija era presente in un meeting con funzionari italiani al Cara di Mineo nel maggio 2017. Un episodio che anche a livello politico ha posto l’opportunità o meno di continuare a sostenere la Guardia Costiera di Tripoli. Al Sarraj, forse per sgombrare il campo da ogni possibile dibattito in merito, è tornato a chiedere maggiore appoggio. E questo in un periodo dove, tra le altre cose, l’Italia in Libia sembra avere un ruolo sempre più ridimensionato per via dell’attivismo della Turchia, oramai principale partner di Tripoli. La richiesta del premier libico dunque, oltre a battere cassa, potrebbe anche rappresentare un’ulteriore provocazione politica.