Con la nomina di James Mattis alla Difesa, annunciata ieri, Trump aggiunge un nuovo tassello alla sua amministrazione. Il neopresidente sta delineando la sua squadra con una lentezza che contrasta non poco con l’irruenza del personaggio. Figura estranea all’establishement, e per questo isolata, non ha dietro di sé un apparato che rappresenti un bacino naturale nel quale pescare i suoi uomini.Da qui una ricerca più faticosa e lenta. Lentezza necessitata anche dal fatto che da uomo pragmatico, ché tale si sta dimostrando dopo gli eccessi della campagna elettorale, Trump sta cercando compromessi con tutti, in particolare con quegli ambiti con i quali ha intrattenuto rapporti più che conflittuali durante le elezioni, il partito repubblicano e Wall Street.Eppure manca ancora un tassello fondamentale alla sua amministrazione: il Segretario di Stato, la carica più importante per quanto riguarda la proiezione globale degli Stati Uniti d’America. Vero, in una repubblica presidenziale quale quella americana il presidente ha un grande peso in politica estera (basti pensare al potere di dichiarare guerra), tanto che spesso la sua figura viene identificata con quella del “comandante in capo”, termine mutuato dal lessico militare.Ma un Segretario di Stato di peso può influenzare molto le scelte del presidente e, in generale, dell’amministrazione americana. Basti pensare a quanto avvenuto nei mandati precedenti.Guerriero riluttante, Barack Obama era stato eletto sull’onda di un rigetto del bellicismo degli anni di George W. Bush, che dopo l’11 settembre si era consegnato ai neoconservatori. Il suo programma prevedeva infatti di chiudere le guerre in Afghanistan e in Iraq e non intraprenderne di nuove (da qui anche il Nobel – preventivo – per la pace).Non è andata così. Da Segretario di Stato, Hillary Clinton, beniamina dei neocon, lo ha costretto alla guerra in Libia e a impegnarsi a fondo nella guerra siriana. Guerre che, insieme ad altri fattori, hanno cambiato verso alla primavera araba (nata come movimento libertario e anti-fondamentalista, ma sequestrata dal fondamentalismo di marca islamista).Non solo in Medio oriente, la Clinton è stata protagonista anche del nuovo confronto con Mosca, basti pensare al ruolo fondamentale assunto da Viktoria Nuland, sua assistente per l’Europa, nella crisi ucraina, che ha precipitato il mondo in una seconda e più pericolosa Guerra Fredda.Da qui la fortissima pressione dei neocon per piazzare un loro uomo al Dipartimento di Stato anche nell’era Trump. Simbolico in tal senso che il primo nome filtrato subito dopo la vittoria del tycoon sia stato quello di John Bolton, che dei neoconservatori è figura di spicco.Un nome altamente improbabile per tanti motivi, ma che serviva a dare un segnale forte, come anche a sbarrare la strada a Rudolph Giuliani, candidato naturale per il Dipartimento di Stato, dal momento che aveva condiviso da subito l’avventura elettorale di Trump e manifestato il suo interesse alla carica.Proprio quel subitaneo endorsement per Trump ha reso Giuliani inaffidabile agli occhi dei neocon (con i quali l’ex sindaco di New York intrattiene pure rapporti), i quali invece avevano puntato tutte le loro carte sulla vittoria della Clinton, che garantiva loro quell’aggressività verso la Russia così consona ai loro desiderata, al contrario del tycoon che con Mosca sembra voglia dialogare.Proprio l’apertura di Trump verso Putin rende la battaglia per la nomina del Dipartimento di Stato tanto importante. Se il tycoon riuscirà a vincere le resistenze e a scegliere un uomo quantomeno non ostile alla sua linea sarà tutto più facile.Se invece dovrà piegarsi a un compromesso al ribasso, nella speranza di poter gestire da presidente una figura ostativa a tale linea, incontrerà non pochi ostacoli ad attutire le tensioni con Mosca. Le implicazioni di tutto questo per la pace del mondo sono alquanto ovvie.www.piccolenote.ilgiornale.it