La sfida economica diretta tra gli Stati Uniti e la Germania è stata animata, poche ore dopo l’annuncio da parte di Donald Trump di nuovi dazi diretti contro l’alluminio e l’acciaio dell”Unione Europea, dalla “bocciatura” da parte della Federal Reserve della filiale americana di Deutsche Bank, istituto che con oltre 1,7 trilioni di dollari in asset è il terzo per dimensioni nell’area euro e il quindicesimo più grande al mondo.

Come scritto da Stefania Arcudi su Il Sole 24 OreDeutsche Bank è stata inserita “tra gli istituti «in condizioni problematiche», ovvero con criticità tali da metterne a repentaglio la stabilità e, quindi, creare potenzialmente rischi sistemici, con quella che è stata una presa di posizione rara per un istituto di così grandi dimensioni. La bocciatura”, annunciata il 31 maggio, “è stata decisa un anno fa e ha contribuito a limitare le attività della banca tedesca negli Stati Uniti”.

Il crollo in borsa di Deutsche Bank e il downgrading

La decisione della Fed ha causato un immediato tracollo in borsa del titolo di Deutsche Bank, precipitato di oltre il 5% nella giornata del 31 maggio. Secondo il Wall Street Journalla scelta è stata motivata dall’eccesiva disinvoltura con cui la filiale statunitense dell’istituto prendeva rischi elevati nella concessione di credito e negli investimenti e, al tempo stesso, dalla mancanza di controlli sul riciclaggio di denaro. Standard & Poor’s, agenzia  sempre pronta a interiorizzare i sentimenti di Wall Street, ha di conseguenza abbassato il rating di Deutsche Bank a BBB+.

Deutsche Bank ha commentato ribadendo che la filiale americana ha capitalizzazione e liquidità sufficienti per sostenere attività da oltre 45 miliardi di dollari, ma elementi di criticità sono evidenti dato che, come segnalato da Zero Hedgeil premio al rischio associato ai credit default swaps di Deutsche Bank sta salendo sino a livelli mai conosciuti dal 2016 a oggi, sintomo del nervosismo dei mercati verso l’istituto tedesco.

La crisi di Deutsche Bank tra licenziamenti, perdite e denunce

La notizia delle limitazioni imposte al colosso bancario tedesco arriva a un mese di distanza dall’impostazione di una nuova politica operativa da parte dei vertici di Francoforte, che hanno programmato un piano di licenziamenti globale volto a ridurre da 97.000 a 90.000 il numero complessivo di dipendenti e a chiudere alcune aree largamente improduttive del business aziendale, che hanno fortemente destabilizzato Deutsche Bank.

In questo contesto, come segnala Bloomberg,verranno tagliati 1.000 dei 10.300 posti di lavoro negli Stati Uniti. Il piano è stato ideato dal nuovo Ceo di Deutsche  Bank, il manager 47enne Christian Sewing, per tentare di garantire stabilità a una banca provata da anni di bilanci in rosso, scandali e investimenti destabilizzanti. Lo scorso anno sono state registrate perdite complessive per oltre 735 milioni di dollari, che si sommano a quelle di 1,4 e 6,8 miliardi di dollari registrate nel 2016 e nel 2015.

Ulteriori grane sono legate al contesto internazionale: nel 2017 la banca è stata accusata dalla Procura di Milano per palesi manipolazioni del mercato dei Btp nel contesto della crisi dello spread del 2011, mentre a inizio 2018 anche la Cina ha iniziato a monitorare con attenzione i movimenti dell’istituto entro i suoi confini.

Dazi e Deutsche Bank: l’offensiva Usa contro la Germania e la sfida europea

La notizia del declassamento di Deutsche Bank e quella dei dazi contro Bruxelles segnalano che, di fatto, l’amministrazione Trump ha dato il via alla sfida economica diretta con la Germania: dopo le accuse di Trump e del suo consigliere per il commercio Peter Navarro, che attaccavano Berlino per l’eccessivo surplus commerciale conseguito grazie a un euro eccessivamente sottovalutato per il potenziale economico tedesco, sono arrivate le prime mosse concrete.

La sfida Usa pone l’Unione Europea di fronte a una sfida esistenziale, ma segnala anche le criticità dovute alla sovrapposizione tra la costruzione comunitaria e l’interesse geoeconomico tedesco. Non è un caso che da Berlino sia partito un sostanziale veto alla nomina a Ministro dell’Economia del nascente governo italiano di Paolo Savona, economista con una visione fortemente e lucidamente critica della leadership tedesca.

Il ruolo dell’Italia tra Usa e Germania

Anche l’Italia può e deve giocare la sua parte in una partita su due fronti; da un lato, la necessità di rispondere ai dazi di Trump, dall’altro quella di evitare un completo appiattimento sulla posizione della Germania. La presenza nel governo Conte di Savona come Ministro per gli Affari Comunitari si accompagna a quella del designato Ministro dell’Economia Giovanni Tria, che in passato ha avuto modo di individuare nel  surplus dell’economia tedesca un fallimento nel processo di convergenza economica fra i vari Paesi dell’area euro. Nella giornata del 1 giugno, dal Festival dell’Economia di Trento anche l’ex premier incaricato Carlo Cottarelli ha usato parole dure riferendosi alle pratiche commerciali della Germania.

I dazi, e più ancora l’affare Deutsche Bank, segnalano che qualcosa di grosso è in movimento, e l’Italia non può permettersi di rimanere completamente oggetto delle nuove dinamiche internazionali.