Nei giorni scorsi ha fatto scalpore il netto e duro attacco con cui il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha colpito Israele dopo la notizia di presunte spedizioni di grano russo prodotto nell’Est del Paese occupato dalle truppe di Mosca verso lo Stato Ebraico. Zelensky è arrivato a minacciare sanzioni a Israele, ed è un cortocircuito visto che solo una decina di giorni prima che Haaretz rivelasse questi presunti traffici il presidente aveva firmato una legge che introduceva una delle più draconiane serie di pene per l’antisemitismo nel Paese da lui guidato, tanto dure da voler sembrare una captatio benevolentiae rivolta a Tel Aviv e al primo ministro Benjamin Netanyahu.
Zelensky ha firmato il 14 aprile una legge che attendeva la sua approvazione da quattro anni, approvata in Parlamento nel 2021. Nell’ordine: nel codice penale ucraino ora viene introdotta l’accusa specifica di antisemitismo; ogni attività orientata alla discriminazione degli ebrei comporterà pene detentive fino a tre anni. La reclusione può salire fino a cinque anni se il reato coinvolge atti di violenza fisica o è compiuto da un pubblico ufficiale. Dai cinque agli otto anni, infine, la pena se l’azione è organizzata da un gruppo di più persone. Tale legge si affianca a fattispecie legali già esistenti che criminalizzano l’odio etnico e religioso e la violenza organizzata a fini politici creando nuovi reati ad hoc e la definizione di antisemitismo adottata come base è la IHRA non-legally binding working definition of antisemitism promossa dalla The International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Fatto, questo, che permette di leggere anche nell’ottica dei rapporti con Israele la mossa di Zelensky.
Antisemitismo e IHRA
Il presidente ucraino, infatti, ha avallato una definizione che a atti criminali in quanto tali (la persecuzione razziale e religiosa contro gli ebrei) aggiunge una serie di prescrizioni più ambigue riguardanti Israele. Tra queste le accuse di “negare al popolo ebraico il diritto di autodeterminazione” o “applicare [A Israele, ndr] doppi standard richiedendogli un comportamento non atteso o domandato a ogni altra nazione democratica”. La definizione dell’IHRA è quantomeno controversa, perché affianca al doveroso obiettivo di veder cessate per sempre pratiche disumanizzanti o discriminatorie verso gli ebrei (e l’Ucraina, epicentro delle “terre di sangue” martiri della Seconda guerra mondiale e dell’Olocausto, vide la sua comunità nel mirino di un vero e proprio martirio) questioni legate espressamente a Israele, ben più prosaiche e che si prestano a interpretazione.
“Molti critici – tra cui accademici, organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International e Human Rights Watch, e lo stesso Ken Stern, principale redattore della definizione originale – Sostengono che gli esempi legati a Israele siano vaghi e possano essere strumentalizzati per etichettare come antisemita qualsiasi critica legittima alle politiche israeliane“, ha scritto Roberto Vivaldelli su queste colonne, ricordando come esistano molte altre definizioni di antisemitismo sostenute da eminenti studiosi come la Jerusalem Declaration on Antisemitism, recentemente adottata in luogo di quella dell’Ihra dall’Ordine dei Giornalisti Italiani, che non siano direttamente etichettabili come sponda a Israele.
La presa di posizione dell’IHRA è anche alla base del Ddl presentato dal capogruppo della Lega in Senato, Massimiliano Romeo, e che arriverà nelle prossime settimane alla Camera dei Deputati italiana, finalizzato al contrasto dell’antisemitismo ma accusato da molti critici di essere potenzialmente lesivo della libertà d’espressione. In tal senso, il fatto che l’Ucraina in guerra con la Federazione Russa veda approvata una legge di questo tipo non appare un precedente rassicurante, perché in un contesto che vede le leggi ucraine già contrastare fenomeni d’odio diffusi e in cui la censura di guerra e le leggi speciali hanno posto dubbi sulla libertà d’espressione sembra emergere, anche vista la tempistica della mossa di Zelensky rispetto all’approvazione da parte della Rada della proposta, la priorità filo-israeliana dell’approvazione della norma.
Israele non è alleata dell’Ucraina
L’Ucraina di Zelensky cerca sostegno e appoggio e con l’approvazione della legge basata sulla definizione dell’IHRA ammicca a Israele: non un buono spot per chi dice che la legge italiana sia in realtà neutra e non confondibile con volontà di sostegno a Israele. Si tratta del più clamoroso, ma non unico, caso. Zelensky ha sostenuto l’uccisione di Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran, da parte di Israele all’inizio della guerra nel Golfo del 28 febbraio. Il presidente ucraino ha offerto ai nemici dell’Iran la tecnologia per l’intercettazione dei droni ben sviluppata dall’Ucraina. Infine, ha firmato la legge sull’antisemitismo. La notizia del grano trafficato in Israele dai territori occupati è stata una doccia gelata politica, ma non ha cambiato un dato di fatto: Israele non è un alleato dell’Ucraina, nel conflitto scatenato dall’invasione russa è sostanzialmente neutrale, non sanziona Mosca pur condannando l’attacco a Kiev, e nella prassi, viste le occupazioni condotte tra Palestina, Libano e Siria, Netanyahu è più affine a Vladimir Putin che a Zelensky.
Cosa insegna la lezione ucraina
Inoltre, Netanyahu e Putin intrattengono spesso colloqui sull’ordine regionale mediorientale, per anni hanno negoziato le linee rosse d’intervento in Siria da parte di Israele contro Hezbollah e elementi iraniani, sono legate da un’élite finanziaria, politica, culturale intrinsecamente connessa anche da motivazioni di genealogia (molti cittadini israeliani sono di stirpe russa). Zelensky non ha modo di cambiare questa situazione e, forse, ha ricevuto ben più genuino sostegno dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che con Putin ha una relazione costante e cordiale mentre è arcirivale di Netanyahu e Israele, piuttosto che dal leader di Tel Aviv. Resta, di questa storia, un precedente: Zelensky ha mostrato che le definizioni di antisemitismo basate sulla relazione IHRA contengono un inevitabile e sistemico riferimento, per quanto velato, alle ragioni di Israele. E che dunque è quantomeno doveroso chiedersi se sia fondamentale vincolare un tema nobile come la lotta all’antisemitismo a ragioni di Stato geopolitiche di qualsiasi natura, specie ora che la parabola di Tel Aviv è la più controversa dal 1948 a oggi. Il silenzio dei media italiani sulla notizia proveniente dall’Ucraina, forse, parla molto chiaramente a riguardo…