L’ombra è arrivata improvvisamente. Come un temporale estivo la pandemia ha colpito il mondo intero oscurando l’umanità, costretta in casa per non diffondere il contagio. Una tempesta che si è mossa spinta dai venti della stessa vita moderna iperconnessa, globalizzata, interdipendente. Venti che hanno portato nubi nere che però erano ben visibili all’orizzonte a oriente, e già si sentiva in lontananza il rombare cupo del tuono che avrebbe colpito proprio qui, in Italia, più pesantemente che altrove.

Il virus serpeggiava come un drago già a novembre ad est, alcuni dicono anche prima, ad ottobre: si muoveva nascosto a Wuhan, si riproduceva celato agli occhi più per volontà degli uomini che per sua caratteristica. A gennaio la sua penombra si allungava verso l’Europa dopo aver ricoperto col suo scuro manto l’Asia, in un inarrestabile cammino che ha travolto dapprima l’Iran, che per ironia della sorte, quando si chiamava Persia, era il crocevia degli scambi tra oriente ed occidente. In quel tempo se ne poteva già percepire la presenza, sentirne l’odore, come quello di terra bagnata sospinto dalla brezza che preannuncia la pioggia. E la pioggia è arrivata.

Una pioggia che ci ha colti allo scoperto, anche colpevolmente senza riparo perché presuntuosamente pensavamo che non ci avrebbe colpito, che è cominciata lentamente con qualche caso che sembrava si potesse confinare, circoscrivere, e che poi è dilagata diventando tempesta. Francia, Germania, Italia, Regno Unito: nessun Paese europeo si è salvato da questo tifone.

Quando la pioggia si è trasformata in tempesta è cominciata la nostra battaglia, quella dell’uomo contro il virus, e tra le armi a nostra disposizione c’è la scienza, quella con la esse maiuscola, che si è mobilitata proprio come nei manuali militari, ovvero partendo dalla regola base: conoscere il nemico per poterlo sconfiggere. Come si conosce un virus? Come si può imparare qualcosa su una forma di “vita” che sfugge mutevolmente? La risposta è nell’infinitamente piccolo, nei mattoni che lo compongono, nei suoi geni.

Il primo “colpo” al virus da questo punto di vista arriva proprio da là dove tutto è cominciato, dalla Cina. È il 10 gennaio quando Xu Jianguo, direttore del laboratorio nazionale cinese per la prevenzione e il controllo delle malattie infettive di Pechino (China Cdc), annuncia che il genoma del nuovo virus, ovvero la mappa dei suoi geni, è stato completato. Così il mondo ha saputo che cosa stava causando quelle polmoniti atipiche in oriente, qual era il male che faceva svenire la gente per strada ad Hong Kong o a Wuhan. Ed il male ha un nome che ci ricorda il suo parente più stretto, Sars-CoV-2, ed una famiglia, quella dei coronavirus.

È sempre grazie ai geni che sappiamo l’origine di questo male, una particolare specie di pipistrello, e che non è frutto del “giocare a fare Dio” di un laboratorio. Il male, come già anticipato, si muove con ali veloci, sospinto dai venti della modernità, e sbarca in Europa dove viene riconosciuto e codificato nuovamente: per prima la Francia, che grazie all’Istituto Pasteur, il 29 gennaio è in grado di dare un nome e un volto alla malattia divenuta nel frattempo Covid19, poi l’Italia, che qualche giorno dopo, al laboratorio di virologia dello Spallanzani di Roma isola il virus e ne identifica il codice genetico.

Là dove arriva, là dove colpisce, esso viene scoperto ed i suoi geni sequenziati: il primo passo per sconfiggerlo, la prima mossa per trovare una terapia e soprattutto un vaccino, l’arma definitiva che ci permetterà di debellare questa malattia. Così veniamo a sapere che il mostro ha tre teste, come Cerbero, il cane infernale. Sono tre infatti i ceppi che si sono diffusi nel mondo: la variante A, quella primigenia nata in Cina e diffusasi in America e Australia; la variante B, sviluppatasi grazie a due mutazioni chiave e diffusa nell’Asia orientale; infine la variante C, la “figlia” della B che ha colpito Europa, Singapore, Hong Kong e Corea del Sud.

Individuato il nemico, analizzate le sue armi, è cominciata la battaglia per sconfiggerlo. Una battaglia che si combatte nei laboratori di ricerca di tutti i Paesi più avanzati: dalla Cina agli Stati Uniti passando per Israele, Regno Unito, Francia, Italia e Australia. Una “corsa agli armamenti”, rappresentati dai vaccini, che stabilirà chi avrà il merito, ed il vantaggio, di sconfiggere per primo questa malattia.

