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Negli ultimi anni è emersa una forte contraddizione sulla Tunisia. Da un lato il Paese è considerato come il più “moderato” tra quelli arabi. Dall’altro però è proprio da qui che sono partiti migliaia di foreign fighters arruolati poi dall’Isis. Ed è sempre qui che il peso dei partiti islamisti si è fatto sempre più sentire dopo le rivolte che nel 2011 hanno posto fine all’era di Ben Alì. In che modo è dunque possibile considerare la Tunisia? Una domanda molto attuale alla luce dello stravolgimento politico operato il 25 luglio dal presidente Kais Saied, il quale invocando l’articolo 80 della Costituzione ha esautorato in un colpo solo primo ministro e parlamento. 

Gli albori di una laicità presa a modello

Quando nel 1956 la Tunisia ha raggiunto l’indipendenza dalla Francia, Habib Bourghiba, primo presidente e vero e proprio padre della patria, ha da subito imposto riforme molto profonde nella società. Nella prima costituzione è stata affermata la validità dell’Islam come religione di Stato, ma al tempo stesso è stata sancita la laicità della neonata repubblica. Dal divieto della poligamia, passando poi per altri provvedimenti in favore dell’emancipazione femminile e di un diritto di famiglia più vicino al modello europeo, Bourghiba ha donato alla Tunisia la base della “sua” laicità. La stessa poi presa dall’occidente come modello per etichettare il Paese come “moderato”. La scommessa di Bourghiba nel lungo periodo è stata vinta. Ma anche qui, come del resto in Egitto, è sopravvissuta una frangia conservatrice in grado di avere un proprio radicamento sociale.

Rashid Ghannushi, oggi a capo del parlamento esautorato da Saied, per diverso tempo è stato in esilio. A partire dagli anni ’80 è stato lui il leader indiscusso del settore islamista. Ben Alì, succeduto a Bourghiba nel 1987 con il cosiddetto “colpo di Stato medico”, non è mai riuscito a togliere dalla scena politica i movimenti vicini ai Fratelli Musulmani. Tanto è vero che con la sua caduta nel 2011, è stato Ennadha, guidato proprio da Ghannushi, a rivelarsi il partito meglio strutturato e radicato. Il motivo forse è da ricercarsi nella capacità che i movimenti islamisti hanno avuto di insinuarsi negli strati sociali più poveri. Ma anche nel fatto che non tutti hanno sposato una laicità partita dall’alto e non dal basso. Ad ogni modo, il modello sociale tunisino è riuscito a rimanere solido e ad essere un riferimento per più di mezzo secolo. Ma qual è adesso il suo stato di salute?

La laicità è in crisi?

Quello che sembra essere un punto di forza della laicità tunisina, ne costituisce forse il punto debole. Si potrebbe infatti pensare che grazie alla radicata tradizione laica, il Paese nordafricano possa avere gli anticorpi necessari per respingere ogni istanza estremista. In realtà proprio perché la laicità affonda le radici agli albori della fondazione della Repubblica, oggi di quel periodo di riforme post indipendenza si sta rischiando di perdere la memoria. La Tunisia è un Paese molto giovane, con un’età media molto più bassa rispetto a quella registrata nella sponda europea del Mediterraneo. E molti giovani non hanno più prospettive guardando al futuro. La primavera araba nel 2011 è partita dal gesto estremo di un ragazzo senza lavoro in una cittadina dell’entroterra tunisino. I suoi coetanei in questo decennio non hanno visto alcun miglioramento della situazione. A mancare non è soltanto un’occupazione, ma anche una vera fiducia nel poter avere una posizione nella società.

Ai tanti senza alcun futuro, poco importa delle riforme del passato. É così che molti giovani hanno iniziato a vedere nell’adesione ai valori dell’Islam radicale l’unica valvola di sfogo. Aouissaoui Bahrain, l’autore della strage di Nizza dell’ottobre 2020, era un ragazzo di Sfax non particolarmente ossequioso dei dettami dell’Islam. Riusciva a vivere grazie a lavori occasionali, fino a quando poi ha iniziato ad osservare ogni precetto religioso. La storia della sua radicalizzazione è analoga a quella di molti suoi connazionali. La Tunisia, nonostante la sua tradizione laica, ha fornito all’Isis centinaia di combattenti. La crisi sociale ed occupazionale, accentuatasi per via della cattiva gestione dell’emergenza coronavirus, potrebbe offrire terreno fertile ai movimenti jihadisti per reclutare tanti altri giovani.

Le prospettive future

Non è detto però che la laicità tunisina nella sua interezza possa essere considerata in crisi. Al netto dei problemi che stanno favorendo l’emersione della propaganda jihadista, c’è una larga fetta di Paese che continua a riconoscersi nel modello culturale voluto da Bourghiba. Nonostante l’avanzata di Ennadha, dal 2014 i tunisini hanno eletto presidenti apertamente laici, come il defunto Essebsi, oppure conservatori moderati, come l’attuale Kais Saied. Segno di un convinto attaccamento a una laicità considerata come acquisita. Un sondaggio nelle scorse ore ha rivelato come più di due tunisini su tre si sono trovati d’accordo con la mossa di Saied di acquisire pieni poteri. Forse proprio per la prospettiva di bloccare ulteriori possibili avanzate di Ennadha e dei movimenti più conservatori. Di certo la sfida in Tunisia è ancora aperta e la laicità, nonostante tutto, potrebbe essere salvata. Ma occorre che il Paese, nella sua interezza, cambi passo.

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