La Guinea luci e ombre di Condé: meno corrotta, ma i problemi restano

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Con Alpha Condé, presidente della Guinea dal 2010, il paese è diventato meno corrotto. Nell’anno della sua elezione il paese si era classificato al 164esimo posto su 178 paesi secondo un indice di corruzione realizzato dal this tank Transperancy International. Nel 2017 la Guinea ha conquistato il 148° posto. Quindi è evidente che la corruzione in parte è diminuita.

Ma Frédéric Loua, fondatore di Same Rigths for All, un gruppo per la difesa dei diritti umani racconta che “in Guinea le uniche persone nelle carceri sono i ladri di pollo”. Condé, ex dissidente e prigioniero politico, invece afferma che ora la Guinea “è un paese migliore”. I precedenti leader dello stato africano erano brutali. A cominciare da Ahmed Sékou Touré, un despota che ha regnato per 26 anni, fino ad una serie di giunte militari corrotte fino agli occhi, i cui soldati hanno massacrato duramente gli oppositori del regime.



Condé ha trascorso decenni come oppositore di una serie di regimi, ma senza successo. Si è presentato contro il presidente Lansana Conté nelle elezioni del 1993 e 1998 come leader del Rally of the Guinean People (RPG), un partito allora di opposizione. Alle elezioni presidenziali del 2010, Condé è stato eletto presidente della Guinea al secondo turno. Quando si è insediato è diventato il primo presidente liberamente eletto nella storia del paese. E’ stato poi rieletto nel 2015 con quasi il 58% dei voti.

Alla sua elezione nel 2010, Condé ha affermato che avrebbe rafforzato la democrazia e combattuto la corruzione nel suo paese, ma lui e suo figlio sono stati implicati in vari scandali  legati all’industria mineraria ed è stato sospettato anche di brogli elettorali.

Ma la storia della Guinea parte da lontano e da un passato per niente facile. Dominato da vari regni africani,  è diventato uno dei punti nevralgici della tratta degli schiavi, che ai tempi lo ha spopolato. E’ diventata colonia francese nel 1890, ma ha raggiunto l’indipendenza nel 1958.

Nonostante ciò il dipinto del paese non è solo a tinte fosche. L’economia sta migliorando. L’anno scorso è cresciuta del 6,7%, il settore minerario è stato rilanciato e il governo si è impegnato per attirare investimenti esteri. Ma la Guinea rimane un paese povero con un Pil di poco più di 800 dollari a persona, circa la metà della media della regione.

Per la difficile situazione economica non sono tardate le dimostrazioni in piazza, in cui negli ultimi due mesi sono morte almeno 15 persone. Migliaia hanno manifestato per lamentarsi degli scarsi stipendi, della mancanza di elettricità, della violenza esercitata dalla polizia, delle accuse di brogli elettorali nelle ultime elezioni locali.

Sono forti le tensioni etniche nel paese. Il partito al governo, il Rally of the Guinean People, è dominato dal gruppo Malinké, che rappresenta circa il 35% della popolazione. Del più importante partito di opposizione, l’Unione delle forze democratiche della Guinea (UFDG), ne fanno parte principalmente il gruppo dei Peul, circa il 40% della popolazione. Molti Peul ritengono di essere stati messi ai margini dal governo di Condé e che dozzine di loro siano stati uccisi dalle forze di sicurezza.

Ma ora un’altra preoccupazione affligge il popolo della Guinea, ovvero la probabilità che Condé modifichi la costituzione in modo che si possa candidare per un terzo mandato nel 2020. Secondo gli analisti se questa ipotesi diventasse realtà si scatenerebbero delle durissime proteste di piazza. Condé a suo favore sostiene invece che le cariche dei presidenti africani non dovrebbero avere limiti di durata, perché ciò ostacola il raggiungimento di progetti ambiziosi e a lungo termine.