Facciamo però un momentaneo passo indietro per spiegare un concetto fondamentale, che fungerà da discriminante anche per il futuro proprio per quanto riguarda la ricerca di un vaccino. Un passo indietro che ci riporta nel biennio 2002/2004, quando il mondo era alle prese con un’altra epidemia da coronavirus: la Sars. Una malattia molto più letale rispetto a Covid19, ma anch’essa nata in Cina. In quel periodo la macchina della sanità mondiale, oltre a cercare di contenere la diffusione del contagio, si mise in moto per cercare un vaccino, ma questo non fu mai trovato e non per inefficacia della ricerca o impossibilità intrinseca, semplicemente perché l’epidemia si autoestinse e non ci fu più la necessità di produrlo.

Una scelta cosciente, dettata da interessi economici piuttosto che da reali motivazioni mediche, perché il virus della Sars non è stato debellato, la malattia esiste sempre, non è diventata un “semplice raffreddore” come abbiamo sentito nei primi giorni di questa pandemia, ma semplicemente non è stato più conveniente investire risorse finanziarie per trovare un vaccino. Un puro calcolo economico: i vaccini costano, richiedono mesi, perfino anni, per metterli a punto, e se la malattia non è più diffusa non ci si può permettere di investire centinaia di milioni di dollari che non possono essere recuperati vendendone le dosi.

Facciamo un rapido calcolo sui costi: in media, solo per la fase di sperimentazione umana, il costo è di 25mila dollari per singolo volontario, e ne servono decine di migliaia perché si possano ottenere risultati validi; questo significa 250 milioni di dollari che vanno moltiplicati per 10, il numero minimo di vaccini “in sperimentazione” contemporaneamente; se a questi sommiamo i costi della ricerca e dei processi di produzione si può facilmente arrivare a 10 miliardi di dollari per un singolo vaccino. Soldi che devono essere recuperati in qualche modo: anche la medicina segue le ciniche leggi del mercato nel mondo globalizzato.

Stato di necessità, bilancio economico, curva epidemica. Forse sono questi i tre principi che regolano la guerra dei vaccini che è nata qualche settimana dopo la diffusione del contagio su scala mondiale, non lo “spirito di Ippocrate”. La necessità è data appunto dall’impatto della malattia sul tessuto economico: le misure di quarantena hanno colpito non solo i Paesi più esposti al contagio, ma proprio perché il nostro è un mondo globalizzato, ne hanno risentito anche altri Paesi. Il bilancio economico è dato appunto dal conteggio tra la spesa per un vaccino e le perdite causate dalle chiusure, a cui si sommano gli investimenti statali per sostenere l’economia stessa: finché la bilancia pende verso quest’ultima voce è necessario puntare sulla ricerca di un vaccino. La curva epidemica parla da sé: contagi che tendono a zero portano a zero malati, quindi nessuna necessità di trovare un vaccino in base proprio alle considerazioni fatte fin’ora.

Oggi questi tre principii sono soddisfatti allo stesso tempo, ed è anche per questo che la battaglia per un vaccino si fa sempre più serrata: chi prima ne esce prima può “ripartire” senza limitazioni e senza la spada di Damocle del possibile ritorno del contagio.

Così dopo soli due mesi dalla prima codificazione genetica di Sars-CoV-2, erano 20 i vaccini candidati a passare alla fase di sperimentazione. Circa un mese dopo, il 4 aprile, erano diventati 60. La Cina, che ha bisogno anche di ricostruire la sua immagine per passare da Paese untore a Paese salvatore del mondo, si trova in fase avanzata di sperimentazione clinica: il segretario del Partito Comunista Cinese Xi Jinping, avrebbe dato ordini precisi secondo i quali la Cina, che vuole essere protagonista del nuovo ordine mondiale, deve avere il vaccino per prima. Il lavoro effettuato dalla Sinovac Biotech e dal Wuhan Institute of Biological Products, affiliato alla società di Stato China National Pharmaceutical Group sta ottenendo risultati che hanno permesso di partire con la sperimentazione sull’uomo di due vaccini lo scorso 14 aprile.

Una guerra senza esclusione di colpi: gli Stati Uniti, che sembrano essere tra i migliori candidati per vincerla, non hanno rinunciato a usare tutti i mezzi possibili. Troppo importante il prestigio internazionale che ne deriva, troppo seria la questione geopolitica che oppone Washington a Pechino su più fronti. Ecco perché, nonostante diversi istituti scientifici e società americane, come la Moderna che già a gennaio aveva individuato una possibile scorciatoia per accorciare i tempi di gestazione del vaccino (stimati tra i 12 e i 18 mesi), siano impegnati costantemente e con una pioggia di dollari nella ricerca di una profilassi, la Casa Bianca avrebbe cercato di assicurarsi l’esclusiva della produzione in almeno un caso: a marzo la società tedesca CureVac avrebbe ricevuto un’offerta dal governo americano per spostare interamente la sua ricerca scientifica negli Stati Uniti.

