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I giornalisti hanno il costume di dare appellativi accattivanti ai personaggi famosi, che siano degli atleti o che siano degli statisti, che siano degli onesti imprenditori o che siano dei temibili criminali. L’appellativo è un marchio rispondente al dogma attronomico del nomen omen, cioè è esplicativo delle caratteristiche della persona che lo ha ricevuto, ed è suscettibile di esercitare dei potenti effetti mitopoietici presso le masse, che da sempre abbisognano di qualcosa o di qualcuno in cui credere e immedesimarsi.

Nel caso della Turchia contemporanea, una potenza alla ricerca di rivalsa su antichi rivali e di spazi vitali nei quali prosperare, si può affermare come i giornalisti occidentali dei primi anni Duemila abbiano avuto un’incredibile lungimiranza nel ribattezzare Recep Tayyip Erdoğan osmanicamente, attribuendogli il titolo di Sultano.

Perché oggi, 2021, a vent’anni esatti dalla fondazione del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp, Adalet ve Kalkınma Partisi), Erdoğan è molto di più di un presidente: è il califfo di una Sublime Porta ricostruita, sulla quale riecheggiano nuovamente gli adhān del muezzino dell’Ayasofya – che aveva promesso di rimoscheizzare nel lontano 1994 –, che ha saputo trasformarsi dal malato d’Europa all’incubo d’Europa e che sogna con ardore e in armi di sventolare la mezzaluna e stella turca dall’Adriatico alla Grande muraglia.

Il Sultano incompreso

Oggi è Erdoğan contro la Corte di Giustizia dell’Unione Europea (rea di una sentenza sgradita circa l’utilizzo del velo islamico negli ambienti di lavoro), ieri era Erdoğan contro Charlie Hebdo e la campagna anti-islamista di Emmanuel Macron (che aveva svegliato terroristi dormienti in Francia e innescato proteste antifrancesi dal Marocco all’Indonesia), domani – e sempre – sarà Erdoğan contro chiunque si metta fra lui e il sogno di una Turchia a capo di quella realtà transcontinentale che è il Türk dünyası, ovverosia il mondo turcico.

Capire Erdoğan non è difficile né impossibile, ma il punto è che agli analisti e ai politologi occidentali, abituati a leggere la Turchia utilizzando occhiali rosa Made in the West, mancano sia la volontà sia l’umiltà. La volontà di guardare la Turchia per ciò che è, e non per ciò che essi vorrebbero che fosse. E l’umiltà di superare quell’elefantiaco limite interpretativo che è l’occidentalo-centrismo.

Erdoğan, come abbiamo ripetuto innumerevoli volte sulle nostre colonne – pronosticando con successo eventi e corsi d’azione, tra i quali lo sveltimento dei lavori lungo il cosiddetto “corridoio panturco” e il potenziamento del Consiglio Turco –, non è né un incidente della storia né una mosca bianca circondata da forze politiche e cittadini frementi dalla voglia di tornare sul cammino dell’Occidente. Erdoğan è la storia, nonché la più potente espressione di quella Turchia profonda che più volte, dal secondo dopoguerra ai Novanta, ha tentato di porre fine al dominio armato del kemalismo nella politica e nella società – vedasi, a questo proposito, il paragrafo Menderes e l’ascesa di Necmettin Erbakan.

Erdoğan è il figlio legittimo di una nazione fondata sui miti sempiterni della valle di Turan, dei lupi di Ergenekon, di padre Osman e del conquistatore Maometto II. Una nazione che ha vissuto e voluto l’Occidente il tempo di una forzatura storica chiamata Atatürk. Una nazione che in Occidente viene identificata con l’ingannevole cosmopolitismo libertineggiante di Istanbul, ma la cui complessità sfugge alle letture con gli occhiali rosa dei turisti della politologia. Complessità che spiega perché, ad esempio, la politica estera erdoganiana goda del supporto unanime di ogni partito – dall’estrema destra all’estrema sinistra e dagli islamisti ai laicisti – o perché la rimoscheizzazione di Ayasofya (ex Santa Sofia), quivi ritenuta una mera mossa distrattiva – ignorando la promessa di un giovane Erdoğan datata 1994 –, fosse sognata da sette turchi su dieci.

La complessità della Turchia

La complessità di quella nazione che è la Turchia, derisa nel peggiore dei casi e semplicemente ignorata nel migliore, andrebbe colta, valorizzata ed integrata nelle analisi relative alle questioni interne ed esterne che la riguardano. Perché l’alternativa all’equanimità è l’occidentalo-centrismo: un limite interpretativo che vizia e inquina i tentativi di comprendere il mondo.

