Le esercitazioni militari della Cina attorno a Taiwan? Allarme rientrato, almeno per il momento. Insieme all’ipotesi di una fantomatica offensiva di Pechino volta a conquistare l’isola con l’uso della forza. Eppure, nei giorni scorsi, erano scattati gli allarmi di mezzo mondo. I riflettori puntavano lo Stretto di Taiwan dove il Dragone sembrava pronto a stringere la presa attorno a Taipei, accerchiata con aerei e navi da guerra. Alla fine, come era facile immaginare, non è successo niente di simile. Ancora una volta la tensione mediatica aveva superato la realtà.
Sia chiaro: sarebbe sbagliato ignorare il botta e risposta simbolico che il nuovo presidente taiwanese William Lai e Xi Jinping si sono scambiati nell’arco di poche ore. Lai, appena entrato in carica come erede di Tsai Ing Wen, nel suo discorso di insediamento aveva invitato Pechino a “fermare le sue intimidazioni politiche e militari” auspicando che il gigante asiatico potesse affrontare al più presto “la realtà dell’esistenza della Repubblica Cinese (Taiwan n.d.r.)”. Secca la replica della Cina, che ha definito l’indipendenza di Taiwan come “un vicolo cieco. “Non importa sotto quale forma o bandiera, il perseguimento della libertà da Pechino e della secessione è destinato a fallire”, ha tuonato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin.
Nonostante questo, la sensazione è che le tensioni siano più alimentate dall’esterno che non da cinesi e taiwanesi. I quali, ognuno seguendo il proprio spartito e la propria ragion d’essere, danno l’impressione di effettuare azioni prevedibili e dimostrative.
Escalation mediatica o reale?
Certo, l’esercito del Dragone ha simulato un blocco dell’isola, la quale ha reagito allertando i suoi caccia e allestendo molteplici sistemi di difesa missilistica. Nel giro di poche ore le due parti avevano esaurito il solito spettacolo.
Risultato? Le manovre militari cinesi attorno a Taiwan, descritte dai media di mezzo mondo con toni apocalittici, sarebbero state molto meno maestose di tante altre esercitazioni effettuate dal Dragone nel recente passato. Che cosa significa tutto questo? Che Taiwan resta un punto caldissimo del pianeta, ma che nessuno dei due sfidanti intende fare passi falsi. Di conseguenza, le azioni cinesi sono tanto temibili quanto meramente simboliche. Almeno in questa particolare fase storica, durante la quale la Cina non può permettersi di scatenare una guerra rischiando di trovarsi contro mezzo Occidente, né di vanificare la propria immagine di “Paese responsabile”o tanto meno essere esclusa dal commercio globale.
Al contrario, amplificare le tensioni a Taiwan fa il gioco di due attori: del Partito Democratico Progressista (Dpp), il partito taiwanese di Lai che lotta per l’indipendenza de facto di Taiwan dalla Cina, e degli Stati Uniti, che desiderano in tutti i modi rafforzare la loro presenza nell’Indo-Pacifico (anche spedendo armamenti a Taipei e agli altri partner della regione).
Taiwan e la crisi perenne
Non è un caso che gli Stati Uniti abbiano inviato una delegazione a Taiwan con la scusa dell’insediamento di Lai. Il gruppo statunitense, guidato dal presidente della Commissione Esteri della Camera Usa, Michael McCaul, si trovava in missione a Taipei per consolidare i legami con l’isola. “Continueremo a rafforzare la cooperazione con gli Stati Uniti e altri Paesi sulla stessa linea per mantenere insieme la pace e la stabilità nella regione e per un fiorente sviluppo”, ha detto Lai alla delegazione. L’aspetto più sensibile riguarda tuttavia le armi che Taiwan ha ordinato a Washington; le stesse che sarebbero in procinto di arrivare sull’isola. Ricordiamo che il mese scorso il Congresso Usa ha approvato un pacchetto di aiuti che comprendeva quasi 2 miliardi di dollari a sostegno dell’esercito di Taipei.
Un contesto taiwanese di crisi perenne, in sostanza, non fa che rendere più impellente la spedizione di questi armamenti. Nel frattempo il parlamento di Taiwan, controllato dal Partito nazionalista (Kmt) di opposizione, ha approvato dei cambiamenti alle regole vigenti che sono considerati favorevoli alla Cina, riducendo il potere del presidente dell’isola. Le modifiche, promosse appunto dal Partito nazionalista e dai suoi alleati, danno all’organo legislativo un maggiore potere di controllo sui bilanci, comprese le spese per la difesa che il partito ha bloccato. Taiwan, intesa come isola in procinto di essere invasa, è dunque soltanto una caricatura. Un falso problema che alimenta inutili tensioni.