Ma la Moderna non è sola: i risultati più promettenti sono stati raggiunti, per il momento, anche dalla Inovio, la società di Bill Gates, che il 28 aprile annunciava la fine della fase 1 delle sperimentazioni, e dalla Novavax, che qualche giorno prima, l’8 aprile, affermava di aver trovato il suo candidato. Tanti soldi sul piatto significa maggior competizione per un mercato che potenzialmente potrebbe essere globale, e avere anche le caratteristiche di un monopolio.

Non ci sono, però, solo gli Stati Uniti e la Cina, i due grandi attori protagonisti del panorama politico internazionale in senso generale: il Regno Unito, insieme all’Italia, è molto avanti nella ricerca. Già ad aprile l’università di Oxford e l’Imperial College di Londra avevano avviato una sperimentazione sull’uomo, in collaborazione con l’azienda di Pomezia Advent-Irbm; il 30 la stessa università inglese annuncia un accordo con la multinazionale britannica del farmaco AstraZeneca per la produzione di 100 milioni di dosi di un vaccino, il ChAdOx1 nCoV-19, che ha ottenuto risultati promettenti dopo la sperimentazione su 500 soggetti e potrebbe già essere commercializzato a settembre. Parla esclusivamente italiano, invece, un altro candidato, quello dell’azienda di biotecnologie Takis di Castel Romano: a maggio veniamo a sapere che gli anticorpi generati dal vaccino nelle cavie di laboratorio funzionano e che i test sull’uomo partiranno dopo l’estate con la speranza di poter cominciare la prima campagna di vaccinazione su soggetti a rischio nel 2021.

Restando in Europa anche la francese Sanofi si candida a diventare la potenziale vincitrice di questa serratissima gara: sebbene sia in ritardo rispetto ad altri candidati – il suo vaccino è ancora in fase preclinica – potrebbe raggiungere la fase 1 dei test tra marzo e agosto del 2021.

Anche dall’altra parte del mondo, in Australia, la ricerca è a buon punto: proprio nello Stato/continente dell’Oceania un candidato vaccino aveva superato i test di laboratorio già a febbraio diventando il secondo dopo quello cinese a passare alla sperimentazione animale.

All’appello non poteva mancare la Russia. Mosca sta facendo la sua parte per cercare di assicurarsi la vittoria: a marzo il Rospotrebnadzor, il Servizio Federale Russo per la Salute e i Diritti dei Consumatori, aveva comunicato di aver iniziato i primi test umani effettuati dal centro di ricerca statale di virologia e biotecnologia Vector.

Forse a sorprenderci sarà un altro attore, un attore che ha lavorato da subito alla ricerca di un vaccino sebbene non fosse stato colpito con la stessa violenza che è toccata ad altri: si tratta di Israele. Il 17 maggio viene annunciato che un laboratorio di ricerca collegato al Ministero della Difesa ha completato con esito positivo i test di un vaccino su cavie animali e che si accinge a passare alla sperimentazione sull’uomo. Tel Aviv aveva già isolato un anticorpo specifico nelle settimane precedenti, diventando la prima al mondo a raggiungere un obiettivo fondamentale: la scoperta di un anticorpo in grado di distruggere questo virus specifico. Del resto da quelle parti, durante l’epidemia di Sars, si erano già sviluppati trattamenti simili.

Se tutto va bene, quello che ci immunizzerà da Sars-CoV-2 sarà il vaccino sviluppato più velocemente nella storia dei vaccini, ma bisogna sempre considerare che non si possono avere risultati immediati: le fasi di sperimentazione non sono accorciabili più di tanto e non si possono saltare passaggi fondamentali nella sperimentazione proprio per la natura del vaccino stesso, che, lo ricordiamo, è sostanzialmente una sorta di “virus depotenziato” che attiva la risposta immunitaria dell’organismo. Affrettare la tempistica significa aumentare i rischi di cadere in errori che possono rivelarsi fatali per i vaccinati, tra cui, quello maggiore, è rappresentato dall’immuno-potenziamento, ovvero una reazione indesiderata e spropositata del sistema immunitario che, anziché eliminare il virus, finisce per avere una risposta opposta che ne aumenta i danni.

La guerra per il vaccino è appena cominciata e coinvolge circa 80 tra istituti universitari e società private in tutto il mondo, ma già aleggia lo spettro che potrebbe porre fine anche a questa ricerca scientifica: Covid19 potrebbe fare la stessa fine della Sars ed estinguersi da sé prima che si raggiunga il traguardo finale, proprio a causa della lunga gestazione vaccinale. Se la sorte di questa malattia dovesse essere la stessa di quella della Sars, questa guerra finirà molto probabilmente in un armistizio generale in cui i laboratori di ricerca biologica “deporranno le armi” e smantelleranno il loro “apparato bellico” che non ha più senso di esistere in quanto si regge sui principi di necessità, di bilancio economico e di diffusione epidemica, facendo perdere non solo quanto sino a qui raggiunto in termini di investimenti, ma soprattutto in termini di sicurezza sanitaria dell’intera umanità.

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