Nel caso della Turchia, la grande incompresa della contemporaneità, l’applicazione dell’occidentalo-centrismo alle letture analitiche è l’equivalente di un’autocondanna all’inefficacia nella formulazione di pronostici e scenari. Perché le letture occidentalo-centriche, ad esempio, dipingono Erdoğan come perennemente prossimo alla ghigliottina, nonostante la realtà sia ben diversa: è ancora sul trono, è stato difeso dalla popolazione nel corso del golpe del luglio 2016 e l’Akp sta registrando un boom di iscrizioni

E le letture occidentalo-centriche, inoltre, descrivono l’economia turca come sull’orlo di un’implosione a causa delle periodiche svalutazioni della lira e delle ondate inflattive, ignorando la rilevanza del fattore storico e le peculiarità del sistema Turchia: l’economia anatolica non è mai stata connotata dalla stabilità, ragion per cui i suoi scienziati della moneta sono abituati a galleggiare tra stati di crisi semi-permanenti e ragion per cui, nonostante le previsioni distopiche, il pil quest’anno crescerà del 5,5%il pil calcolato a parità dei poteri d’acquisto lo scorso anno ha superato quello dell’Italia.

Riequilibrare i rapporti con l’Europa

Le letture occidentalo-centriche, infine, tendono a ritrarre erroneamente Erdoğan come un uomo solo, costretto a reggersi sul supporto del Partito Nazionalista e dei Lupi Grigi di Devlet Bahceli e a fare leva su una continua opera di distrazione delle masse, pena un probabile rovesciamento dal basso. Pensieri illusori, che non riescono ad andare oltre la superficie, che non sono in grado di spiegare perché il popolo sarebbe insorto a difesa di Erdoğan la notte del 15 luglio 2016 e perché le diaspore stanziate in lungo e in largo per l’Europa siano tendenzialmente a favore dell’Akp.

La dirigenza comunitaria non riuscirà a venire a capo dell’annoso dossier anatolico fino a quando non capirà la dogmatica verità alla base di tutto: la Turchia non è solo Erdoğan, ma Erdoğan è la Turchia. E questa potenza, tanto incompresa quanto sottovalutata, ha cessato di essere il malato d’Europa da molto tempo l’invasione di Cipro fu il primo segno di convalescenza, trasformandosi in qualcos’altro: nel Terror Europae.

L’Europa, secondo la diagnosi infausta e irreversibile effettuata da Erdoğan, può essere assoggettata nel nome del riscatto – la revisione del trattato di Losanna – e dell’emancipazione – una maggiore autonomia geopolitica dall’Occidente – perché nolente a mostrare muscoli a causa del sonno poststorico e destinata al tramonto per via di ragioni etno-demografiche. Queste ultime, di cui la dirigenza turca ha colto la significanza strategica nel lungo e lunghissimo termine – si pensi a quando Erdoğan invitò i turchi europei “a fare cinque figli” per sveltire il ritmo della sostituzione etnica in Europa –, potrebbero condurre la progenie di Osman a convertirsi da minoranza irrilevante a quasi-maggioranza nelle prossime decadi in Bulgaria e Germania, sullo sfondo di simultanei processi di islamizzazione traversanti un nugolo di nazioni, tra le quali Belgio, Francia, Paesi BassiSvezia.

L’Europa, in breve, oltre che avvolta dal manto soporifero del coma poststorico, va lentamente de-europeizzandosi, perdendo progressivamente i propri caratteri etno-religiosi originari; una combinazione tanto irripetibile quanto cataclismica dalla quale gli strateghi dell’aquilina presidenza Erdoğan stanno tentando di capitalizzare in ogni ambito: diplomatico, economico, politico e religioso. Questo è il motivo per cui la Turchia sta seguendo con interesse il diffondersi nel Vecchio Continente di partiti confessionali di ispirazione islamica oramai presenti in Belgio, Finlandia, Francia, Paesi Bassi e Svezia –, investendo nelle attività di proselitismo portate avanti dal quartetto DiyanetFratellanza Musulmana-Lupi Grigi-Milli Gorus e, non meno importante, interferendo in ogni questione interna all’Europa in grado di mobilitare la umma attorno al nuovo sultanato – dalla controversia sul discorso di Ratisbona alla sentenza della Corte di Giustizia dell’Ue.

Erdoğan, in estrema sintesi, non è un incidente della storia e i problemi della vecchia e sterile Europa con la Turchia non si estingueranno con la sua dipartita. Perché Erdoğan è l’uomo della Turchia profonda, una realtà che, silenziata per decenni dalla difesa armata della costituzione, è riuscita, dopo il trauma della detronizzazione di Erbakan, a rimettere al centro della politica e della società quelli che sono stati i valori fondanti della nazione sin dall’antichità: l’islam, il culto dell’impero e il panturchismo. E l’Europa, per questa Turchia tornata alle origini, non può che rappresentare ciò che è stata sin dai tempi della cattura di Costantinopoli: un rivale con cui competere sempre, da combattere quando necessario e da vassalizzare se possibile.

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